giovedì 10 marzo 2016

LA CUCINA DI PASQUA

Nell’avvicinarsi della Pasqua, ripropongo questo scritto già pubblicato il 26 marzo 2013

Pasqua ha rappresentato sempre un grande appuntamento conviviale. Tanto più che s’usava benedire la mensa. Avviene ancora in molte case. Ci si reca in chiesa, la mattina, a prelevare l’acqua santa. E con questa,  intingendovi un rametto d’ulivo, dopo un momento di preghiera, il capo famiglia, all’inizio del pranzo, asperge la tavola imbandita e gli stessi commensali. Lo faceva mio padre, cerco di tener viva la tradizione.
Per la scampagnata – che ora si chiama picnic - c’è la Pasquetta (’o pascone), il giorno dopo, ed è quasi una riconquista della libertà.  Ci si portava dietro, ai miei tempi, una grossa fetta di gattò di patate, farcito con salame, formaggio, mozzarella, o una frittata di maccheroni.
Con una esplosione di profumi e sapori, Pasqua segna la conclusione della quaresima, iniziata all’indomani dell’ultimo martedì grasso: un periodo di preparazione durato quaranta giorni (quarantaquattro, con le domeniche) caratterizzato da penitenza e digiuno, che cessa con la resurrezione di Gesù.  E siccome coincide col periodo in cui si ammazzano i maiali, ecco che nel menu la carne suina la fa da padrona. Sotto forma di fellata  (sopressate e capicolli), che si abbina al casatiello (tortano di pane con sugna e cicoli, decorato con uova intere, cotte anch’esse in forno), alla ricotta salata ’e Montella (si fa per dire, ora la producono in Sardegna) da gustare insieme alle fave fresche, primizia di stagione. Poi c’è la menesta maretata, che a Napoli, in epoca borbonica, chiamavano anche menesta cu no palmo 'e grasso: un trionfo di verdure, calate in un brodo nel quale si son messe a cuocere parti meno nobili del maiale, ma dal sapore intenso: insaccati - pezzente, annoglie -,  cartilagini e ossi tenuti in salamoia.
Questo, senza rinunciare al primo piatto – maccheroni al forno o  conditi con ragù di carne (col ragù si sposano a meraviglia i ricci furetani) – e al capretto (in costiera preferito all’agnello) contornato da patatine novelle. A proposito: le statistiche ci dicono che ogni anno due milioni di agnelli vengono uccisi, nel periodo pasquale, per finire sulle tavole degli italiani. Mi associo a quanti chiedono che venga fermato questo massacro. Prometto che sarò il primo a rinunciarvi. 
Dulcis in fundo, i dolci: il casatiello dolce, sormontato dalla pecorella di zucchero o marzapane, e soprattutto  la pastiera, dal profumo inebriante di cedro e fiori d’arancio. Rigorosamente di fattura domestica, con quel tocco personale che la distingue dalle altre.

Una grande abbuffata? No, semplicemente il trionfo del gusto e dello stare insieme perché – recita un antico detto, e vale specialmente per i giorni di festa – “chi magna sulo s’affoca”.
© Sigismondo Nastri

sabato 5 marzo 2016

MARTEDI' 8 MARZO, 40° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALFONSO GATTO. IL MIO RICORDO DEL GRANDE POETA SALERNITANO

Martedì 8 marzo ricorre il quarantesimo anniversario della morte di Alfonso Gatto. Voglio qui ricordarlo non solo come poeta, lieto di aver intrapreso - da direttore di èCostiera - una battaglia vincente quando si temette che la Mondadori volesse mandare al macero i suoi libri rimasti invenduti, ma anche come uomo: era buono, sensibile, generoso, paziente. 
Lo  incontrai, la prima volta, il 9 ottobre 1966 nella sala interna del Gran Caffè ad Amalfi. Fu l'avvocato Alfonso Iovane, che era stato suo compagno di scuola, a presentarmi a lui. In un'altra occasione, sempre l'avvocato Iovane, gli disse che scrivevo poesie e gli chiese se potevo portargliele a leggere per avere un suo giudizio. Gatto m'invitò ad andare a Conca dei Marini, dove stava trascorrendo la vacanza in una casa messa  a sua disposizione dal parroco di san Pancrazio don Antonio Acampora. Ci andai nel pomeriggio del 7 agosto 1967. Si prese cura, pazientemente, di scorrere tutti i fogli dattiloscritti, raccolti in una cartella, e di darmi - di volta in volta - il suo giudizio sulle "cose" da me scritte: "questa sì, questa no". 
Fu quell'incontro che mi spinse a dare alle stampe, nel 1970,  la breve raccolta che chiamai Acquamorta.

