giovedì 7 novembre 2013

CENTENARIO DELLA NASCITA DI ALBERT CAMUS

Oggi,
centenario della nascita di Albert Camus.
Mi piace celebrare, a modo mio, la ricorrenza - senza lunghi discorsi, senza la retorica rituale in queste circostanze - con una semplice citazione, che reputo attualissima:
"In nome di che cosa giudichiamo, noi che giudichiamo?" (da "La caduta")

martedì 5 novembre 2013

IN MEMORIA DI PEPPINO DE LUCA




Amalfi, 5 novembre 2013
in Cattedrale


“Coloro che ci hanno lasciati – scrive sant’Agostinonon sono degli assenti, sono degli invisibili; tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime”. Il Credo che abbiamo recitato in coro, durante la celebrazione eucaristica  – professione della nostra fede in Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo – culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna. C’è, dunque, una speranza d’immortalità che la fede ci trasmette, che ha il suo fondamento nella resurrezione di Gesù Cristo e nella sua ascesa al cielo, ed è a quella che vogliamo aggrapparci con tutte le nostre forze. “Ai tuoi fedeli, Signore –  ci ricorda il Canone dei defunti - , la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata una abitazione eterna nel cielo".

Mi rendo conto che, davanti alla morte, l'atteggiamento più giusto sarebbe il silenzio. Un silenzio, però, carico di parole da ascoltare. Non parole gettate al vento, ma, insisto, le parole della fede che noi professiamo. Ecco perché abbiamo voluto onorare Peppino De Luca raccogliendoci in preghiera davanti all’altare del Signore. In questa cattedrale a lui cara, che lo ha visto crescere, bambino, ragazzo, uomo, sotto lo sguardo amorevole dell'apostolo Andrea,  per il quale, finché ha potuto, egli ha speso il suo tempo come presidente del comitato dei festeggiamenti patronali. Un impegno che, per lui, era un atto devozionale.

Torno al discorso di prima. Quello del silenzio che parla: un silenzio carico di parole da ascoltare. Sono le parole della fede, che ci avvicinano a Dio. Avrei preferito perciò tacere, racchiudermi in meditazione, richiamare alla mente tutti gli episodi, i fotogrammi di  un’amicizia che dura da più di settant’anni.  Comprendo però di non poter fare a meno, in questa circostanza, di portare la mia testimonianza. Anche a rischio che la parola detta  si sgretoli a contatto del dolore e sfoci in lacrime. 
A Peppino mi legano ricordi che non potranno essere sepolti sotto una gelida lastra di marmo. E se, chiuso in quella bara, egli li porta con sé, oltre la porta che apre all’eternità, a me – e non solo a me: alla moglie, ai figli, ai parenti, agli amici, a quanti lo stimavano e gli volevano bene – rimane ciò che egli ha rappresentato in termini di testimonianza, di coerenza, di esempio (in ambito domestico, nel lavoro, nelle relazioni sociali), di sentimenti.

Nel manifesto che ne annunciava la morte, ieri, la famiglia, pur nell'angoscia del terribile momento, ha voluto ringraziare il Signore per averglielo dato. Peppino - o don Peppe, come tanti lo chiamavano - era veramente un dono: per l'intelligenza, le capacità manageriali. Per la lungimiranza dimostrata quando - con i fratelli - aveva trasferito l’attività paterna da Amalfi a Salerno, perché lo imponevano le leggi del mercato; quando  ha dato impulso al settore cartotecnico; quando ha cercato di trovare spazio, col suo prodotto, oltre i confini nazionali. Era uno che sapeva guardare molto più avanti degli altri. Sono, per fortuna, gli stessi tratti che caratterizzano i suoi figliuoli.  Mi viene da pensare perciò alla parabola del Seminatore: Il seme cadde nel buon terreno soffice, arato, mondato, concimato, poi germogliò e crebbe rigoglioso
Come si sarebbe potuto, mi domando, non voler bene a un uomo così? Come si fa a non volergliene ancora ora?

Peppino aveva delle qualità peculiari che desidero sottolineare: l’ottimismo, pur nelle difficoltà; l’esuberanza, la propensione allo scherzo, alla battuta, al divertissement, inteso nel senso più genuino, quando era libero dal lavoro; e, poi, la piena disponibilità nei confronti degli altri. Sempre e comunque. Di chiunque gli si rivolgesse per un consiglio, per un aiuto.  Pur assillato dalle sue responsabilità d’imprenditore, trovava sempre il modo di dedicarsi agli amici, aprendosi a loro con  la simpatia e l’animo del fanciullo.

