lunedì 14 marzo 2016

VECCHI MESTIERI E PROGRESSO TECNOLOGICO

Quando ero ragazzo, ad Amalfi, il mio barbiere - Vincenzo D’Alessandro, atranese operava in un locale, in via Pietro Capuano, che sembrava un mastrillo, tanto era piccolo. Eppure sulla porta aveva una vistosa tabella con la scritta Salone. Se tu, entrando, non stavi attento, correvi il rischio di sbattere la fronte contro la parete dirimpetto.
Confesso una mia ignoranza: ma perché le botteghe dei barbieri si chiamano salone? Il dizionario mi dà questo significato: “Locale ampio in cui opera un parrucchiere per uomo o signora oppure si praticano cure estetiche”. Dico subito che quella del parrucchiere per uomo, o acconciatore, o hair stylist, designer,  scultore, architetto della chioma, poeta della ‘trico art’, come amano chiamarsi oggi, è un’attività che non mi interessa.
A me interessa parlare del barbiere di una volta, che Peppino De Filippo, nel film “Totò Peppino e i fuorilegge”, definisce “missionario”.  Una professione in via di estinzione, come tanti altri mestieri. Una professione soppiantata dal progresso. E non solo quella. 
Nel ricordo della mia infanzia, legata alla guerra, ci sono mestieri addirittura inimmaginabili oggi. L’acconciatiano, ad esempio, qualcuno mi sa dire chi era? Era uno che, girando per le case, con un piccolo trapano e un sottile filo di ferro aggiustava (cioè riassemblava) piatti, zuppiere e tiane ‘e creta (tegami di terracotta), che s’erano rotte anche in più pezzi. Acconciatiano: perché il tegame di terracotta era un utensile importante in cucina: il recipiente insuperabile per farci il ragù o per cuocerci i fagioli. Allora, mi riferisco al tempo della guerra e all’immediato dopoguerra, era difficile che si buttasse qualcosa, se non era del tutto irrecuperabile. Oggi, se si spariglia un servizio, si va a comprarne subito un altro.
Poi c’era 'o 'mbrellaro, capace di mettere a posto l’ombrello raddrizzando o sostituendo le stecche di metallo che s’erano deformate per un colpo di vento e magari mettendo una pezza laddove la stoffa s’era lacerata. Oggi, con gli ombrelli che si vendono a cinque euro (addirittura meno, all’Ikea), una riparazione – se anche si trovasse uno capace di farla – costerebbe certamente di più.
Anche il mestiere dell’ammolaforbece è diventato raro. Per rifare le lame di coltelli e forbici bisogna aspettare che passi la macchina con l’altoparlante che ti avvisa: “E’ arrivato l’arrotino!”. Stessa voce, stesso modo di fare, stessa auto, in ogni parte d’Italia. Come se l’arrotino avesse il dono dell’ubiquità.
E l’acchiappacane? Per noi ragazzi era uno spettacolo vederlo rincorrere quelle povere bestie che non sapevano dove ripararsi, fino a quando non venivano prese da un orribile cappio. Era un mestiere pure quello dell'accalappiacani, che dava da vivere. Devo aggiungere che, allora, i cani che scorazzavano senza padroni per le vie erano numerosi e, a volta, si rendevano pericolosi.
Un altro personaggio che si vedeva girare frequentemente per le strade era 'o bannetore, il banditore, utilizzato per comunicare ai cittadini annunci pubblici e privati: ad esempio, un guasto alla rete dell’acquedotto, la chiusura di una strada. O magari l’inaugurazione di una nuova attività commerciale o una vendita straordinaria di merce (mi viene a mente la carne di bassa macelleria, che in tempi di magra richiamava l’interesse di molta gente). Per farsi sentire, il banditore aveva un megafono e faceva precedere l’annuncio dal suono di una campanella o dal rullio di un tamburo.
C’erano, però,  mestieri che avevano un peso ben più rilevante nella vita sociale.
'O scarparo: qualcuno c’è ancora, per fortuna. Però una volta le scarpe le faceva lui, artigianalmente, prendendo la misura del piede. Non si limitava a risuolarle o a rifarci i tacchi.
