domenica 4 giugno 2017

MAYA


Sarà stato un improvviso anelito di libertà,
un desiderio mai espresso, un raptus
che ti ha attraverso furente muscoli e vene
quando il moschettone del guinzaglio ha ceduto. 
T’ho vista andar via come una freccia
lanciata dall’arco, inutile affannarmi a chiamarti,
impossibile rincorrerti con le mie gambe stanche,
che hanno bisogno di grucce per fare due passi.
Ci hanno provato in tanti, non ci sono riusciti.
A me non è rimasto che un pianto soffocato.

T’ho ritrovata già morta accostata ad un muro,
una mano pietosa t’aveva sottratta alla strada.
Sembrava che dormissi, tale e quale, serena
come quando venivi ad adagiarti sul mio petto
per farti vezzeggiare, e giocavamo insieme,
piccola Maya, chiwawa capricciosa e irrequieta.
Eri bella. T’amavo. Spero non abbia sofferto.
Maledetta sia la macchina che non s’è fermata.
La “bella cosa” che mi chiedevi con grazia
prima di accoccolarti tra le mie braccia
l’avrai questa sera da un angelo in cielo.
Dio, ci sarà pure un paradiso per i cani!
© Sigismondo Nastri, 4.6.2017
RIPRODUZIONE RISERVATA 

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