venerdì 9 giugno 2017

IL RAVELLO FESTIVAL FESTEGGIA ALLA GRANDE IL SUO 65° COMPLEANNO

Mamma mia che programma, quest’anno, al Ravello Festival! A scorrere il comunicato stampa, inviatomi dal collega Antonello De Nicola, mi vengono già i brividi. Ecco, dico io, come si fa a conciliare un turismo che trae linfa da manifestazioni di così alto livello con quello delle escursioni mordi e fuggi, del traffico selvaggio, delle paninoteche e dei cuoppi? Possibile che non si riesca a definire una politica di sviluppo armonico delll’intero territorio della Costiera? Ma chiudo qui il discorso, se no mi arrabbio. Torno quindi alla kermesse nella Città della musica.
n momento della presentazione della manifestrazione
Il Ravello Festival – leggo nel comunicato, diramato dopo la presentazione ufficiale, avvenuta a Napoli - «festeggia il suo 65° con un cartellone di qualità che mette insieme passato e futuro, che dà spazio, come sempre, alla grande musica "nel rapporto tra silenzio e spazio” ma che coglie anche le nuove sensibilità culturali del tempo contemporaneo che invocano pace, ponti e dialogo, senso di comunità e abbattimenti di vecchi e nuovi muri».
Inaugurazione il primo luglio con un concerto tutto wagneriano diretto dalla bacchetta di Adam Fisher, in collaborazione con uno dei più prestigiosi Festival dedicati al maestro di Lipsia come quello di Budapest. A salire sul Belvedere di Villa Rufolo, l’Hungarian Radio Symphony Orchestra.
Il 5 agosto sarà la volta Philarmonia Orchestra, diretta dal finlandese Esa Pekka Salonen, uno dei più prestigiosi direttori oggi sulla scena mondiale, tra i più innovativi anche per la capacità di convertire l’ispirazione con i nuovi strumenti digitali.
Dal gelo della Siberia, dove trova ispirazione con la sua MusicAeterna, arriva un altro straordinario talento: il “ribelle della classica”, greco di nascita e russo di formazione, Teodor Currentzis (30 agosto). Da Mosca anche il metropolita di Volokolamsk, Ilarion Alfeev, uomo chiave del dialogo interreligioso della chiesa russa e compositore di musica sacra, che dirigerà l’Orchestra Filarmonica Salernitana “Giuseppe Verdi” (30 luglio), Orchestra che, affidata al direttore Oleg Caetani,  si esibirà anche nel tradizionale Concerto all’Alba (11 agosto).
Altri grandi interpreti: Kent Nagano. il maestro che passa da Mozart a Frank Zappa), e la Dso di Berlino (9 luglio) con lo straordinario violino di Arabella Steinbacher; la Rotterdams Philharmonisch Orkest con il suo nuovo direttore stabile Lahav Shani, non ancora trentenne (19 agosto); la Asian Youth Orchestra diretta da James Judd e con un solista di assoluto prestigio come Vadim Repin (25 agosto); il Chicago Children's Choir, uno dei migliori cori giovanili del mondo, diretto da Josephine Lee (12 luglio).