'O canestaro, il cestaio. N’è rimasto uno, forse, a Tramonti. Ricordo che s’andava da lui anche per le scope di saggina (mica esistevano scope firmate, come oggi: Pippo, eccetera!).
'O ferraro, il fabbro: era l’artista del ferro, sempre a martellarlo rovente sulla forgia. Costruiva ringhiere, balaustre, spalliere per il letto. Un lavoro che s’è evoluto, lasciando ampio spazio a nuovi materiali, quali l’alluminio e il pvc.
'O masterascio, l’ebanista: costruiva il mobile, utilizzando legno pregiato. Lo scolpiva, gli dava dignità di opera d’arte. Ora – in tempo di omologazione dei gusti, ma principalmente di scarse risorse  siamo tutti, più o meno, clienti dell’Ikea. Se si rompe una sedia, andiamo a comprarla lì.
'O ferracavalle, il maniscalco: quando s’andava in carrozza c’erano, ovviamente, pure
i cavalli. Ora ci son rimasti pochi muli: non esiste più spazio per il lavoro del maniscalco, che è il calzolaio degli equini. Qualche volta, sotto casa mia, a Maiori, m’è capitato di vederne all’opera uno, sicuramente venuto da fuori. Ho esposto in casa un ferro di cavallo, come portafortuna.
'O cravonaro, il carbonaio: ebbe il colpo di grazia quando, con l’avvento delle bombole a gas, negli anni cinquanta, le vecchie care cucine maiolicate furono trasformate e all’arredamento tradizionale subentrarono quegli orribili mobili detti all’americana, con lucidi pannelli di formica.
'O carcararo, il calcararo: era un’attività molto presente in Costiera, e soprattutto a Maiori, di cui resta memoria nei ruderi superstiti delle carcare: impianti capaci di trasformare la pietra in calce.
'O stagnaro, lo stagnaio: realizzava con lo stagno caurare e caurarelle (pentole e casseruole), secchi, piccoli utensili domestici. Poi lo stagno è stato soppiantato dall’alluminio e, quindi, dall’acciaio.
'O cusetore, il sarto: ti prendeva le misure, ti confezionava il vestito, oppure lo rivoltava se era vecchiotto, lo adattava da una persona all’altra modificandolo a seconda delle misure prese. Una volta niente si buttava. In famiglia solo il primo figlio aveva il privilegio d’indossare abiti nuovi, che via via venivano utilizzati per il secondo, il terzo figlio e così via.
‘O cartaro: un mestiere antico dalle nostre parti, pressoché cancellato, insieme alle cartiere, dall’alluvione del 1954.
Scomparirà anche 'o furnaro, il fornaio, perché, prima o poi, saremo indotti, da una scaltra campagna pubblicitaria, a comprare sfilatini surgelati da far dorare nel forno a microonde. Avviene nelle grandi città. Lo fanno già i supermercati. Il pane di una volta conservava il profumo delle fascine di lecìne (lecci), con le quali si alimentava il forno.
E non parlo, per carità di patria, di vecchi mestieri legati al mondo contadino. Come quello – faticoso, usurante - della trasportatrice di limoni, raccontato con tanta intensità drammatica in una poesia di Peppino Di Lieto e in un video realizzato da Giancarlo Barela: ‘E furmechelle. Offenderei la dignità di queste donne, alle quali bisognerebbe dedicare un museo. Anche quello di spruzzare verderame sulle chiante di limoni, con quel singolare apparecchio a manovella appeso dietro le spalle, era un mestiere.
Sono attività, quelle elencate (me ne sono sfuggite sicuramente altre), strettamente legate all’abilità manuale. Il loro ricordo è destinato a perdersi.  Ma sono attività, insisto, che hanno un importante valore storico, etnografico-antropologico e culturale, oltre che economico (perché hanno assicurato per lungo tempo la sopravvivenza a molte famiglie).
Il progresso tecnologico, l’automatizzazione e la meccanizzazione dei cicli produttivi sono certamente alla base della loro scomparsa. La civiltà dell’informatica ci ha fatto perdere anche il piacere della manualità. Certo, ci ha rimesso la qualità della vita. Ma così va il mondo, così procede la storia dell’umanità.