Ripropongo qui due scritti, pubblicati su mondosigi nel 2007 (ma anche su altri organi di stampa), relativi ai poemetti che il poeta salernitano dedicò rispettivamente a John Kennedy e a Yuri Gagarin.


L’OMAGGIO DI ALFONSO GATTO A JOHN KENNEDY
"LA ROSA DEL PRESIDENTE", UN POEMETTO DEL GRANDE POETA SALERNITANO DEDICATO AI FIGLI DEL PRESIDENTE ASSASSINATO A DALLAS

Pubblicato su un periodico nel novembre 1964, poi, inspiegabilmente, è stato ignorato (o dimenticato) dagli studiosi di Gatto e dallo stesso curatore della raccolta delle sue poesie, edita di recente dalla Mondadori. Ho ritrovato, per caso, questo testo tra vecchie carte e ne ho dato notizia questa mattina sul "Salernitano".
Alfonso Gatto dedicò a Caroline e “John John” Kennedy, i figli del presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas il 22 novembre 1963, un poemetto, che fu pubblicato nella ricorrenza del primo anniversario del tragico evento. Mi sorprende il fatto che non abbia lasciato traccia. Neppure nella recente riproposizione dell’opera poetica di Gatto, curata da Silvio Ramat per gli Oscar Mondadori. Credo che sia sfuggito a tutti gli studiosi del poeta salernitano. Lo stesso Francesco D’Episcopo, a quanto mi risulta, non ne ha mai parlato. 
John Fitzgerald Kennedy, nato il 29 maggio 1917, aveva solo quarantacinque anni quando fu colpito a morte dal colpo di fucile sparatogli alla nuca da Lee Oswald. La sua presidenza, durata mille giorni (era stato eletto il 20 gennaio 1961), fu caratterizzata dall’impegno contro ogni discriminazione razziale e, sul piano internazionale, da una linea nello stesso tempo decisa e morbida, come dimostrò la gestione della crisi con l’Unione Sovietica, provocata dalla scoperta delle rampe di missili nucleari a Cuba nel 1962. 
Una circostanza fortuita mi ha consentito di recuperare “La rosa del presidente” tra mie vecchie carte. E’ un testo non solo di straordinaria bellezza stilistica ma di forte contenuto, che testimonia la particolare sensibilità del nostro poeta. Sarei tentato di accostarlo ai “Sepolcri” di Foscolo. “Kennedy – afferma Gatto – è morto ucciso dalla spina / della sua rosa, della sua speranza, / della sua luce. O tenebra del mondo / in quella sera che ci parve chiusa / dal silenzio ostinato del suo nome. / Si velava di pioggia la distanza / del tempo in ogni luogo, era l’accusa / della colpa comune, e dire ‘come?’, / ‘perché?’, sembrava chiedere al profondo / dissenso che ci unisce la ragione / della sua vita necessaria a tutti, / agli innocenti, ai giusti, a chi ripone / dentro la terra il seme dei suoi frutti”. 
In ottantaquattro versi endecasillabi Alfonso Gatto ci offre questa triplice suggestiva descrizione di John Fitzgerald Kennedy: Un presidente giovane che “ha nel viso / la sua pensosa libertà, vi spazia / nuove frontiere, si rifiuta al torto / di patteggiare col terrore. E’ sorto / dal cipiglio dei dèspoti il sorriso / di quest’uomo gentile che ringrazia / col suo stupore d’essere mortale / come il negro che lustra il grattacielo / o l’operaio che raschia dentro il gelo / le rotaie di ferro. Ha il bene e il male / dell’uomo medio che a se stesso uguale, / sempre diverso, è intento alla misura / d’andare oltre il suo segno, ancòra al segno / dell’uomo e al pianto della sua sventura”. Un presidente giovane, indifeso, che “è nella vita che non ha paura / d’essere vita. Il bene gli è proteso / dallo sguardo di tutti, le parole / gli scoprono le cose, questo sole / d’intorno è lieto, trepido d’umani / occhi, di facce in corsa, di lontani / clamori, d’ogni mano, d’ogni testa / che si levi a mostrargli com’è desta / l’ansia spiegata a correre dal seme / della giustizia: vento e campo insieme / la parola sicura che contesta / d’uguale forza l’urlo che più teme”. Un Presidente giovane che “ha nel viso / la sua pensosa libertà, la mite / tenacia che non cede: il suo sorriso / è lo sgomento che per tante vite / la pace sia sospesa a questa guerra / deflagrante nel nulla, alla cometa / del suo rapido cenno. / Se reclina / il capo è per l’orrore che la terra / è morta il giorno in cui sembrava lieta”. 
© Sigismondo Nastri (da mondosigi.com, 12.6.2007)