Questo era, per me, Peppino De Luca col quale ho condiviso tante giornate, tante ore. Presumo perciò di averlo conosciuto bene.
Ma non era soltanto un imprenditore di successo. Era un appassionato cultore di arte, competente e attento, zelante raccoglitore di patrie memorie. In lui c’era uno sviscerato amore per il bello: una particolare sensibilità, rafforzata dall’attaccamento alla propria terra, che gli ha fatto da stimolo nel collezionare stampe antiche, reperite in lunghi giri per le botteghe d’antiquariato di mezza Europa (a volte ho viaggiato con lui), e dipinti dei “costaioli” e degli altri pittori che hanno attraversato Salerno e la sua provincia, soprattutto la Costiera amalfitana. Questo ha evitato la dispersione e la fuga di testimonianze vive e concrete che fanno parte della storia, della tradizione, della cultura del territorio. “A lui – mi ha scritto ieri il professore Massimo Bignardidobbiamo il coraggio di aver salvato una pagina della storia dell’arte non solo salernitana, meridionale, bensì nazionale: don Peppe ha costruito un patrimonio affinché non vadano perdute le nostre radici”.
Ecco perché gli dobbiamo serbare perenne gratitudine.

lunedì 4 novembre 2013

ADDIO A PEPPINO DE LUCA, VECCHIO CARO INSOSTITUIBILE AMICO. UN LUTTO PER LA FAMIGLIA, L'AZIENDA, GLI AMICI, IL MONDO DELLA CULTURA E DELL'ARTE