Sigismondo Nastri

giovedì 10 marzo 2016

LA CUCINA DI PASQUA

Nell’avvicinarsi della Pasqua, ripropongo questo scritto già pubblicato il 26 marzo 2013

Pasqua ha rappresentato sempre un grande appuntamento conviviale. Tanto più che s’usava benedire la mensa. Avviene ancora in molte case. Ci si reca in chiesa, la mattina, a prelevare l’acqua santa. E con questa,  intingendovi un rametto d’ulivo, dopo un momento di preghiera, il capo famiglia, all’inizio del pranzo, asperge la tavola imbandita e gli stessi commensali. Lo faceva mio padre, cerco di tener viva la tradizione.
Per la scampagnata – che ora si chiama picnic - c’è la Pasquetta (’o pascone), il giorno dopo, ed è quasi una riconquista della libertà.  Ci si portava dietro, ai miei tempi, una grossa fetta di gattò di patate, farcito con salame, formaggio, mozzarella, o una frittata di maccheroni.
Con una esplosione di profumi e sapori, Pasqua segna la conclusione della quaresima, iniziata all’indomani dell’ultimo martedì grasso: un periodo di preparazione durato quaranta giorni (quarantaquattro, con le domeniche) caratterizzato da penitenza e digiuno, che cessa con la resurrezione di Gesù.  E siccome coincide col periodo in cui si ammazzano i maiali, ecco che nel menu la carne suina la fa da padrona. Sotto forma di fellata  (sopressate e capicolli), che si abbina al casatiello (tortano di pane con sugna e cicoli, decorato con uova intere, cotte anch’esse in forno), alla ricotta salata ’e Montella (si fa per dire, ora la producono in Sardegna) da gustare insieme alle fave fresche, primizia di stagione. Poi c’è la menesta maretata, che a Napoli, in epoca borbonica, chiamavano anche menesta cu no palmo 'e grasso: un trionfo di verdure, calate in un brodo nel quale si son messe a cuocere parti meno nobili del maiale, ma dal sapore intenso: insaccati - pezzente, annoglie -,  cartilagini e ossi tenuti in salamoia.
Questo, senza rinunciare al primo piatto – maccheroni al forno o  conditi con ragù di carne (col ragù si sposano a meraviglia i ricci furetani) – e al capretto (in costiera preferito all’agnello) contornato da patatine novelle. A proposito: le statistiche ci dicono che ogni anno due milioni di agnelli vengono uccisi, nel periodo pasquale, per finire sulle tavole degli italiani. Mi associo a quanti chiedono che venga fermato questo massacro. Prometto che sarò il primo a rinunciarvi. 
Dulcis in fundo, i dolci: il casatiello dolce, sormontato dalla pecorella di zucchero o marzapane, e soprattutto  la pastiera, dal profumo inebriante di cedro e fiori d’arancio. Rigorosamente di fattura domestica, con quel tocco personale che la distingue dalle altre.

Una grande abbuffata? No, semplicemente il trionfo del gusto e dello stare insieme perché – recita un antico detto, e vale specialmente per i giorni di festa – “chi magna sulo s’affoca”.
© Sigismondo Nastri

sabato 5 marzo 2016

MARTEDI' 8 MARZO, 40° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALFONSO GATTO. IL MIO RICORDO DEL GRANDE POETA SALERNITANO