Da segnalare il ritorno a Ravello di Martha Argerich, la pasionaria del piano, con la Franz Liszt Chamber Orchestra diretta da Gábor Takács-Nagy (8 luglio), e di Philip Glass che salirà sul palco in un concerto per tre pianoforti (compagni di viaggio: Dennis Russell Davies, Maki Namekawa) in occasione dei suoi ottanta anni (14 luglio.
Immagine d'archivio: concerto a Villa Rufolo
C’è ancora spazio in questo mondo per inseguire i sogni, per rivendicare il pane ma anche le rose come (marxianamente) si ripete nel film di Ken Loach che dà il titolo al balletto del 29 luglio de Les Italiens de l'Opéra de Paris: una compagnia appena nata, sotto la guida di Alessio Carbone che porterà a Ravello un progetto in prima assoluta in coproduzione con il museo dell’immigrazione di Parigi.
Il cartellone tersicoreo di quest’anno sceglie di attraversare i muri, contro le barriere della diversità, del razzismo, delle differenze. Muri come quelli che simbolicamente saranno abbattuti il 2 luglio a Villa Rufolo sulla musica leggendaria dei Pink Floyd dalle stelle dell’American Ballet con una coreografia di Karole Armitage impreziosita dalla partecipazione straordinaria in live painting dell’artista Francesco Clemente e della moglie, Alba Primicerio, amalfitana, mia carissima amica di un tempo lontano,  che condivide per la prima volta una produzione con il marito. Anche questa una creazione prodotta per il Ravello Festival
Al tema del transito, della fuga, dell’accoglienza è anche dedicata l’esposizione dello stesso Clemente che porta a Ravello le sue tende declinate come simbolo e “luogo artistico” di rifugio e migrazione.
Grande attesa l’11 luglio per Marie Chouinard, nome imprescindibile della danza canadese e prioritario per la danza contemporanea tutta, che porterà a Ravello una rivisitazione di uno dei suoi capolavori, Le sacre du printemps, tribale, primordiale e spirituale al tempo stesso, sulla musica di Stravinsky.
La direttrice della Biennale danza anticiperà il gigante della danza israeliana, Ohad Naharin (19 luglio), coreografo tra i più celebri e immaginifici: cresciuto in un kibbutz della Galilea a fianco del suo gemello, affetto da autismo per il quale 'inventa' un vero e proprio linguaggio del corpo, il metodo Gaga. Naharin ci consegna l’utopia concreta dell’ispirazione a stare meglio al mondo ascoltando il proprio corpo.

Per la formazione anche quest’anno si replica con il progetto “Abballamm’!” che prevede laboratori in residenza condotti da  coreografi ospitati al festival, quest’anno in partnership con l’Accademia di Danza e Sareyyet Ramallah/Palestine International Award for Excellence and Creativity. Ravello farà anche il miracolo di avere sullo stesso palcoscenico israeliani e palestinesi.
Infine le incursioni jazz: sul Belvedere di Villa Rufolo la già annunciata leggenda Wayne Shorter con l’ormai consolidata formazione formata da Danilo Perez, John Patitucci e Brian Blade (16 luglio); in cartellone le trombe di Enrico Rava (anche la storia di quest’ultimo è una storia di emigrazione cercata per inseguire il sogno della musica) e del polacco Tomasz Stanko, tra i grandi padri del jazz europeo dalle assonanze impressionanti, con le loro fughe nell’informalità (23 luglio). Poi due nomi femminili: il 5 luglio la vocalist afroamericana Dianne Rives, considerata una delle più importanti interpreti femminili di jazz del nostro tempo, una “cantante diversa”, la definisce il musicologo Stefano Zenni. L’8 agosto arriverà Roberta Gambarini, “l’erede di Ella Fitzgerald” secondo la definizione che ne ha dato il Boston Globe. Partita da Torino, nel rinascimento del jazz italiano che sono gli anni Ottanta è oggi un riferimento della vocalità statunitense. A Ravello si esibirà con il Salerno Jazz Collective. un’esperienza del tutto nuova, creata appositamente per il Festival. A capeggiarla Sandro Deidda, con il quale la Gambarini, oltre a percorrere il consolidato repertorio di standard, affronterà anche pagine non strettamente jazz, tra cui gli amati Piazzolla e Morricone.
Da segnalare il progetto per Ravello “Petra” e Al Amal” di Luca Aquino con la Jordanian National Orchestra’s Ensemble (26 agosto) che servirà a lanciare un messaggio di speranza a difesa del patrimonio culturale mondiale (Al Amal in arabo “la speranza”) secondo la campagna Unesco #Unite4Heritage.
Per le arti visive oltre alla mostra di Francesco Clemente è previsto un soggiorno d'artista con Mostra di un altro grande artista italiano, Sandro Chia.
Infine un’incursione pop nel programma. Il 4 agosto appuntamento speciale con un concerto unplugged di Antonello Venditti.