UNA POESIA DI ALFONSO GATTO PER YURI GAGARIN (L’HO RITROVATA TRA VECCHI GIORNALI INGIALLITI)
Sfoglio, con la curiosità della prima volta, le mie vecchie carte: pagine ingiallite di giornali ovviamente già lette, e tenute poi da parte per decenni, e trovo che esse mi riservano straordinarie sorprese. Dopo “La rosa del Presidente”, della quale ho già avuto modo di occuparmi, ecco che viene fuori un’altra poesia di Alfonso Gatto ugualmente sfuggita all’attenzione degli studiosi. Nemmeno di questa trovo traccia nel volume “Tutte le poesie”, a cura di Silvio Ramat, edito da Mondadori, che pure si propone di offrirci una “rilettura integrale” della produzione in versi del nostro grande poeta. Titolo: “Giorno di festa per Yuri”, che, lo si comprende bene, è Gagarin. Gatto la scrisse il 29 marzo 1968, due giorni dopo la sua tragica fine. Yuri Gagarin aveva trentaquattro anni. Sette anni prima, il 12 aprile 1961, aveva compiuto un volo di 108 minuti nello spazio, consacrandosi “Icaro redivivo”. Era partito alle ore 9,07 di Mosca dal cosmodromo di Baikonur, a bordo di una navicella, la Vostok 1, del peso di 4,7 tonnellate, compiendo un’intera orbita ellittica intorno al nostro pianeta a una distanza massima di 344 chilometri (apogeo) e minima di 190 chilometri (perigeo). Da lassù la Terra, vista attraverso l’oblò, gli apparve “blu… bellissima”. Il rientro fu guidato da un computer controllato dalla base spaziale. La capsula frenò la sua corsa con l’accensione dei retrorazzi e, all’altezza di settemila metri, Gagarin fu espulso dall’abitacolo e paracadutato al suolo, nei pressi della città di Takhtarova. Erano le 10,20, ora di Mosca.
Fu, quello, un avvenimento di alto valore scientifico, che aprì la strada alla conquista dello spazio, ma anche di grande significato politico. E se servì all’Unione Sovietica per dimostrare che era all’avanguardia in questo campo, spinse gli Stati Uniti ad accelerare i propri programmi, tanto che appena otto anni dopo, il 21 luglio 1969, Neil Armstrong, partito dalla base del Kennedy Space Center, in Florida, a bordo dell’Apollo 11, insieme con Michael Collins ed Edwin Aldrin, potè muovere il primo passo sulla superficie della Luna.
Gagarin morì il 27 marzo 1968 mentre era in volo a bordo di un Mig 15 – un caccia da addestramento – insieme con un esperto collaudatore. Le circostanze dell’incidente non sono state mai chiarite. Si parlò di un guasto, si disse che i piloti non avevano avuto il tempo di lanciarsi dall’aereo, perché preoccupati di non farlo cadere in zone abitate.
Le ceneri di Gagarin furono collocate in un loculo scavato nelle mura del Cremlino, privilegio riservato agli eroi dell’Urss. “Un poeta non crede alla tua morte”, canta Alfonso Gatto. “Un poeta non sceglie per te le sue tristi parole, / la sua tristezza che non è finita / e che del mondo intende la sorte”. E aggiunge: “A noi resta il tuo nome, / col tuo nome chiameremo il domani, / le navi le piazze, la via / di casa: t’indicheranno le mani. / Sarai notizia, domanda, il dove, il come / dell’avventura che si dà ragione. / Saremo detti vissuti nell’ora tua / e della tua giovane vita / […] / Ti porteremo le cose buone, / i dolci frutti, l’ingenua terra che scava / la sua fatica, ti porteremo l’ava / che ride, il bambino che sgambetta, / la tua Russia fiorita. / Sarai dovunque libertà che aspetta / e la speranza che semina il cielo”.
© Sigismondo Nastri (da mondosigi.com, 1.7.2007)

