mercoledì 15 agosto 2018

IL 3 OTTOBRE RICORRERA’ IL 60° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI CESARE GIULIO VIOLA. IL COMUNE DI POSITANO FACCIA QUALCOSA PER RICORDARLO


Non amo la sdraio. Ne ho due, non mi ci siedo mai. Non amo la sdraio da quando a Positano ne rimase vittima, sul terrazzo di casa, il commediografo Cesare Giulio Viola. Avvenne il 3 ottobre 1958. Il telo sul quale s’era adagiato per godersi la vista del mare all’improvviso si squarciò.  Batté la testa e gli fu fatale. Viola, nato a Taranto il 26 novembre 1886, s’era affermato come scrittore, commediografo e sceneggiatore di teatro, televisione e cinema. Per la sceneggiatura vantava anche una candidatura all’Oscar.
M’interessai a lui per due lavori: “Canadà” (tre atti, Mondadori, 1950) e, in modo particolare,  “Nora seconda” (tre atti, prefazione di Eligio Possenti, Bologna 1956) che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto dare un seguito all’interrogativo col quale s’era chiuso il dramma ibseniano “Casa di bambola”. Non mi piacque. Non c’era nulla del pathos dell’autore nordico.
In “Canadà” mi sorprese il riferimento alla Grotta dello smeraldo. Trascrivo qui il breve dialogo tra i protagonisti della commedia, Joe e Olga:
«OLGA. E perché dici queste cose? (fissandolo) Dimmi che mi vuoi bene… Mi fa piacere sentirmelo dire…
JOE. Ti voglio bene…
OLGA. Non così… Come quella sera, ti ricordi, a Roma… Come quel giorno ad Amalfi, nella grotta dello Smeraldo… Io voglio tornare ad Amalfi e voglio comprarmi quella grotta, e voglio murarla perché nessuno c’entri più… Dimmi che mi vuoi bene come allora… È vero, Joe?».
Tra meno di due mesi, il 3 ottobre, ricorrerà il sessantesimo anniversario della morte di Viola. Sarebbe il caso che il Comune di Positano si facesse promotore di una cerimonia – meglio, un incontro di studio -, per richiamare l’attenzione degli studiosi sulla sua opera, soprattutto per ricordare quanto egli amasse il paese della Costiera.
© Sigismondo Nastri

venerdì 27 luglio 2018

RIFLESSIONI NOTTURNE. L'ECLISSE


Una giornata che si annuncia calda (e non poteva essere diversamente), afosa (come le altre che ci hanno preceduto in questo periodo), ma con l'attesa di quello che è stato sempre considerato - scienziati a parte - il più misterioso, affascinante, inquietante spettacolo visibile dalla superficie terrestre: l'eclissi.
Stasera staremo tutti a guardare il cielo, a spiare, come si fa dal buco di una serratura, quello che - mi fu detto una volta, ragazzo - è un ménage a trois tra Terra, Luna e Sole, che si sovrappongono come amanti. Per un lungo amplesso, a luce smorzata. Non riuscivo a capire, allora, come fosse possibile. Poi me lo hanno spiegato.
Ecco come descrive la scena The International Encyclopedia of Astronomy: “Il cielo si fa più buio, assumendo spesso una lugubre sfumatura verdastra indescrivibile e molto diversa dal buio provocato dalle nuvole... Negli ultimissimi secondi della fase parziale la luce cala di colpo, la temperatura scende sensibilmente, gli uccelli si appollaiano, alcuni fiori chiudono la corolla e il vento si placa... Sulla campagna scendono le tenebre”. Anche sul mare, certo. Sarà silenzio.
Me ne starò zitto anch'io, naso all'insù, orecchie appizzate, a godermi la scena, e anche in ascolto dei sospiri, dei gemiti, delle grida di soddisfazione che potranno venirmi dalla volta stellata nel momento clou dell'incontro, l'orgasmo. Quello della Luna, certo, per la Terra non è più tempo. La nostra Terra vive stancamente la sua menopausa, è diventata vecchia.
© mondosigi