E’ tutto, e non mi pare poco. Complimenti vivissimi.

giovedì 8 giugno 2017

L’OBSCURITÉ DANS L’ÂME

L'aube d'un nouveau jour
filtre une lumière aveuglante
à travers les volets mi-clos
mais n’allume pas l'obscurité
qui m’est entréè dans l'âme.
© Sigismondo Nastri, 8.6.2017

mercoledì 7 giugno 2017

A TRAMONTI, 3° MEMORIAL "FRANCO AMATO E GIANLUCA SIGNORINI"

Venerdì 16 giugno prenderà il via il 3° Memorial “Franco Amato e Gianluca Signorini”, con il Convegno “Sport, diritto e innovazione”, che si terrà nella splendida cornice del Chiostro del Convento di San Francesco: a Mario Amodio, giornalista de Il Mattino, sarà affidata l’introduzione della kermesse coordinata dal giornalista Rai Enrico Varriale.
La macchina organizzativa è a lavoro per raccogliere le adesioni di personalità ed esperti sia in ambito tecnico che sportivo: presenze sicure saranno il calciatore Andrea Signorini, figlio del compianto Gianluca, e Alessandra Borgonovo in rappresentanza della Fondazione Stefano Borgonovo Onlus. Altri arrivi importanti: Gianni Rivera, vincitore dell’edizione 2017 del Premio “Un uomo, un capitano”, Massimo Taibi, Roberto Breda, Gigi Pavarese e altri.
Ricco il programma di quest’anno: sabato 17 giugno 2017, dalle ore 16.00 alle ore 20.00 ci sarà il quadrangolare tra la squadra dei giornalisti sportivi salernitani, lo sport club 85 Tramonti, la compagine degli avvocati e dei magistrati e la squadra del Capitano. Si continuerà con la sfida, alle ore 20.15, tra le Rappresentative di calcio femminile. Non ci sarà solo il calcio giocato, ma anche momenti di puro spettacolo con le esibizioni di danza e di ginnastica artistica e l’intervento dell’attore e regista Roberto Ciufoli.  A conclusione della serata, inoltre, un percorso enogastronomico con musica dal vivo.
L’Associazione “Franco Amato: un uomo, un capitano”, organizza e promuove iniziative in memoria del compianto Franco Amato, scomparso prematuramente. Franco, confidenzialmente per tutti “Il Capitano”, ha rappresentato durante la sua attività sportiva in Costiera, e soprattutto a Tramonti, l’esempio di calciatore da emulare per correttezza, lealtà sportiva e rispetto dell’avversario.
L’Associazione ha scelto di accostare il capitano ad un altro campione di virtù, Gianluca Signorini, calciatore, allenatore, dirigente sportivo, ma soprattutto un grande uomo, celebrato dai tifosi genoani come “Il Capitano”, anch’egli scomparso prematuramente a causa della sclerosi laterale amiotrofica: un esempio per tutti coloro che amano i valori più sani dello sport, una persona leale fuori e dentro il campo.
Il tema del Convegno, quindi, sarà il confronto tra i due capitani, del dilettantismo e del professionismo, e approfondirà il rapporto tra lo sport, il diritto e la tecnologia, soprattutto in vista dell’introduzione della VAR (Video Assistant Referee).
«La nostra iniziativa si prefigge lo scopo di raccogliere fondi da devolvere in beneficenza per la ricerca sul cancro e la sclerosi laterale amiotrofica – ha dichiarato il Presidente Raffaele Imparato. - Anche quest’anno i fondi saranno destinati all’Airc e per volontà della famiglia Signorini quelli destinati alla SLA saranno devoluti alla Fondazione “Stefano Borgonovo” Onlus. Stiamo lavorando da tempo per la buona riuscita di questa terza edizione e sono sicuro che sarà di nuovo un successo: vedo la passione e la dedizione e so che uniti possiamo fare grandi cose».

Parole di grande stima e affetto anche da parte dell’Assessore allo Sport Vincenzo Savino: « Il confronto tra i due capitani permette di evidenziare quel filo rosso che unisce chi come noi, in qualunque categoria, vede lo sport e il calcio come fonte di gioia e voglia di vivere. Facciamo goal con la solidarietà, uniamo le forze della Costa d’Amalfi per dimostrare la grandezza del nostro cuore quando si parla di regalare un sorriso ai meno fortunati. Il calcio è un gioco di squadra e solo insieme potremo vincere questa sfida». 

martedì 6 giugno 2017

JE PASSE DES JOURS TRISTES

Je n'ai pas de larmes, mes larmes se sont desséchées :
J'ai vu déjà des morts, le cœur est fatigué.
Je passe des jours tristes, le trou noir
Je le vois, et ne m’abandonne pas: à la dernière étape
si Dieu m’aide je traverserai le mystère.