Proprio un brutto periodo, questo.  Mannaggia!
Stamane, all'alba, una telefonata del figlio Andrea mi ha dato la notizia della morte di Peppino De Luca. Un altro pezzo della mia vita che mi lascia. Come si fa a non essere angosciato per la perdita di un amico caro, insostituibile, come lui? Il tempo di vestirmi e mi sono precipitato nella Zona Industriale di Salerno a rendergli il mio doveroso tributo d'omaggio e di riconoscenza per l'affetto, la vicinanza che mi ha sempre dimostrato. C'era fra noi un rapporto di fratellanza che la morte non potrà cancellare. Non riesco nemmeno a piangere, tanto sono agitato e nervoso.
Con Giuseppe De Luca - Peppino, o don Peppe, come molti confidenzialmente lo chiamavano - se n'è andato uno dei maggiori protagonisti dello sviluppo industriale di Salerno dalla metà degli anni sessanta del secolo scorso, quando l’azienda di famiglia, fondata nel 1924 dal padre, Andrea De Luca, fu trasferita da Amalfi al capoluogo, trovando sede prima in via S. Leonardo, poi nella zona industriale, dove ha raggiunto una estensione di oltre trentamila metri quadrati, proiettandosi sempre più verso i mercati internazionali. La De Luca Industria Grafica e Cartaria Spa opera nel settore della stampa ma, soprattutto, in quello della cartotecnica ed è uno dei fiori all’occhiello della imprenditoria salernitana in Italia e nel mondo. Questo si deve alla intelligenza, alle capacità manageriali, alla lungimiranza di Giuseppe De Luca.  Sono qualità che, fortunatamente, costituiscono anche i tratti caratterizzanti dei figliuoli, chiamati a continuarne il lavoro. Nonostante si sapesse della malattia che lo aveva colpito, la sua scomparsa ha suscitato profonda emozione in quanti lo conoscevano, lo stimavano e gli volevano bene. Perché non si poteva non voler bene a uno come Peppino: intelligente, brillante, affabile,  con uno spiccato  senso dello humour, sempre disponibile. Una persona che aveva sacro il sentimento dell’amicizia. Il 24 gennaio prossimo avrebbe compiuto ottant’anni.
Le esequie si svolgeranno, domattina, in due fasi: alle ore 9, nella chiesa di san Leonardo a Salerno; poi, alle ore 12.00, nella cattedrale di Amalfi.
Giuseppe De Luca non era soltanto un imprenditore di successo, ma un appassionato d’arte, competente e attento, zelante raccoglitore di patrie memorie. In lui c’era uno sviscerato amore per il bello: una particolare sensibilità, rafforzata dall’attaccamento alla propria terra, che gli ha fatto da stimolo e da guida nel collezionare stampe antiche, reperite in lunghi giri per le botteghe d’antiquariato di mezza Europa, e dipinti dei Costaioli e degli altri pittori che hanno attraversato Salerno e la sua provincia, soprattutto la Costiera amalfitana. Questo ha evitato la dispersione e la ‘fuga’ di testimonianze vive e concrete che fanno parte della storia, della tradizione, della cultura del territorio. Un amore trasmessogli dal padre, don Andrea, che nella piccola tipografia di Amalfi, quando egli era ancora un ragazzo, manteneva rapporti molto stretti con intellettuali, pittori, letterati. Basti ricordare che a lui facevano capo, per la stampa, o semplicemente per la fornitura di supporti cartacei, Giovanni Zagoruiko e Basilio Necitailov, i pittori russi esuli rispettivamente a Positano e ad Amalfi, Irene Kovaliska, Domenico De Vanna, artisti locali quali Ignazio Lucibello e Luca Albino.
A quest’ultimo è legato un episodio che ha “segnato” la formazione umana e professionale di Peppino. Risale a quando l’Italia - firmato l’armistizio - appariva divisa in due, economicamente e politicamente.  Le truppe alleate, sbarcate ad Amalfi nel settembre del 1943, avevano fissato il loro “Rest Camp” nell’ex pastificio, sul lungomare. La gente cercava di arrangiarsi come meglio poteva. Tra le tante cose non disponibili sul mercato, i quaderni scolastici. Andrea De Luca pensò che si poteva far fronte a quella mancanza stampandoli. La difficoltà, se mai, era di “inventare” una copertina accattivante e adatta a dei ragazzini. Luca Albino frequentava l’hotel Cappuccini, occupato da ufficiali americani, ai quali vendeva, per poche lire, i suoi luminosi dipinti.  Un pomeriggio, terminato il lavoro, Andrea De Luca lo vide che si stava recando, con la cassetta dei colori in mano, alla fermata dell’autobus per far ritorno a Maiori. Lo indicò a Peppino, che gli era accanto, e gli disse di correre a chiamarlo, perché voleva parlargli. "Ti raccomando – sottolineò –, rivolgiti a lui con rispetto, è un artista". Peppino, di corsa, lo raggiunse e gli trasmise il messaggio: "Professore, mio padre vuole parlarvi". "E chi è tuo padre, che cosa vuole da me?", replicò Albino, un po’ infastidito. Il ragazzo precisò: "Sono il figlio di Andrea De Luca". Il pittore tornò indietro. Don Andrea gli espose la sua idea. Desiderava illustrare i quaderni con immagini ispirate alle favole di Fedro ed Esopo. Qualche giorno dopo Luca Albino portò i disegni in tipografia. I quaderni andarono a ruba.
Quelle parole del genitore:  “Rivolgiti a lui con rispetto, è un artista” Giuseppe De Luca  non le ha più dimenticate. Ne sono prova i rapporti di stima e di viva cordialità che lo hanno legato a Mario Carotenuto, Paolo Signorino, Virginio Quarta, Antonio Petti, Cosimo Budetta, Pietro Lista, Romolo Apicella e tanti altri protagonisti del mondo della pittura e della ceramica. Con lo stesso rispetto, non disgiunto dall’ammirazione, ha sempre accolto  artisti emergenti, svolgendo opera di mecenatismo e di promozione culturale. Ha stampato monografie, cataloghi di mostre e una serie di calendari  che, anno dopo anno, ha rappresentato (e rappresenta) un omaggio doveroso ai protagonisti di una intensa, a volte esaltante stagione d’arte che a Salerno, dalla fine dell’Ottocento, non s’è mai interrotta.
Sigismondo Nastri