giovedì 26 luglio 2018

RIFLESSIONI NOTTURNE. "FULL PARKING" AD AMALFI


Ho visto un post sul "tutto esaurito" dei parcheggi ad Amalfi. Messo bene in evidenza da cartelli informatori. Non lo trovo più su Facebook. In questo caso, presumo, il povero viaggiatore, che magari viene da chissà quanto lontano, e ha faticato non poco ad arrivare a destinazione, vuoi per il caldo, vuoi per il traffico intenso e caotico, non sa cosa fare. 
M'è venuto subito a mente che, tanti anni fa, ad Amalfi i gabinetti pubblici stavano all'uscita della Porta della Marina, stretti in uno spazio ridottissimo. Si scendevano alcuni gradini per arrivare agli orinatori e, credo, all'unico wc disponibile. Se ne occupava un militante Pci, Ferrigno (del quale ora mi sfugge il nome), seguace dell'ing. Ruggiero Francese, leader indiscusso del partito. Era un lettore assiduo dell'Unità, come del resto, allora, ogni milirtante. E siccome la ressa era continua, Ferrigno ebbe un'idea geniale. Affisse un avviso all'ingresso sul quale era scritto a caratteri cubitali, in più lingue: "In caso di affollamento, rivolgetevi all'Ufficio turistico". La notizia fu riportata dalla stampa (Il Borghese le riservò un commento veramente sfottente).
Ma l'automobilista che oggi non trova dove parcheggiare l'auto a chi santo deve rivolgersi: all'ACI? O al ministro Toninelli?

mercoledì 25 luglio 2018

RICORDO DI GASPARE DI LIETO (E UN PO' DI AMARCORD)