© Sigismondo Nastri

RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 5 giugno 2017

PER MAYA

"Tu non sei più dove stavi, ma tu sei dovunque io sono". 
Victor Hugo

CON NAPOLI A/R, LA PIZZA DI TRAMONTI INCONTRA QUELLA DI NAPOLI A "ECCELLENZE CAMPANE"

Giovedì 8 giugno, il maestro napoletano Guglielmo Vuolo incontra il pizzaiolo tramontano dell’Alleanza Slow Food Francesco MaioranoEccellenze Campane, a Napoli. In un evento dedicato al pomodoro Re Fiascone e a due pizzaioli uniti dall’amore per la pizza e gli ingredienti del territorio.
Si inizia alle ore 19,00 con Bentrovato Re Fiascone, incontro moderato da Monica Piscitelli, giornalista storyteller della Storia dei Pizzaioli di Tramonti, con la partecipazione di Achille Scudieri, direttore generale di Eccellenze CampaneCarmela Rita Abagnale, responsabile del Progetto Alleanza Slow Food dei Cuochi e Pizzaioli della Campania e Basilicata, Rino Silvestro, fiduciario della Condotta Slow Food Napoli, Andrea Ferraioli, fiduciario Slow Food della Condotta Costa d’Amalfi, Vincenzo Savino, assessore al Turismo del Comune di Tramonti, Patrizia Spigno, ricercatrice, Vincenzo Sannino, presidente dell’Associazione Acarbio Re FiasconeGuglielmo Vuolo, pizzaiolo dell’Alleanza Slow Food ad Eccellenze Campane,  Francesco Maiorano, pizzaiolo dell’Alleanza Slow Food a Tramonti (Pizzeria San Francisco).
Complimenti per l’iniziativa, che tende ad esaltare prodotti tipici del comprensorio amalfitano: il pomodoro Re Fiascone, antenato del San Marzano, di cui per fortuna è stata recuperata la coltivazione, e la pizza di Tramonti, conosciuta in tutto il mondo attraverso le oltre duemila pizzerie gestite da emigrati da questa terra. E complimenti all’amico Francesco Maiorano, che apprezzo molto per le capacità professionali e la simpatia umana.
Una pizza di Tramonti
Ecco il seguito della manifestazione.
Alle ore 20,00: degustazione delle due pizze della Alleanza Slow Food ideate da Vuolo e Maiorano e di altre te creazioni originali, oltre al dolce conclusivo. Questo il menù:
·         SCUGNIZIELLI VUOLO con cicoli, ricotta di bufala campana e pepe nero;
·         PIZZA DELL’ALLEANZA “TRAMONTI CILENTANI” di F. MAIORANO con antico pomodoro Re Fiascone, salamino artigianale piccante, ricotta di Tramonti e carciofino bianco di Pertosa;
·         PIZZA DELL’ ALLEANZA “AL PASCOLO” di G. VUOLO: pizza bianca con mozzarella di bufala campana, barbe di finocchio, olive caiazzane da mensa, alici di menaica, limone grattugiato sorrentino e crunber di biscotto di pane integrale;
·         META’ E META’. MONTANARA E TRAMONTANA.
“TERRA MIA” di F. MAIORANO: pizza con farina integrale, pomodoro e filetti Re Fiascone, aglio, origano, olio extravergine di olive di Tramonti e alici di menaica.
“MONTANARA DI RE UMBERTO” di G. : fritta con ricotta di bufala campana, salsa di Re Fiascone, basilico e fior di latte agerolese.
·         “DOLCE ALLEANZA: L’AMICIZIA NAPOLI-TRAMONTI” di Francesco Maiorano e Guglielmo Vuolo.
Il pomodoro Re Fiascone
«Un altro momento di alta cucina che vede protagonisti le eccellenze di Tramonti – ha dichiarato l’assessore del Comune di Tramonti Vincenzo Savino. - Un’occasione di confronto e di alleanza nella quale le due scuole regine della pizza, quella napoletana e quella tramontana, uniscono i sapori e i profumi in un connubio di alta qualità. Ancora una volta esportiamo il made in Tramonti, un convivio di storia, arte e cultura condito con tanta passione e professionalità ».
Napoli-Tramonti Andata e Ritorno dà poi appuntamento a Tramonti, in Costiera Amalfitana, dove i due artigiani si ritroveranno ancora sul tema “Pomodoro Re Fiascone, Antico Pomodoro di Napoli e Fior di Latte” nel segno dell’Alleanza dei Cuochi.

