il blog di Sigismondo Nastri: fatti, opinioni, ricordi, riflessioni, arrabbiature e piacevolezze. © Proprietà letteraria riservata.
martedì 9 marzo 2021
VACCINAZIONE ANTICOVID. CHI DI SPERANZA VIVE...
venerdì 27 novembre 2020
IL 30 NOVEMBRE AMALFI CELEBRA LA FESTA DI SANT'ANDREA APOSTOLO, PATRONO DELLA CITTA'. VECCHI DETTI LEGATI ALLA RICORRENZA
Mancano pochi giorni alla celebrazione della festa di Sant'Andrea apostolo, protettore della città di Amalfi, segnata in calendario il 30 novembre. Considerato l’andamento climatico, nonostante sia annunciato maltempo già per domenica, è ipotizzabile che il vecchio detto non trovi applicazione: "Sant'Andrea, 'a neva 'mpoléa". Cioè (come lo interpreto io): "Sant'Andrea, la neve in grembo". Questa espressione, 'mpoléa, è tipicamente amalfitana. Non ce n'è traccia nella lingua napoletana. Cerco di perciò di far leva sui ricordi.
Ad Amalfi - è certo - 'mpoléa significava "dint' 'o mantesino": dentro il grembiule, indossato dalle donne durante i lavori domestici, dalla vita in giù, annoccato sulla schiena. Che, oltre a proteggere dalle macchie, dagli schizzi del ragù e non solo del ragù, aveva altri usi: quello di presine quando c'era da spostare una pignata dal fuoco o portare a tavola una zuppiera bollente, e di canestro per piccoli trasporti in ambito domestico: patate, uova, legno o carbone per la fornacella: bastava tener sollevato il lembo inferiore con una mano e il gioco era fatto.
Quando una mamma stava seduta, col bimbo piccolo appoggiato sulle gambe e
abbracciato al seno, capitava che commentasse, compiaciuta: 'o tengo 'mpoléa,
stritto stritto a me». Quante volte ho sentito, da ragazzo, tra vicine di casa:
«Ngiulì', aggio cuóto 'e pummarole, ne vuò'?». «Grazie, Marietté', ma comme m'
'e porto?». «T' 'e miette 'mpoléa». E il mantesino diventava subito cesto,
paniere, scodella, scegliete voi.
Trovo anche un proverbio piemontese:
-
"A sant'Andria o freido sciappa a pria",
e uno genovese:
-
"Pe sant'Andria u freidu u sciappa a pria".
Il significato è lo stesso:
-
"A/Per sant'Andrea il freddo spacca la pietra".
Legati alla festa di sant'Andrea, in calendario il 30 novembre, esistono
altri detti, che mettono per lo più la ricorrenza in rapporto con le condizioni
climatiche:
“A Sant'Andrea la neve è per la via”;
“Sant'Andrea porta o neve o bufera”.
E proprio perché fa freddo si pensa anche a rifocillarsi bene:
“Per Sant'Andrea, ti levi da pranzo e ti metti a cena” (con lo sguardo,
ovviamente, già rivolto alle festività di fine anno):
- “Da Sant'Andrea, del maiale venticinque giorni a Natale” (gira e gira,
alla fine a rimetterci è sempre il povero porco: capita a Natale, come pure a
Pasqua).
© Sigismondo Nastri
giovedì 29 ottobre 2020
IL CORONAVIRUS E IL “MEMENTO” DELLA TV
Memento mori è il motto dei trappisti, monaci cistercensi di stretta osservanza che, nel chiuso dei loro conventi, isolati dal mondo, dedicano le giornate alla preghiera e al lavoro, nel segno tracciato da San Benedetto da Norcia. Ed è anche il monito col quale, una volta, il sacerdote accompagnava l’aspersione di un pizzico di cenere sulla testa dei fedeli nel primo giorno di quaresima, quello che segna la fine delle baldorie carnascialesche e l’inizio dei quaranta giorni di preparazione alla Pasqua. Poi, forse perché considerato troppo lugubre, lo si è sostituito con l’invito a convertirsi e a credere nel Vangelo.
Nella messa in
latino sono/erano chiamate memento due preghiere: una, all’inizio del canone (la Commemoratio
pro vivis: “Memento, Domine, famulorum famularumque tuarum”); e una dopo
la consacrazione (la Commemoratio pro defunctis: “Memento, etiam,
Domine, famulorum famularumque tuarum qui nos praecesserunt cum signo fidei, et
dormiunt in somno pacis”).
Ora, in tempo di pandemia, memento è diventato il
tratto distintivo dei vari telegiornali: che a orari stabiliti – di giorno e di
notte – ci danno, in competizione tra loro per il primato nella notizia, la somma
di contagiati, asintomatici e sintomatici, ricoverati, morti a causa dell’epidemia
di coronavirus. Con tutti i dettagli annessi e connessi. Rendendoci, così, la
vita più complicata, più tesa. Insomma, mettènnece paura.
Per carità di patria, non ci aggiungo le esternazioni di
virologi ed epidemiologi, faccendieri e sputasentenze che si fanno
concorrenza sul piccolo schermo. E dicono tutto e il contrario di tutto. Mi ricordano quello che – si racconta –
facesse, nei tempi andati, il superiore del convento trappista. Passava, a
intervalli regolari, davanti alle celle dei frati, bussava e recitava la
formula di rito: “È passata un’altra ora della tua vita, ricordati fratello che
devi morire”.
