mercoledì 18 dicembre 2013

IL MENU DELLA VIGILIA E QUELLO DI NATALE



Nonostante l'aumento del costo della vita, l'atmosfera del Natale ormai si respira a pieni polmoni. Natale è Natale: rappresentato, sì, dal presepe, dall'albero, dal suono delle zampogne, dalle strade illuminate. E mi fermo qui: i botti, no, quelli non li considero elementi della festa e spero che vengano messi definitivamente (e per davvero) al bando. Gli spari richiamano le guerre, le tante violenze sparse qua e là nel mondo. Ma Natale, al di là di quello che rappresenta per noi cristiani, significa soprattutto ricomporre i nuclei familiari, ritrovarsi insieme (cosa che avviene raramente al giorno d'oggi!) intorno a una tavola apparecchiata.  Benedetto, perciò, sia il Natale anche come elemento di aggregazione in questa società disgregata, dominata dall'individualismo e dall'egoismo.
Mi vengono chiesti, come mi capita ogni anno, suggerimenti sui menu della vigilia e della festa.  Menu, ovviamente, ispirati alla tradizione, non quelli imposti dal consumismo. Ripropongo le indicazioni già date in questo mio spazio il 19 dicembre 2007. Repetita iuvant, dicevano gli antichi romani. Ognuno ne faccia l’uso che crede.
Achille Talarico, il medico gastronomo salernitano, ricorda che una volta “la prima grande ricorrenza, quella più cara ai ragazzi, era il Natale, che si preannunciava, in casa e fuori, con grandi preparativi, riguardanti specialmente la confezione dei dolci e degli altri cibi rituali”: zeppole, struffoli, croccante di nocciole, calzoncini con cioccolato e crema di castagne. Che venivano pure scambiati tra parenti e amici, “sotto forma di guantiere e cartocci”.  Oggi si va a comprare tutto dal pasticciere. Una volta – nota Talarico - , dai dolcieri si compravano solo “dolci di pasta reale (di mandorle), mostacciuoli, ‘susamielli’, roccocò e altro, quasi tutti soppiantati, ormai, dall’invadente panettone”. E dall'altrettanto banale pandoro. O tempora, o mores!

Menu della vigilia

Vermicelli con la colatura (cruda o cotta, fate voi. Ho già avuto modo di trattare a fondo l'argomento). Era, almeno da noi, il piatto della vigilia. In alternativa, non mi dispiace di proporre degli spaghetti aglio e olio, con l'aggiunta di una manciata di pinoli e di gherigli di noci tagliuzzati
Broccolone lesso (il broccolo di Natale, per intenderci), condito con olio extravergine d’oliva e succo di limone
Pizzelle di baccalà (un classico), oppure  baccalà a fette,  infarinato e fritto
- Capitone fritto, in scapece (c’è chi non riesce a farne a meno; a me non piace)
- Pesce (dentici, saraghi, marmi, oppure fette di pesce spada, ecc., che in questi giorni hanno prezzi elevati), al forno. L'astice e l'aragosta lasciamoli a chi se li può permettere. Anche un polipo bollito e condito con del buon olio extravergine e una spruzzata di limone può andar bene 
- L’immancabile insalata di rinforzo, preparata con cavolfiore lessato al dente, tagliato a cimette e guarnito con pupacchielle a listarelle, filetti di acciughe, olive nere e verdi, scarola riccia, qualche cappero, il tutto condito con olio extravergine d’oliva e aceto
Frutta fresca di stagione e frutta secca (noci, mandorle, nocciole, le irresistibili castagne del prete di Montella, e poi i fichi del Cilento e quelli calabresi di Colavolpe)
Zeppole, struffoli, calzoncelli dolci, susamielli, mostacciuoli e roccocò.