venerdì 2 giugno 2017

IL MIO INTERVENTO IN RICORDO DI GAETANO AFELTRA. OGGI, NELL'ANTICO ARSENALE DI AMALFI

Amalfi, venerdì 2 giugno 2017, ore 19.30
Antico Arsenale
Cerimonia di intitolazione a Gaetano Afeltra
del Supportico Ferrari


IL MIO INTERVENTO IN RICORDO DI GAETANO AFELTRA

Sono grato al sindaco Daniele Milano e all’assessora Enza Cobalto per avermi concesso la possibilità di portare, in questa circostanza così importante per tutti noi, la mia testimonianza.  Ma più ancora li ringrazio per aver voluto esaudire un voto di tanti concittadini: quello di intitolare il supportico Ferrari a Gaetano Afeltra.
“Mio padre ti ha voluto bene” mi ha scritto in un messaggio Maddalena Afeltra. E’ l’unico titolo che mi riconosco per essere qui. Anche se devo ricordare, per la storia, che questa idea partì proprio da me, subito dopo la scomparsa di don Gaetano, d’intesa con Enzo Colavolpe e Gigino de Stefano, due amici carissimi, che tanto hanno dato ad Amalfi e che pure ci hanno lasciati.  

In Desiderare la donna d’altri, a pagina 7, leggo: «C’è un punto profondo in cui la vita di ognuno comincia, dove si riconosce per quella che è: questo punto può essere un luogo. Quando ancora mi chiedono di dove sono, rispondo con una specie di fastidio: “Sono di Amalfi”. Dovunque e da tutti mi sento dire: “Beato lei, che fortunato!». Gaetano Afeltra, premiato e celebrato in una mostra in galleria per aver fatto grande Milano, non ha mai smesso, nella sua lunga vita, pur standone lontano, di avere Amalfi nel cuore.
Non farò invasione di campo. Non parlerò del giornalista e dello scrittore. Davanti al direttore Ferruccio de Bortoli, e a Ottavio Lucarelli, mio presidente,  non me lo posso permettere. Non parlerò dei deliziosi elzeviri, finiti nei libri, in cui il tema ricorrente è Amalfi: con la storia,  le storie, i riti, le tradizioni. I personaggi, alcuni dei quali avevano accompagnato la crescita umana di Gaetano Afeltra: da Milord, il calzolaio, ad Angelo Tamburrano, giusto per fare un esempio. Dalle fantesche al podestà Francesco Gargano, che  favorì la fuga amorosa del gerarca Attilio Teruzzi per ottenere il finanziamento dell’acquedotto; fino all’onorevole Francesco Amodio, uscito dalla vita politica meno ricco di quanto lo era prima, e alla sorella, la signorina Nina, perfetta padrona di casa, instancabile dispensatrice di caffè e pasticcini.
Voglio parlare di un Afeltra per così dire minore. Compaesano se me lo consentite. Di don Gaetano, come noi lo chiamavamo  ̶  in una terra in cui il “don” indica deferenza, rispetto  ̶ , amato da tutti, che ad Amalfi veniva per combattere lo stress, le tensioni accumulate nel suo lavoro. Non  del “Gaetanine” come lo chiamavano a Milano, di cui dice Giorgio Bocca nel libro “E’ la stampa, bellezza!”.
A me interessa delineare la figura di Don Gaetano, il rapporto con la sua città. Tenuto saldo anche quando, sentendosi tradito, ne rimase lontano, per lunghissimi anni. Inutile tornare su quel che avvenne allora: ormai è tutto archiviato. Ricordo solo la data di morte del fratello don Andrea: 11 novembre 1979.
Ho ancora vivo, nella mente, l’incontro affettuoso che ebbi con don Gaetano al Circolo della stampa, nella Villa comunale, a Napoli, dopo che era stato ospite dell’Università per una conferenza alla facoltà di lettere. E s’era incontrato col suo amico professore Mario Condorelli e signora. C’erano con me Umberto Belpedio e mio figlio Antonio.