Martedì 8 marzo ricorre il quarantesimo anniversario della morte di Alfonso Gatto. Voglio qui ricordarlo non solo come poeta, lieto di aver intrapreso - da direttore di èCostiera - una battaglia vincente quando si temette che la Mondadori volesse mandare al macero i suoi libri rimasti invenduti, ma anche come uomo: era buono, sensibile, generoso, paziente. 
Lo  incontrai, la prima volta, il 9 ottobre 1966 nella sala interna del Gran Caffè ad Amalfi. Fu l'avvocato Alfonso Iovane, che era stato suo compagno di scuola, a presentarmi a lui. In un'altra occasione, sempre l'avvocato Iovane, gli disse che scrivevo poesie e gli chiese se potevo portargliele a leggere per avere un suo giudizio. Gatto m'invitò ad andare a Conca dei Marini, dove stava trascorrendo la vacanza in una casa messa  a sua disposizione dal parroco di san Pancrazio don Antonio Acampora. Ci andai nel pomeriggio del 7 agosto 1967. Si prese cura, pazientemente, di scorrere tutti i fogli dattiloscritti, raccolti in una cartella, e di darmi - di volta in volta - il suo giudizio sulle "cose" da me scritte: "questa sì, questa no". 
Fu quell'incontro che mi spinse a dare alle stampe, nel 1970,  la breve raccolta che chiamai Acquamorta.

Ripropongo qui due scritti, pubblicati su mondosigi nel 2007 (ma anche su altri organi di stampa), relativi ai poemetti che il poeta salernitano dedicò rispettivamente a John Kennedy e a Yuri Gagarin.


L’OMAGGIO DI ALFONSO GATTO A JOHN KENNEDY
"LA ROSA DEL PRESIDENTE", UN POEMETTO DEL GRANDE POETA SALERNITANO DEDICATO AI FIGLI DEL PRESIDENTE ASSASSINATO A DALLAS

Pubblicato su un periodico nel novembre 1964, poi, inspiegabilmente, è stato ignorato (o dimenticato) dagli studiosi di Gatto e dallo stesso curatore della raccolta delle sue poesie, edita di recente dalla Mondadori. Ho ritrovato, per caso, questo testo tra vecchie carte e ne ho dato notizia questa mattina sul "Salernitano".
Alfonso Gatto dedicò a Caroline e “John John” Kennedy, i figli del presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas il 22 novembre 1963, un poemetto, che fu pubblicato nella ricorrenza del primo anniversario del tragico evento. Mi sorprende il fatto che non abbia lasciato traccia. Neppure nella recente riproposizione dell’opera poetica di Gatto, curata da Silvio Ramat per gli Oscar Mondadori. Credo che sia sfuggito a tutti gli studiosi del poeta salernitano. Lo stesso Francesco D’Episcopo, a quanto mi risulta, non ne ha mai parlato. 
John Fitzgerald Kennedy, nato il 29 maggio 1917, aveva solo quarantacinque anni quando fu colpito a morte dal colpo di fucile sparatogli alla nuca da Lee Oswald. La sua presidenza, durata mille giorni (era stato eletto il 20 gennaio 1961), fu caratterizzata dall’impegno contro ogni discriminazione razziale e, sul piano internazionale, da una linea nello stesso tempo decisa e morbida, come dimostrò la gestione della crisi con l’Unione Sovietica, provocata dalla scoperta delle rampe di missili nucleari a Cuba nel 1962. 
Una circostanza fortuita mi ha consentito di recuperare “La rosa del presidente” tra mie vecchie carte. E’ un testo non solo di straordinaria bellezza stilistica ma di forte contenuto, che testimonia la particolare sensibilità del nostro poeta. Sarei tentato di accostarlo ai “Sepolcri” di Foscolo. “Kennedy – afferma Gatto – è morto ucciso dalla spina / della sua rosa, della sua speranza, / della sua luce. O tenebra del mondo / in quella sera che ci parve chiusa / dal silenzio ostinato del suo nome. / Si velava di pioggia la distanza / del tempo in ogni luogo, era l’accusa / della colpa comune, e dire ‘come?’, / ‘perché?’, sembrava chiedere al profondo / dissenso che ci unisce la ragione / della sua vita necessaria a tutti, / agli innocenti, ai giusti, a chi ripone / dentro la terra il seme dei suoi frutti”. 
In ottantaquattro versi endecasillabi Alfonso Gatto ci offre questa triplice suggestiva descrizione di John Fitzgerald Kennedy: Un presidente giovane che “ha nel viso / la sua pensosa libertà, vi spazia / nuove frontiere, si rifiuta al torto / di patteggiare col terrore. E’ sorto / dal cipiglio dei dèspoti il sorriso / di quest’uomo gentile che ringrazia / col suo stupore d’essere mortale / come il negro che lustra il grattacielo / o l’operaio che raschia dentro il gelo / le rotaie di ferro. Ha il bene e il male / dell’uomo medio che a se stesso uguale, / sempre diverso, è intento alla misura / d’andare oltre il suo segno, ancòra al segno / dell’uomo e al pianto della sua sventura”. Un presidente giovane, indifeso, che “è nella vita che non ha paura / d’essere vita. Il bene gli è proteso / dallo sguardo di tutti, le parole / gli scoprono le cose, questo sole / d’intorno è lieto, trepido d’umani / occhi, di facce in corsa, di lontani / clamori, d’ogni mano, d’ogni testa / che si levi a mostrargli com’è desta / l’ansia spiegata a correre dal seme / della giustizia: vento e campo insieme / la parola sicura che contesta / d’uguale forza l’urlo che più teme”. Un Presidente giovane che “ha nel viso / la sua pensosa libertà, la mite / tenacia che non cede: il suo sorriso / è lo sgomento che per tante vite / la pace sia sospesa a questa guerra / deflagrante nel nulla, alla cometa / del suo rapido cenno. / Se reclina / il capo è per l’orrore che la terra / è morta il giorno in cui sembrava lieta”. 
© Sigismondo Nastri (da mondosigi.com, 12.6.2007)