Quando vivevo ad Amalfi, passando per la piazza del Duomo, non riuscivo a immaginare lo spazio retrostante la fontana del Popolo, dominata dalla statua di marmo dell'apostolo Andrea, senza che si intravedesse, all'ingresso del suo stracolmo negozio di ceramica, la figura pacioccona, simpatica, sorridente e accogliente di Gaspare Di Lieto. Mi fermavo a parlare con lui ed era sempre un piacere ascoltarlo.
Il mio rapporto con i Di Lieto risale a quando, ragazzo, frequentavo l’Azione cattolica. Il fratello Teodoro ne era presidente. Divideva il tempo tra negozio e Seminario dove era ospitato il Centro diocesano A.C. Lì tenevamo le nostre riunioni. Ma conoscevo bene anche il padre, don Matteo, che da stagnaro si era trasformato in maestro eccelso nel modellare la creta. Realizzò il presepe sommerso per la Grotta dello smeraldo, le tavole della Via Crucis per l’ex cattedrale di Scala, tante altre piccole opere che fanno gola ai collezionisti. Ne ho comprato su internet quando ho potuto. Riuscì a mettere la ceramica di Atrani, dove la si lavorava, in competizione con quella di Vietri sul Mare. L’industria grafica e cartaria De Luca, alcuni anni fa, le ha dedicato uno splendido calendario. In quella piccola azienda, erano impegnati, con compiti diversi, i figli. In particolare Mario, che aveva seguito studi d’arte ed era un pittore veramente bravo.
Una volta i dipendenti della piccola fabbrica, situata in un vicoletto accessibile sia dalla strada statale che dalla piazzetta, indissero uno sciopero. Per una rivendicazione economica. Me ne parlarono. Senza nemmeno pensarci mi schierai al loro fianco con un articolo sul Quotidiano (giornale, manco a farlo apposta, legato alla Chiesa e ai vescovi). Ci andai pesante. Ero giovanissimo (16-17 anni), di esperienza ne avevo poca. Gaspare si prese collera, indisse una conferenza stampa con la presenza dei sindacati. La cosa si chiarì, rimanemmo amici.
Nel periodo in cui abitavo nel palazzo Amodio, sulla Sciulia, avevamo come dirimpettaia la sorella di Gaspare, la signora Rosa. Le nostre case erano divise dallo stretto corridoio chiamato via Arsina: una distanza di un metro, un metro e mezzo. Ricordo lunghe chiacchierate tra lei e mia madre attraverso le finestre. Ogni tanto si passavano, allungando la mano, qualcosa: una cipolla, una testa d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, una foglia di basilico, secondo le necessità di ciascuna.
Ero, e sono, amico di Gennaro, il figlio più piccolo di Matteo Di Lieto. Un’amicizia che risale a quando avevamo i calzoni corti, che solo la lontananza poi ha dilatato.
Gaspare, morto alla vigilia dei cento anni, si prendeva cura del negozio. Lo ha fatto per lunghissimo tempo, da diventare figura storica di piazza Duomo e dintorni: come lo erano – mi affido alla memoria, chiedo scusa per le dimenticanze (chi può, mi dia una mano) - Emiddio ‘a pumpinara che, lì vicino, vendeva il pesce; accanto alla accattivante espoosizione di frutta e verdure di Giuseppe Buonocore, detto Peppe 'a pizzeria, che in seguito si spostò allo Spirito Santo; lo storico salumiere Pittiasso (e poi il nipote Alfonso Della Monica); Giovanni Stinga, ‘o Surrentino (tessuti); la signora Francese Colavolpe, nell'antica pasticceria ricca di specchi e mobili raffinati, seduta alla cassa col micio in grembo; il gioielliere Andrea Fusco, la figlia e il figlio Saverio; l’indimenticabile Mofone, Alfonso Mostacciuolo, col suo bazar, dirimpetto al Banco di Napoli; il fotografo Tommaso Piumelli; ‘O Pulveristo, Antonio Acampora, cavaliere e coltivatore diretto (nonché consigliere comunale di rispetto) che gestiva un’osteria all’inizio del supportico dei Ferrari; il salumiere Andrea Torre; il giornalaio Andrea Savo, vera memoria storica della città, con le figliuole (che mi consentivano tutte le mattine di fare rassegna stampa); ‘O Poerlo, Teodoro Giunchiglia, ‘ncazzuso ma simpatico, inappuntabile fruttivendolo; Masaniello, Luigi Gambardella, re indiscusso del pesce fresco; la signora Abbagnara Pagano, che esponeva l'insegna Novità all'angolo della sciulia, e lì vicino la bancarella del pesce di Paolillo: il profumiere Mario Barra; il barbiere-chitarrista Peripere, di cui mi sfugge il nome; Nicolino De Stefano, 'o cafettiere, e le sue ineguagliabili granite di limone; l’orefice Antonio Esposito; Adriana col suo bel negozio di scarpe e l’accento senese che non aveva dimenticato, nonostante il matrimonio con un amalfitano doc, Nicola Savo. Aveva rilevato il locale dove prima c'era la merceria di Elena Serretiello, moglie di mio zio Gigino Nastri. E prima, molto prima, c'era la farmacia, pure Nastri, dove fu architettato un delitto politico nel 1909, quando ad Amalfi si contrastavano il partito delle giacchette e quello delle sciamberghe. Avrò modo di trattarne se campo ancora un po'; l'attrezzato salone di barbiere e parrucchiere di Gioacchino Serretiello, ci potevi fare pure il manicure; la merceria di Sisina 'e Mundello a lato della banca; don Antonio Buonocore, signore di stampo antico, che aveva la salumeria accanto all’ingresso del seminario. La moglie, Ida Perez, signora elegante e gentile, era una cantante dalla voce purissima. Il suo repertorio attingeva alle belle canzoni di Mimì Lagrotta, altro personaggio che non dovrebbe scomparire dalla nostra memoria collettiva; il pizzaiolo Andrea Buonocore (che la sera lanciava la chiama: E’ cavera ‘a pizza, ‘o pizzaiuolo!; Andrea Cimino, 'o direttore, e Antonio Buonsostegni, colonne della pasticceria Pansa, che una nuova generazione delĺa famiglia sta rilanciando a liveĺli altissimi (come faccio a non citare qui la fabbrica di confetti, canditi e dolciumi vari lungo la via della cartera 'ranna e villa Paradiso - 'o Chiano 'e Panza, paradiso dei limoni - al quale si accede dall'artistico cancello, a lato di quella che era la casa dei miei nonni materni? Allora, tempo di guerra e immediato dopoguerra, dava lavoro a molte famiglie che curavano a domicilio l'incarto delle caramelle); il farmacista Bonaventura Falcone, dove immancabilmente, se ti serviva un medico, trovavi ad aspettarti il dottor Ferdinando Paolillo; Enrico Bastolla e la sua elegante boutique; il tabaccaio Andrea Florio e il pasticciere Gaetano Amatruda (vero masto della pastiera), all’uscita dalla piazza.
In piazza era anche la sede dell’Azienda turismo, guidata dall'avvocato Leopoldo Fiorentino e diretta da Andrea Colavolpe, persona squisitissima, anima d’artista, innamorato pazzo della sua città. Non ho citato Nunzio Scoppetta, è ancora sulla breccia. Gli mando un caro saluto.
La mia simpatia per Gaspare era giustificata anche da un altro motivo. Aveva sposato un’affascinante, dolcissima ragazza del mio quartiere: ‘e ‘ncoppa ‘e grare longhe, lungo la via che conduce al Santuario della Madonna del Rosario. Ermelinda Imperato, figlia di don Giovanni, imprenditore che ha fatto la storia della carta ad Amalfi. Io ero piccolo quando si fidanzarono. Ogni volta che mi incontrava la signora Ermelinda mi chiamava, come facevano a casa mia, col secondo nome, Nicola.