Ma, ancora di più, mi torna  nella memoria la gioia per il suo ritorno ad Amalfi, dopo un lungo volontario esilio. Mi affido al racconto  di  Gianfranco Coppola, giornalista Rai: «Una mattina di profumata primavera del ’95 – scrisse – Gaetano Afeltra decise di accogliere gli inviti-perdono di Bruno Pacileo (all’epoca sindaco di Amalfi), di Carlo De Luca e soprattutto di Sigismondo Nastri, collaboratore del Roma e memoria storica della Costa. Così chiese all’autista che lo aveva scorazzato per Napoli dopo un convegno di prendere la A3, uscita Vietri sul Mare. Non disse una parola, fino ad Amalfi. Dove, appena arrivato, pianse senza farsi vedere fingendo di dover scappare subito in bagno. Fu festa grande».
Nella prima giovinezza di Gaetano Afeltra entrano alcune figure di spicco: Angelo Di Salvio, scrittore lucido e lungimirante, che egli definisce in una lettera (che conservo) il suo primo “maestro”. Di Salvio fondò una rivista, “Sirenide”, ci scriveva anche Cesare Afeltra. Dopo il primo numero, fu bloccata. Nell’editoriale c’era l’impegno di combattere in tutti i modi il campanile, male endemico della Costiera. Un tema ancora scottante.
E poi: Mimisca, come si firmava, cioè Mimì Scannapieco – nonno dell’attuale vice presidente della Banca Europea degli Investimenti, Dario – che lo accompagnò, ragazzo, da Carlo Nazzaro per fargli avere la corrispondenza del Roma; e Matteo Incagliati, critico musicale del Giornale d’Italia, amico del padre, segretario comunale, abituale frequentatore di Amalfi, che  gli inculcò la passione per il giornalismo. Lo aveva già fatto col fratello Cesare. Che, aveva iniziato una proficua esperienza a “L’Azione democratica”, battagliero settimanale salernitano.
L’Azione Democratica era fatto ad Amalfi, dove avevano sede la direzione e l’amministrazione ed era stampato a Salerno. Dava ampio spazio alla Costiera, in particolare a quanto avveniva ad Amalfi. La prima pagina era dedicata alla politica nazionale. Quando Cesare Afeltra fu chiamato ad assolvere il servizio militare di leva in Marina, con destinazione a Civitavecchia, poi a Roma, al Ministero della Marina, la sua attività giornalistica diventò più intensa. Cominciò a mandare al giornale articoli politici dal taglio più deciso, cronache parlamentari, che assunsero il titolo di “Lettera da Roma”.
Incagliati lo aveva intanto presentato ad Alberto Bergamini che, apprezzatene le qualità, lo assunse al Giornale d’Italia.
Milano entra in questa mia testimonianza solo per un episodio, riferito al 2003. Mi capitò di partecipare  ̶   lo feci solo per sfizio  ̶  a un concorso letterario promosso dal Lions Milano Duomo con una poesia in vernacolo. Vi descrivevo le nostre chiese, poste nei vicoli e in cima a lunghe file di gradini che, se li fai in salita, ci trovi il cielo, se li percorri in discesa arrivi al mare. La dedica recitava. “A Gaetano Afeltra, il più illustre degli amalfitani”. Vinsi una medaglia d’oro che mi fu consegnata nel salone di rappresentanza della Banca Industria e Commercio in via della Moscova. La giuria era presieduta da Giancarla Re Mursia. Don Gaetano mi mandò un telegramma: “Ricevo molti complimenti per la poesia che mi ha dedicata”. Ne fu contento.
C’è qualche episodio che mi preme raccontare. Nell’estate del 1955 (molti di voi non erano ancora nati),  Il Giornale, vecchio quotidiano liberale napoletano, nella pagina di Salerno, curata allora da Aldo Falivena, pubblicò le caricature dei “Componenti la stampa amalfitana” disegnate da Ignazio Lucibello (altra nostra gloria, ahimè, dimenticata!). Di quel gruppo sono l’unico superstite.  Eravamo giovanissimi  ̶  Filippo Iovieno, venuto a mancare presto, purtroppo, Gigino de Stefano, io – presi dalla smania di fare i giornalisti. E c’erano alcuni notabili – il libraio Antonio Savo; Alfonso Di Salvio, impiegato al Comune; l’avvocato Alfonso Iovane – , per i quali il ruolo di corrispondente era inteso più o meno come un titolo onorifico. Al massimo, mandavano dieci fuorisacco all’anno con notizie di battesimi, matrimoni, necrologi.