venerdì 4 marzo 2016

ADDIO, PICCOLA LILLI


Dino Buzzati, nella prefazione al libro di Enzo Grazzini "Anche per i cani un paradiso", rileva che l'amore senza riserve e spesso disperato del cane verso l'uomo "è uno dei fenomeni più commoventi ma soprattutto più misteriosi che avvengano quotidianamente sulla Terra". Chi non ha mai avuto un cane forse stenta a crederci, ma è proprio così. 
Un cane che ti ha fatto compagnia per dieci o dodici anni, ti ha rallegrato, ti ha consolato, ti ha amato, quando poi se ne va ti dà il solo dolore che in tutta la sua esistenza non è riuscito a evitarti: quello di morire. Fu così per Bouchon, poi per Sherry, oggi per Lilli. Anche lei riposerà nel giardino di Benincasa. Due mesi fa la diagnosi, attraverso la Tac, di un terribile male. Poi il tracollo, inesorabile, giunto stamane all'epilogo. 
Non ho parole per esprimere la mia tristezza. Faccio ricorso, perciò, a Grazzini: "Mi piacerebbe molto che anche gli animali avessero un loro paradiso... specialmente i cani: perché non riesco a convincermi (e posso anche essere in errore) che la loro fedeltà, la loro mansuetudine, il loro spirito di sacrificio, le loro rinunzie, i loro altruismi, siano tutte cose legate all'istinto. Negli occhi di un cane... io vedo sempre una luce che mi fa pensare, non al suo istinto, ma alla sua anima. Mi piacerebbe molto, ripeto, che i cani avessero un loro paradiso. Mi auguro che questa non sia giudicata un'eresia". Victor Hugo si domanda: “Se guardi negli occhi il tuo cane, come puoi ancora dubitare che non abbia un’anima?”. La risposta la prendo in prestito da Mark Twain: "In Paradiso si entra per favoritismo. Se si entrasse per merito, tu resteresti fuori ed il tuo cane entrerebbe al posto tuo."
Riposa in pace, carissima indimenticabile Lilli.

mercoledì 24 febbraio 2016

TRAMONTI



TRAMONTI

Dal valico di Chiunzi alle Ferriere
volgo lo sguardo alle montagne intorno
recuperate al verde dopo i fuochi
criminali della passata estate.

È un incanto osservare i castagneti
tornati rigogliosi nelle forre,
su precipiti selve profumate
di mortella corbezzolo lavanda.

Scende la strada nel dolce pendio
tra pergole vetuste di tintore
che alla vendemmia ci daranno vino
aspro corposo dal sapore schietto

com’è la gente qui, gente sincera
che conosce il sudore e la fatica,
il peso d’andar via da questa terra
a cercare fortuna. E ci riesce.

                          © Sigismondo Nastri

sabato 20 febbraio 2016

LA MORTE DI UMBERTO ECO. TRA I SUOI LIBRI, "DE BIBLIOTHECA", PUBBLICATO NEL 1982 DAI FRATELLI DE LUCA SU CARTA A MANO DI AMALFI

Ieri sera, a 84 anni, se n'è andato Umberto Eco. La notizia l'ho appresa da un telegiornale - credo su Canale 5 - prima di andare a dormire. E mi ha colpito profondamente. Come scrive Claudio Gerino su Repubblica.it,  "il mondo perde uno dei suoi più importanti uomini di cultura contemporanei e a tutti noi mancherà il suo sguardo sul mondo"
"Ci mancheranno la sua scrittura e la sua voce, il suo pensiero acuto e vivo, la sua umanità", ha sottolineato il presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi

Io voglio ricordare qui Umberto Eco non per le sue due opere di maggior successo, Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault, ma per un volume - De Bibliotheca - stampato nel gennaio 1982 da Fratelli Giuseppe e Carlo De Luca, "in mille copie numerate a macchina su carta al tino della Cartiera di Ferdinando Amatruda", impresso nella stamperia accanto agli antichi arsenali di Amalfi. "E' il più bel libro che abbia mai pubblicato" dichiarò l'autore appena lo ebbe tra le mani. Un giudizio confermato quando Peppino De Luca andò a salutarlo in occasione di una sua venuta, per una conferenza, alla Biblioteca nazionale di Napoli. C'ero anch'io quella sera.
De Bibliotheca reca la prefazione di un caro amico, Pierino Florio, all'epoca direttore della Biblioteca Sormani a Milano: uno di quegli amalfitani che col proprio lavoro, il proprio ingegno, il proprio attaccamento alla terra d'origine, rappresentano il fiore all'occhiello di Amalfi in Italia e nel mondo.