domenica 3 novembre 2013

MOSTRA PERSONALE DI DAMIANO DURANTE DAL 16 AL 21 NOVEMBRE A SALERNO



Sabato 16 novembre, alle ore 19.30, presso le Scuderie di Palazzo Genovese in Largo Campo a Salerno, sarà inaugurata la mostra di Damiano Durante "The Last Words". Essa presenta una quindicina di dipinti, tutti ad olio su tela, appartenenti alla produzione iperrealista, per la maggior parte realizzati dall'artista salernitano nell'ultimo anno. 
In particolare, all'inizio del percorso espositivo è collocata una grande tela, di misure davvero inconsuete (180x120 cm), dal titolo "The Last Words" nella quale si vede, in dimensioni quasi pari al naturale, un Cristo contemporaneo e “laico” immaginato su di una croce simbolica di luce. L'autore si è avvalso qui di un disegno rigorosissimo (come testimoniano le fotografie pubblicate in catalogo), e di una tecnica pittorica d'origine antica, di altissimo livello qualitativo, che procede per successive “velature”.
«E poiché al centro del dipinto – scrive  il curatore Marco Alfano  – è l’iconografia tragica, haydniana, delle parole di Cristo sulla Croce, la ricerca pittorica di Durante si colloca in una zona d’ombra, inattuale, dove “l’ultima parola” non è quella dell’arte contemporanea, che impone, con arroganza, qualunque provocazione all’adorazione mediatica nella confusa mescolanza di luoghi comuni e banali, secondo uno “spirito Duchamp” inoffensivo e integrato, prima di tutto dal punto di vista politico, alla società dominata dal denaro, dal marketing e dall'estetica del kitsch. […] L’ultima parola di questo Crocifisso si ferma all’umano, all’assenza di divinità, non perché questa sia “realmente” mancante, ma inconcepibile nel nostro tempo, refrattario a tutto ciò che non è percepito con gli “occhi della carne”, all’estremo sacrificio di Cristo, come a qualsiasi “irruzione del divino nella storia umana” (Agamben). [...] Altre simboliche “nature morte” di Durante, con nudi femminili e maschili contrapposti nei colori complementari, saranno da intendere quale mistero di un’incarnazione non certo sacrale, nella natura ambivalente dell’opera d’arte, considerata stavolta più con l’occhio della carne che con quello della mente, cogliendo l’effimera fragilità del corpo, al momento del suo estremo congedo».
La mostra resterà aperta fino al 21 novembre 2013.

"PRATICARE LA CITTÀ": IL LIBRO DI MASSIMO BIGNARDI SARÀ PRESENTATO A SALERNO GIOVEDÌ 14 NOVEMBRE, NEL "SALONE DEL GONFALONE" DI PALAZZO DI CITTÀ

Dopo Lucca, dove "Praticare la città Arte ambientale, prospettive della ricerca e metodologie d'intervento" (Liguori editore, Napoli) è stato presentato, in una sede prestigiosa - la Fondazione  Ragghianti -, c'era da aspettarsi che l'appuntamento immediatamente successivo per una analisi critica del libro di Massimo Bignardi e per una discussione a tutto campo sui temi, affascinanti nella loro attualità, da lui posti sul tappeto sarebbe stato a Salerno, nella città in cui l'autore ha mosso i primi passi del suo lungo percorso di  storico dell'arte e docente universitario, che lo ha portato prima a Reggio Calabria, poi a Milano, a Napoli e, infine, a Siena sulla cattedra che era stata già del suo maestro, Enrico Crispolti. E sarà proprio Crispolti a trattarne, insieme con Maria Gabriella Alfano, presidente dell'Ordine degli architetti di Salerno,  Franco Purini, dell'Università di Roma-La Sapienza,  Ermanno Guerra, assessore alla cultura del comune di Salerno.
L'incontro è fissato per giovedì 14 novembre alle ore 16.30 nel salone del Gonfalone del palazzo di Città.
Come già ho avuto modo di scrivere, In "Praticare la città"  Bignardi ripercorre le esperienze di due decenni che lo hanno visto partecipe al dibattito storico-critico e progettista di nuovi interventi di arte ambientale: un excursus che va dagli interventi realizzati a Firenze, Milano, Roma, Gibellina e Fiumara d’Arte in Sicilia alle sperimentazioni proposte a Lucera, fino ai progetti didattici per Siena, agli itinerari per la Valdelsa Fiorentina, legati alla produzione delle ceramiche, al Museo diffuso della Costa amalfitana, al Giardino del gigante di Cento (Ferrara), di Lamezia Terme, alla stazione di Mugnano della MetroCampania Nord-Est, ai progetti di città utopiche di Ugo Marano
Esperienze che, per l’autore, hanno assunto i caratteri di un’avvertita identità critica che s’interroga, continuamente, sul “farsi della ricerca" e che affianca una metodologia di operatività ambientale ad un’attenta ricostruzione di eventi e di personalità poco dibattuti, a volte inediti alla storiografia italiana, come è per gli interventi nella Caracas di Villanueva degli anni Cinquanta e Settanta, o nella Barcellona all’indomani della morte di Franco. A proposito della metropoli catalana mi piace segnalare due aspetti del processo di riqualificazione e rinnovamento della città analizzati a fondo da Massimo Bignardi: la volontà di puntare al turismo come elemento principe della economia e il tentativo ben riuscito di "monumentalizzare la periferia", che vuol dire "portare l’arte nelle strade e nelle piazze dei quartieri delle aree metropolitane, il grande 'anello' che circonda il nucleo storico; quartieri che, tradizionalmente, esprimono il disagio sociale e culturale, con spazi mai assurti a dignità di luoghi, ove l’assenza fa da padrona".