Andavamo a caccia di notizie, persino le più spicciole. Se proprio non ce n’erano – faccio un esempio -–  cercavamo di costruircele.
Insieme con Ferruccio de Bortoli  per ricordare Gaetano Afeltra
Il direttore de Bortoli si sorprenderà se dico che, tra i “Componenti la Stampa amalfitana”, c’era il corrispondente del Corriere della sera: Ferdinando Gambardella, compariello, ma anche l’amico più caro di don Gaetano, inseparabile da lui quando stava ad Amalfi. La pagina del giornale, che ho qui, lo documenta. Qualcuno potrebbe domandare: Che ci faceva un corrispondente del più grande quotidiano italiano in un paese  ̶  perché un paese era all’epoca ̶ come Amalfi? Ferdinando aveva il compito di telefonargli tutte le sere, utilizzando quella famosa chiamata “r”, che esisteva a quel tempo, in partenza del giornale. Sempre alla stessa ora. Andavamo in gruppo al centralino telefonico, sullo stradone. Il collegamento iniziava con una formula che era sempre la stessa: “Pronto Corsera, sono Gambardella da Amalfi, mi passa cortesemente il dottor Afeltra?”. Lui voleva che Ferdinando gli riferisse i fatti del giorno, le curiosità, gli ‘nciuci. Di tanto in tanto, qualche notizia da Amalfi usciva sul Corriere,  firmata da Ferdinando Gambardella. Scrivendo per una testata meno importanti, confesso, lo invidiavo.
A Milano don Gaetano si avvaleva anche dei rapporti che gli facevano alcuni amalfitani, trapiantati lì, che orbitavano intorno a lui. Ne cito due, il cui ricordo mi è molto caro: Pierino Florio, direttore della biblioteca Sormani, e Mario Laudano, per noi  Franzosi, che lavorava alla Gazzetta dello sport.
Quando veniva ad Amalfi, per il soggiorno estivo o solo per pochi giorni, don Gaetano aveva due punti fissi di riferimento: la libreria di Antonio Savo, passata al figlio Bonaventura, al quale voleva un gran bene, che gli faceva arrivare di primo mattino i giornali a casa. E il bar Savoia, di Antonio Amatruda.  Sempre lo stesso tavolo, posto ad angolo, in posizione panoramica sulla piazza e sullo stradone. Quasi come il periscopio di un sommergibile. Don Gaetano conosceva tutti, sapeva tutto di tutti. E se non riconosceva qualcuno, chiedeva chi fosse. O magari si faceva spiegare di chi fosse figlio o nipote.
All’inizio del 1977 – ho ritrovato questa notizia in una cronaca di Gigino de Stefano  ̶ gli fu segnalato che i mosaici della facciata del duomo si stavano staccando. Venne da Milano col ministro per i Beni culturali Mario Pedini per un sopralluogo. E subito furono disposti i lavori di risanamento.  Pare che il problema si stia riproponendo: peccato che non c’è più lui!
La sua giornata scorreva sempre uguale: tra la lettura dei giornali, le telefonate, la discesa sulla spiaggia, quando il sole non era alto, in calzoni corti, il capo coperto da un cappello bianco di tela (il mare no, perché non aveva mai imparato a nuotare), e,  la sera, la sosta al bar Savoia. A conversare, salutare, stringere mani, tra una telefonata e l’altra. Se stava di genio – mi ci sono trovato un paio di volte  ̶  faceva chiamare Massimiliano Crosilla, un posteggiatore esule istriano che s’era ben integrato nella realtà amalfitana, e lo conduceva, solo o in compagnia del partner, ‘a Paloff, barbiere-chitarrista, sul molo Pennello a suonare vecchie melodie napoletane. Quelle che più gli piacevano. E si metteva a cantare. Noi con lui, a fargli corona. E si divertiva, negli intervalli, a sfruculiare con un’ironia sottile e pungente il malcapitato Crosilla.