©Sigismondo Nastri
sabato 15 agosto 2020
LA DISFIDA DI CASSINO
Ricordo i tempi delle sfide tra Dc e Pci.
Ricordo le storie di don Camillo e Peppone raccontate da Guareschi. E mi ci diverto pure. Ma questa querelle, com'è riferita dal Corriere della sera, mi lascia senza parole. Non la capisco, faccio fatica a commentarla.
Non credo che la Madre celeste, che celebriamo col nome di Assunta, al pari di certi aspiranti cavalieri o commendatori, ci tenga alla "cittadinanza onoraria" di Cassino. E neppure che, se ciò dovesse avvenire, causerebbe il broncio a san Benedetto.
Mi viene a mente la storia di quei due che finirono col prendersi a botte mentre litigavano su quale Madonna fosse più potente, quella del Carmine o quella di Pompei.
giovedì 23 luglio 2020
MAIORI. ADDIO A MARIA AMATO, LA "DONNA DOLCE DEI DOLCI"
Mi piace ricordarla così, come appare nella fotografia che le scattai la sera in cui festeggiò l’ottantesimo compleanno mentre si accingeva a tagliare, sorridendo, con quel sorriso che la caratterizzava, una grande torta, che fu distribuita a fette ad amici, clienti, a chiunque si trovasse a passare di lì. Non fu solo la sua festa, fu la festa di quanti – tanti! – le volevano bene per le sue qualità professionali ed umane: la generosità, innanzitutto; il rigore che poneva nella produzione di prelibatezze quali le paste di mandorla, al gusto di pistacchio, cocco, fragola, caffè, ecc., i già citati sospiri, pastiere, Montebianco, torte farcite di profumatissima crema al limone; e poi il rifiuto assoluto di cedere alla suggestione dei semilavorati, oggi tanto di moda. Per anni, fino a quando gli acciacchi dell’età non le hanno imposto di rimanere in casa, e di cedere il testimone ai nipoti, che operano sulla sua scia, facendo tesoro dell'insegnamento ricevuto, capitava spesso di vederla impegnata a sbucciare mandorle o a preparare con cura maniacale impasti e creme. Per lei tutto doveva essere fresco, autentico, genuino, secondo tradizione. E se la sera c’erano ancora dei dolci rimasti in vetrina, li regalava. Rifiutava l’idea che potessero essere rimessi in vendita il giorno dopo.sabato 16 maggio 2020
UN PENSIERO PER EZIO BOSSO
Leggo tanti commenti alla notizia della morte di Ezio Bosso. Non vorrei che l’amore per lui fosse legato ai problemi di salute che lo tormentavano da un po’ di anni. Che tuttavia non lo avevano mai fermato, non gli avevano mai fatto perdere il sorriso sulle labbra.
Mi sarei aspettato anche l’intervento di un addetto ai lavori, critico musicale o musicista, sulle qualità di Bosso come compositore, pianista, direttore d’orchestra. Soprattutto come straordinario interprete di Beethoven. Il programma riproposto da Rai3 ieri sera, “Che storia è la musica”, lo ha dimostrato ampiamente anche a un profano come me.lunedì 20 aprile 2020
“LA STRATEGIA DELL’OMBRA” DI SERGIO ZAVOLI IN UN ATTENTO CHECK UP DI ANDREA MANZI SUL QUOTIDIANO DEL SUD
Zavoli è stato, con Enzo Biagi, uno degli idoli
(intendo, maestri ai quali mi volgevo con devota attenzione) fin dalla mia
giovinezza. In due diversi ambiti, che mi appassionavano allo stesso modo:
Zavoli per il “Processo alla tappa” del Giro d’Italia, poi per i magnifici
reportage: da quello struggente “Clausura”, in radio, del 1958, a “Viaggio
intorno all’uomo” a “La Notte della Repubblica”, per citarne alcuni, che,
secondo me, hanno raggiunto il livello più alto nella storia del nostro giornalismo
televisivo.Ma torno a “La strategia dell’ombra”.
Le ore ferme e infinite angosciano, nelle tragedie
indossano i calzari di piombo e sembrano schiacciarci su un presente statico
ineluttabile: il tempo immobile alimenta, in questo severo e godibile libro,
teneri ricordi di guerra, quando la libertà baluginava nelle feritoie della
speranza e il poeta, tra i cascami della tragedia immane, non scorgeva la vita
(“… in quel vuoto cercavo qualcosa di rimasto / alle sue forme, si vedevano
solo i campanili / a guardia del disastro…”). Erano sere amare che “si
stringevano d’un tratto”, e nelle quali “l’ombra si induriva, / sembrava avere
anch’essa la sua ombra”). Sono i versi dell’assenza desolante, della fine delle
cose, dell’ombre inspessita e non ancora strategica; ma nella poesia di Zavoli
lievita il rimedio, compare l’uscita di sicurezza che è, poi, l’entrata nella
contraddizione del divenire, nella drammaticità dei conflitti dell’esistenza. “Occorrerebbe
un vento / che avesse la facoltà di far salire / nell’azzurro del cosmo / un
suono destinato a portare / il grazie della Terra a chi, / forse un angelo
musicante, / aveva dato asl pianoforte roco, in quei mattini, / un suono così
umano”. Il bivio, la sponda, l’attesa diventano partenze/soste, attraverso le
quali il poeta tenta di scolorire l’ombra-guida che la vita gli affidò come
bussola, sonda di giovinezza, lampada mitica.»