Menu di Natale

Antipasto con prosciutto, capicollo, soppressata, caciocavallo di Agerola
- Menesta 'mmaretata (che è una bomba nello stomaco). Eventualmente si può sostituire con una altrettanto ottima cicoria in brodo di cappone
- Cannelloni (la tradizione, ripresa in un racconto da Gaetano Afeltra, vuole che siano stati inventati ad Amalfi). In alternativa, lasagna (confesso una mia debolezza:  amo gli schiaffoni  col ragù)
Cappone bollito e passato arrosto con contorni vari (patate, piselli, insalata)
Salsiccia alla brace con i friarielli (broccoli di rape scuppettiati)
Frutta fresca di stagione e secca (ved. menu della vigilia)
- Zeppole, struffoli, calzoncelli dolci, susamielli, mostacciuoli e roccocò.

© MondoSigi 
P.S. Mentre scrivo queste note, penso ai tanti per i quali il Natale rimane un giorno come tutti gli altri. Rivolgo, perciò, un appello alla solidarietà. Sconfiggiamo l'indifferenza!

ANCHE SCALA RICORDA IL SETTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLO SBARCO DEGLI ALLEATI IN COSTIERA




Le manifestazioni di “Natale insieme a Scala” - me ne dà notizia  un comunicato firmato dall'amico Ricciotti Mansi - vedono l’Associazione Pro Loco Scala-Costa d’Amalfi impegnata ancora con il programma “Memoria” per l’ultimo appuntamento di quest’anno, fissato per giorno 20 dicembre, alle ore 18.30, nella chiesa di San Pietro in Campoleone, per rievocare i settant'anni dallo sbarco alleato a Maiori, avvenuto nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943.


Scrive Ricciotti: Nelle mura di quel tempietto di San Pietro, che ci riporta al Beato Gerardo Sasso ed ai fasti della nobile famiglia Trara, vogliamo raccogliere il racconto dei superstiti, che con straordinaria lucidità ci consegnano fatti ed avvenimenti che hanno vissuto da protagonisti e che i testi di storia giammai potranno scrivere. Su un particolare tutti concordano: quella tragica notte il cielo si illuminò come i fuochi di San Lorenzo o di San Pantaleone e la mattina si scoprì che il mare aveva cambiato colore. Era divenuto nero per la sconfinata presenza di navi e mezzi anfibi.

UN'AMALFITANA, LA DOTTORESSA MARIA ROSARIA MAIORINO, A CAPO DELLA QUESTURA DI PALERMO

La dottoressa Maria Rosaria Maiorino - figlia del preside Andrea! - è stata nominata ieri questore di Palermo. Prima donna a ricoprire questo importante e delicatissimo incarico nel capoluogo siciliano. Ma che donna! E, per giunta, un'amalfitana! 
A 58 anni, la dottoressa Maiorino vanta un curriculum a dir poco eccezionale. Entrata in Polizia nel 1979,  ha prestato servizio per 21 anni a Cagliari, di cui 12 come Capo della Squadra Mobile. Arrivò agli onori delle cronache giornalistiche nel 1991 quando guidò una delicata e rischiosa operazione di polizia che pose fine, con decine di arresti,  alle imprese criminali - traffico di droga, omicidi, attentati dinamitardi – della "banda di Is Mirrionis", che terrorizzava la Sardegna. Legato a quella sua esperienza, e agli straordinari risultati conseguiti, ricordo l'articolo che le dedicò un importante magazine. Successivamente ha ricoperto la funzione di Vice questore vicario, a Belluno per tre anni ed a Bolzano per due anni. Nel settembre 2006 è diventata questore di Grosseto, prima donna ad assumere tale funzione. Dal 2010 era  a Foggia. Dovunque ha lasciato traccia indelebile del suo impegno vòlto al rispetto della legalità e alla lotta contro la malavita.
Ricordo che nel luglio 2007 si fece il suo nome come possibile futuro capo della Polizia. In quell'occasione scrissi: "Io non so quanti, ad Amalfi, aprono il loro pc su questo mio blog. Spero che qualcuno ci sia. Vorrei lanciare una proposta all’amministrazione comunale. Nella metropoli lombarda si assegnava (forse lo si assegna ancora, non so) un premio con la motivazione: “Per aver fatto grande Milano”. Lo ebbe il nostro indimenticato Gaetano Afeltra. Il Comune di Salerno ogni anno premia, con una solenne cerimonia, i salernitani illustri. Perché non lo fa anche Amalfi? Il primo di questi riconoscimenti, a mio avviso, potrebbe essere attribuito alla dottoressa Maria Rosaria Maiorino, la figlia del preside Andrea, sulla quale proprio oggi s’è appuntata l’attenzione del Corriere della Sera e di altri quotidiani. Ecco spiegato perché: all’insediamento del nuovo Capo della Polizia, Antonio Manganelli, in sostituzione di Gianni Di Gennaro, il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha espresso il desiderio che la prossima volta al vertice della Polizia venga nominata una donna. Ed ha aggiunto che, già ora, ce ne sono alcune che si distinguono per grandi meriti."
Rilancio quella mia proposta, ponendola all'attenzione di Daniele Milano, giovane dinamico intelligente assessore alla Cultura del Comune di Amalfi (al quale rinnovo gli augburi per il compleanno, che ricorre proprio oggi).
La dottoressa Maria Rosaria Maiorino, con la sua attività, con i suoi successi professionali, onora la città che le ha dato i natali.