UNA POESIA DI ALFONSO GATTO PER YURI GAGARIN (L’HO RITROVATA TRA VECCHI GIORNALI INGIALLITI)
Sfoglio, con la curiosità della prima volta, le mie vecchie carte: pagine ingiallite di giornali ovviamente già lette, e tenute poi da parte per decenni, e trovo che esse mi riservano straordinarie sorprese. Dopo “La rosa del Presidente”, della quale ho già avuto modo di occuparmi, ecco che viene fuori un’altra poesia di Alfonso Gatto ugualmente sfuggita all’attenzione degli studiosi. Nemmeno di questa trovo traccia nel volume “Tutte le poesie”, a cura di Silvio Ramat, edito da Mondadori, che pure si propone di offrirci una “rilettura integrale” della produzione in versi del nostro grande poeta. Titolo: “Giorno di festa per Yuri”, che, lo si comprende bene, è Gagarin. Gatto la scrisse il 29 marzo 1968, due giorni dopo la sua tragica fine. Yuri Gagarin aveva trentaquattro anni. Sette anni prima, il 12 aprile 1961, aveva compiuto un volo di 108 minuti nello spazio, consacrandosi “Icaro redivivo”. Era partito alle ore 9,07 di Mosca dal cosmodromo di Baikonur, a bordo di una navicella, la Vostok 1, del peso di 4,7 tonnellate, compiendo un’intera orbita ellittica intorno al nostro pianeta a una distanza massima di 344 chilometri (apogeo) e minima di 190 chilometri (perigeo). Da lassù la Terra, vista attraverso l’oblò, gli apparve “blu… bellissima”. Il rientro fu guidato da un computer controllato dalla base spaziale. La capsula frenò la sua corsa con l’accensione dei retrorazzi e, all’altezza di settemila metri, Gagarin fu espulso dall’abitacolo e paracadutato al suolo, nei pressi della città di Takhtarova. Erano le 10,20, ora di Mosca.
Fu, quello, un avvenimento di alto valore scientifico, che aprì la strada alla conquista dello spazio, ma anche di grande significato politico. E se servì all’Unione Sovietica per dimostrare che era all’avanguardia in questo campo, spinse gli Stati Uniti ad accelerare i propri programmi, tanto che appena otto anni dopo, il 21 luglio 1969, Neil Armstrong, partito dalla base del Kennedy Space Center, in Florida, a bordo dell’Apollo 11, insieme con Michael Collins ed Edwin Aldrin, potè muovere il primo passo sulla superficie della Luna.
Gagarin morì il 27 marzo 1968 mentre era in volo a bordo di un Mig 15 – un caccia da addestramento – insieme con un esperto collaudatore. Le circostanze dell’incidente non sono state mai chiarite. Si parlò di un guasto, si disse che i piloti non avevano avuto il tempo di lanciarsi dall’aereo, perché preoccupati di non farlo cadere in zone abitate.
Le ceneri di Gagarin furono collocate in un loculo scavato nelle mura del Cremlino, privilegio riservato agli eroi dell’Urss. “Un poeta non crede alla tua morte”, canta Alfonso Gatto. “Un poeta non sceglie per te le sue tristi parole, / la sua tristezza che non è finita / e che del mondo intende la sorte”. E aggiunge: “A noi resta il tuo nome, / col tuo nome chiameremo il domani, / le navi le piazze, la via / di casa: t’indicheranno le mani. / Sarai notizia, domanda, il dove, il come / dell’avventura che si dà ragione. / Saremo detti vissuti nell’ora tua / e della tua giovane vita / […] / Ti porteremo le cose buone, / i dolci frutti, l’ingenua terra che scava / la sua fatica, ti porteremo l’ava / che ride, il bambino che sgambetta, / la tua Russia fiorita. / Sarai dovunque libertà che aspetta / e la speranza che semina il cielo”.
© Sigismondo Nastri (da mondosigi.com, 1.7.2007)