domenica 14 febbraio 2016

BUON SAN VALENTINO A TUTTI

Buon San Valentino a tutti gli innamorati. A tutti, perché è l'amore che ci aiuta a vivere. L'amore - voglio dire - forte, gridato, anche sofferto, combattuto, vissuto. Perché "l'amore inespresso - ricorda un poeta inglese, George Herbert* - è come il vino tenuto nelle bottiglie: non placa la sete". 
*George Herbert (1593 - 1633)


PE’ TE AMMORE MIO


So’ghiuto ô mercato ‘e ll’aucielle
E aggio accattato aucielle
Pe’ te
Ammore mio
So’ ghiuto ô mercato d’ ‘e sciùre
E aggio accattato sciùre
Pe’ te 
ammore mio
So’ ghiuto ô mercato d’ ‘e ferrare
E aggio accattato catene
Catene pesante 
Pe’ te
Ammore mio
Po’ so’ ghiuto ô mercato d’ ‘e schiavuttielle
E t’aggio cercata
Ma nun t’aggio truvata
Ammore mio.
                                                                                    Jacques Prévert
(© traduz. Sigismondo Nastri)

giovedì 11 febbraio 2016

A TUTTI QUELLI CHE SI AMANO, IL MIO REGALO DI SAN VALENTINO

CHIST’AMMORE

Chist’ammore
Accussì arraggiuso
Accussì delicato
Accussì dóce
Accussì scunfurtato

Chist’ammore
Bello comme ’o juorno
’Nfamo comme ’o tiempo                               
Quanno fa maletiempo

Chist’ammore accussì overo
Chist’ammorre accussì bello
Accussì felice
Accussì allero
Accussì arriffabile
  
Ca tremma ’e paura comme a nu ninno dint’ ’o scuro

Accussì sicuro ’e isso
Comme a n’ommo abbasato int’ ’a nuttata

Chist’ammore ca metteva paura a ll’ate
Ca ’e faceva parlà’
Ca ’e faceva addeventà’ janche janche

Chist’ammore tenuto d’uocchio
Pecché nuje ’o tenévemo d’uocchio

Secutato sfreggiato scarpesato jettato niàto scurdato
Pecché nuje l’avimmo secutato sfreggiato scarpesato jettato
Niàto scurdato
Chist’ammore chìno chìno
Ancora accussì vivo
E vasato d’ ’o sole

È ’o tujo

È ’o mio

È chillo ca è stato

’Sta cosa sempe nova
E ca nun è maje cagnata

Verace comme a ’na chianta                     
Tremmante comme a n’auciello
Càvera e viva comme a ll’està

Nuje putimmo tutt’ ’e dduje                                  
Jì e venì’
Nuje putimmo scurdà’
E po’ nce addurmì n’ata vota

Scétarce suffrì’ addeventà’ viecchie
E po’ piglià’  suonno

Sunnà’ ’a morte                         
Nce scetà’ fa’ na resella e rìrere
E turnà’ a essere giùvene
Ll’ammore nuosto rummane llà

Canzirro
Vivo comme ’o gulìo
’Nfamo comme ’a memoria
Abbunàto comme ’a nustalgia
Doce comme ’o ricordo
Friddo comme ’o màrmulo
Bello come ’o juorno
Dilicato comme a nu nennillo

Nce guarda cu nu pizzo a rriso
E nce parla senza dìcere niente
E io ’o sto a sentì’ tremmanno

E allucco

Allucco pe’ te

Allucco pe’ me

Te sùppreco

Pe’ te pe’ me pe’ tutte chelle ca se vonno bene
E che se so’ vulute bene

I’ nce l’allucco
Pe’ te pe’ me e pe’ tutte ll’ate
Ca manco ’e saccio

Rummane llà
Addò staie
Llà addò stive na vota
Resta llà
Nun te mòvere
Nun te ne jì

Nuje ca simmo vulute bene
Nuje t’avimmo scurdato
Tu nun te scurdà’ ’e nuje

Nun ténevemo ca a te ncopp’ a ’sta terra
Nun ce lassà’ a murì’ ’e fridde

Luntano sempe cchiù luntano
E nun ’mporta addò
Dàcce nu segno ’e vita

Assaie cchiù tarde addò sta nu spìcolo ’e vuosco
Dint’ ’a furesta d’ ’a memoria
Aìzete all’intrasatto
Stiénnece ’a mano
E pòrtace ’nsarvamiento.
                                                 Jacques Prévert


(© traduzione di Sigismondo Nastri)