martedì 17 dicembre 2013

IN "AMALFI E LE SUE CARTIERE" TERESA AMATRUDA RIPERCORRE LA STORIA DELLA SUA FAMIGLIA E LE VICENDE DELLA FABBRICAZIONE DELLA CARTA AD AMALFI



“Amalfi e le sue cartiere” di Teresa Amatruda, presentato nell’Arsenale di Amalfi il 7 dicembre scorso, è un  bel libro: per la splendida candida carta, prodotta dalla stessa autrice e dalla sorella Antonietta nella loro cartiera, per la elegante impostazione grafica, curata da Cosimo Budetta, per la nitidezza della stampa affidata all’Industria grafica e cartaria De Luca. Ma, soprattutto, e principalmente, per la ricchezza del contenuto: in termini di racconto e di analisi storica.
La cartiera Amaruda in un disegno
di ignazio Lucibello
E’ un lavoro che, sicuramente, nasce da lontano e ha richiesto tempo per arrivare in porto. La pubblicazione, non per caso, è avvenuta in concomitanza col centenario della nascita di  Luigi Amatruda, il papà di Teresa, al quale il libro è dedicato. L’esergo riproduce una frase di Cicerone: “Memoria est thesaurus omnium rerum et custos” (La memoria è tesoro e custode di tutte le cose). Ma è anche – aggiungo citazione a citazione – “l’unico paradiso da cui nessuno ci può scacciare” (Jean Paul).  A essa si affida, innanzitutto, Carlo De Luca che, in una “nota di ricordi”, ricostruisce minuziosamente i rapporti intercorsi tra Luigi Amatruda e suo padre, Andrea De Luca – meglio, tra la famiglia Amatruda e la famiglia De Luca – sotto l’aspetto umano e quello  commerciale. La carta, straordinariamente bella, della vecchia cartiera riusciva a diventare oggetto d’arte dopo che vi venivano impressi i caratteri a stampa nella tipografia De Luca per dar vita a pubblicazioni che, ancora oggi, sono ricercatissime sul mercato antiquario. Come il “De bibliotheca” di Umberto Eco, che fece dire allo scrittore: “Non ho mai avuto un libro stampato in modo così eccezionale!”. O quelli della “collana del forese”, ideata da Giuseppe De Luca: dalla “Canzone del Guarracino” a “Pesci e piatti di pesce”.
Teresa Amatruda parte da un tema spinoso: le origini del fabbricar carta ad Amalfi. Quando, come, dove. Sfuggendo, intelligentemente, la querelle della primogenitura nei confronti di altri luoghi, vedi Fabriano. Se ne discuterà l’anno prossimo quando Amalfi ospiterà, come mi ha riferito Angelo Tajani, altro epigono di un'antica stirpe di cartari, il convegno degli storici della carta. 
Teresa, attraverso la consultazione diretta dei documenti d’archivio, a cominciare da quelli conservati in famiglia, traccia una mappa completa delle cartiere operanti nei due siti in cui è ripartita – il Chiarito di sopra e il Chiarito di sotto – la cosiddetta Valle dei Mulini. E ne ricostruisce le vicende storico-economiche, compresi i passaggi di proprietà, dal XVIII secolo a oggi. Con una particolare attenzione a quelle situate a monte della Cartiera Grande, ormai ridotte a ruderi.