A volte mi telefonava, anche da Milano, per affidarmi qualche incombenza. Era un segno tangibile di predilezione. Mi sento un privilegiato – scrissi il giorno della sua dipartita  ̶  per aver goduto della stima e della benevolenza di don Gaetano. Sapendo la severità nei giudizi, conservo come preziose reliquie le sue lettere di apprezzamento: “mi piace il tuo modo di scrivere, la chiarezza del linguaggio”. Oppure: “sapevo che eri bravo ma gli articoli che ha scritto da Pavia me ne hanno dato la prova”. O ancora: “Ho visto l’onorevole Amodio e abbiamo parlato della tua bravura giornalistica”. Per me valgono come un diploma di laurea.
Quando morì la mamma, la signora Maddalena, mi volle per due giorni a casa sua (chiedendo il piacere all’onorevole Amodio, del quale ero segretario) perché lo aiutassi a rispondere alla montagna di messaggi di condoglianze. Mi capitarono tra le mani quelli del Papa e del presidente della Repubblica (Giuseppe Saragat).
Nel venticinquennale della morte del fratello monsignore, l’indimenticabile don Andrea, mi chiese di organizzare una rievocazione solenne: che avvenne con la messa in cattedrale e la pubblicazione di un libretto, stampato da Peppino De Luca, su carta a mano della cartiera Amatruda, con le testimonianze di don Andrea Colavolpe, Gigino de Stefano, del preside Andrea Maiorino. Oltre alla mia, naturalmente. Ci riempì di elogi e di ringraziamenti. Pochi giorni dopo, la perdita della moglie, la signora Adriana, lo gettò in uno sconforto dal quale non si riprese più.
Ritornando al bar Savoia, ricordo che Tonino Amatruda, per evitargli il fastidio di alzarsi, aveva fatto allungare il filo del telefono fino al tavolo di don Gaetano. Così poteva star comodo. A quel tavolo ci trovavamo spesso anche noi:  da Umberto Belpedio, per lunghi anni inviato permanente del Roma in Costiera, don Gaetano voleva ragguagli sulla vita mondana, sulla high society che allora popolava la Costa; con Camillo Marino, critico cinematografico, fondatore con Pasolini del Premio Laceno d’oro, il discorso inevitabilmente cadeva su Roberto Rossellini e i film girati sulla costa:  La macchina ammazzacattivi, Paisà, Viaggio in Italia, L’amore. E quindi su Fellini, la Bergman, la Magnani. Con me e Gigino de Stefano parlava di politica locale o degli episodi di cronaca di cui c’eravamo occupati.
Quando Patrizia Rusconi, nel 1989, gli chiese un appuntamento per intervistarlo, don Gaetano le rispose: «Per prima cosa le offro un caffè al bar Savoia e mi trovo una scusa per non resistere al profumo dei dolci e alle scorzette candite fatte con i nostri agrumi che sono i migliori del mondo».  In un’altra occasione dichiarò a Luciana Boldrighi Paroli che a quel tavolo, con Dino Buzzati, aveva scritto “Positano darà la luce al mondo”  e con Vitaliano Brancati gli era venuta l’idea di quell’altro racconto delizioso,  “Spaghetti all’acqua di mare”. Anche la prima pagina a colori del Giorno diceva che era nata qui,  alle quattro della mattina, in collegamento telefonico con Milano. Quasi ad avvalorare una sentenza del Montesquieu: «Il caffè è l’unico luogo dove il discorso crea la realtà, dove nascono piani giganteschi, sogni utopistici e congiure anarchiche, senza che si debba lasciare la propria sedia».
Sigismondo Nastri