venerdì 4 marzo 2016

ADDIO, PICCOLA LILLI


Dino Buzzati, nella prefazione al libro di Enzo Grazzini "Anche per i cani un paradiso", rileva che l'amore senza riserve e spesso disperato del cane verso l'uomo "è uno dei fenomeni più commoventi ma soprattutto più misteriosi che avvengano quotidianamente sulla Terra". Chi non ha mai avuto un cane forse stenta a crederci, ma è proprio così. 
Un cane che ti ha fatto compagnia per dieci o dodici anni, ti ha rallegrato, ti ha consolato, ti ha amato, quando poi se ne va ti dà il solo dolore che in tutta la sua esistenza non è riuscito a evitarti: quello di morire. Fu così per Bouchon, poi per Sherry, oggi per Lilli. Anche lei riposerà nel giardino di Benincasa. Due mesi fa la diagnosi, attraverso la Tac, di un terribile male. Poi il tracollo, inesorabile, giunto stamane all'epilogo. 
Non ho parole per esprimere la mia tristezza. Faccio ricorso, perciò, a Grazzini: "Mi piacerebbe molto che anche gli animali avessero un loro paradiso... specialmente i cani: perché non riesco a convincermi (e posso anche essere in errore) che la loro fedeltà, la loro mansuetudine, il loro spirito di sacrificio, le loro rinunzie, i loro altruismi, siano tutte cose legate all'istinto. Negli occhi di un cane... io vedo sempre una luce che mi fa pensare, non al suo istinto, ma alla sua anima. Mi piacerebbe molto, ripeto, che i cani avessero un loro paradiso. Mi auguro che questa non sia giudicata un'eresia". Victor Hugo si domanda: “Se guardi negli occhi il tuo cane, come puoi ancora dubitare che non abbia un’anima?”. La risposta la prendo in prestito da Mark Twain: "In Paradiso si entra per favoritismo. Se si entrasse per merito, tu resteresti fuori ed il tuo cane entrerebbe al posto tuo."
Riposa in pace, carissima indimenticabile Lilli.