La seconda parte del libro è dedicata agli Amatruda, con una doverosa duplice sottolineatura: “amalfitani” e “cartari”. Ne ripercorre le origini, le vicende, la genealogia. Per far capire che la loro è una storia strettamente legata alla città e a questo tipo di attività, sopravvissuta persino alla seconda guerra mondiale, ma inesorabilmente compromessa – e sembra davvero un controsenso – dal boom economico degli anni sessanta. “I gravi problemi legati al trasporto della materia prima e del prodotto finito – scrive Teresa Amatruda, – unitamente al deterioramento dei fabbricati stessi e all’usura dei macchinari, costringono i fabbricanti a chiudere i loro opifici: i primi ad abbandonare l’attività saranno quelli della Ferriera, penalizzati fortemente dal trasporto unicamente a spalla”. Tra loro, Francesco Imperato, che andò ad impiantare un nuovo stabilimento a Palermo. Nel fondo valle, dopo la chiusura della cartiera di Umberto Dipino, il quale  si trasferì a Napoli, rimasero in funzione solo due cartiere: quella di Nicola Milano, poi trasformata in Museo, e quella di Luigi Amatruda; altre tre, ex proprietà Dipino, furono date in gestione a maestri cartai lavoranti in proprio: Raffaele Anastasio (ex cartiera G. Imperato), Antonio Cavaliere (ex cartiera A. Dipino) e Andrea Cretella (ex cartiera A. e G. Dipino).  Ma tutte, dopo qualche tempo, chiusero i battenti. Ultima, quella tenuta da Cavaliere, che ha funzionato fino all'inizio del 2000.  
Tenace, caparbio, aggrappato alle radici come la Rossella O’Hara di “Via col vento” lo era a Tara, don Luigi Amatruda si rimboccò le maniche e nel 1963 avviò la produzione di fogli da lettera e da stampa. Con difficoltà, sacrificio di lavoro e di risorse, apportando via via i necessari adeguamenti tecnologici ai vetusti impianti, senza tuttavia stravolgere l’artigianalità del prodotto. 
Luigi e Rosa Amatruda
Fu l’inizio del successo della cartiera Amatruda, riconosciuto in tutto il mondo, apprezzato da editori  e artisti.
Colpito, però, da un male incurabile, egli venne a mancare nel giugno del 1979. Sembrava che il suo sogno, la sua utopia, si fossero bruscamente, e dolorosamente, interrotti. Invece, la moglie Rosa, dapprima, e poi le figlie, hanno voluto continuarne l’opera. Per onorarne la memoria. Lo hanno fatto, lo stanno facendo, con la stessa tenacia,  la stessa caparbietà,  la stessa forza morale del genitore.
Mi trovavo proprio di fronte alla cartiera Amatruda, l’altra sera, per una rimpatriata con un gruppo di ex alunni. E guardando quell’edificio, che cavalca il torrente, lì, nel cuore della valle che era (è) anche la “mia” valle, per esserci nato e cresciuto, mi veniva spontaneo pensare a Via col vento: là dove Rhett Butler (Clark Gable) dice a Rossella O’Hara:  “Trai la tua forza da questa terra, da Tara. Tu ne sei parte ed essa è parte di te”. 
Mi rallegro, perciò, con Teresa Amatruda e formulo a lei e alla sorella Antonietta i migliori auguri perché la loro impresa raggiunga traguardi sempre più prestigiosi e gratificanti. Di riflesso, se ne gioverà Amalfi.