Sigismondo era troppo lungo. Con un nome troppo lungo, sosteneva Massimo Troisi, un bambino “viene scostumato”.
© Sigismondo Nastri

IL "J'ACCUSE" DEL PARROCO DI RAVELLO CONTRO I FRACASSONI NOTTURNI SCUOTE POLITICA E SOCIETA'

Leggo ora un articolo di Antonio Schiavo sul Vescovado, a proposito degli schiamazzi notturni a Ravello. Premetto che, pur trattando della Città della musica, che è anche città dell’arte, della letteratura, della cultura tout court, il problema non è circoscritto lì, ma diffuso su tutto il nostro territorio: se vado a sfogliare le cronache recenti e passate trovo molti elementi per una seria riflessione su come è cambiato il costume, il modo di far turismo, su come è venuto meno nella nostra società il rispetto per tutto quello che non ci tocca direttamente. Mi viene in mente un’espressione volgare, ma la riporto addolcita: a tre metri di lontananza da me, ognuno faccia quello che vuole. A volte, però, non riusciamo a rispettare neppure noi stessi. Mi piace come Schiavo conclude il suo intervento, rivolgendosi al parroco don Angelo Antonio Mansi. Con le stesse parole usate, nel 1494, da Pier Capponi nei confronti di Carlo VIII che aveva presentato un ultimatum, ricevendone un rifiuto, alla Signoria fiorentina. Il re aveva minacciato di suonare le sue "trombe”. Il condottiero toscano rispose: “E noi suoneremo le nostre campane”. Oltretutto al parroco nessuno potrà rimproverare nulla. Sono o non sono, le campane, come ci hanno insegnato, ‘a voce ‘e Dio?
E’ stato proprio don Angelo Antonio, a quanto leggo, a levare il dito contro i fracassoni notturni. Egli vive nella casa canonica, attigua al Duomo, con le finestre che affacciano sulla piazza. La notte è fatta per il sonno e ad averne maggiormente bisogno sono le persone più impegnate di giorno. Non i fannulloni. Un parroco, ad esempio, pastore di anime, capo di una piccola comunità di fedeli. Custode di ansie, dubbi, situazioni difficili, problemi esistenziali che gli vengono confidati nella sagrestia o nel segreto del confessionale. Di cui si deve caricare per farsene tramite e affidarle alla misericordia divina. Non credo che a fine giornata, pur raccogliendosi in preghiera, possa andare a letto sereno. Forse gli è già difficile prender sonno. Poi ci si mettono quelli che fanno caciara sotto le stelle a tenerlo ancor più in agitazione. Conosco don Angelo Antonio da tempi lontani. Siamo stati colleghi nell’insegnamento. L’ho sempre apprezzato per la dottrina, la sensibilità umana, per l’impegno nel farsi apostolo del Vangelo. Ma, quando si innervosisce, non si tira indietro nella discussione. Lo apprezzo per questo. Il grido d’allarme ha indotto altri a scendere in campo, ha scosso qualche coscienza: tra amministratori, operatori turistici, cittadini (non è solo la canonica, del resto, che si riflette sul lucido pavimento della piazza del Duomo). Antonio Schiavo ha citato esperienze dirette subite da lui e dalla sua famiglia. Spero che si trovi il modo di assicurare vivibilità a chi risiede a Ravello, si sbraccia, lavora, fa crescere l’economia. E ai tanti che ci vengono per respirarne l’ésprit, per goderne le bellezze, anche per sposarsi (perché non c’è luogo più bello per coronare un amore), non per cafonerie e cialtronerie varie. Magari sotto l'effetto di alcol o chissà che. Come dicevo all’inizio, non è sotto attacco soltanto Ravello. Anche altri luoghi della Costiera. Solo che è qui, a Ravello (che non per niente si chiamava Rebellum, cioè “ribelle”) c’è stato chi ha avuto il coraggio di scendere in campo, con parole chiare. E con l’autorevolezza del suo ruolo. Altrove, magari, ci si adatta. Si va a dormire con i tappi nelle orecchie.
© Sigismondo Nastri

lunedì 23 luglio 2018

SPUNTI DI RIFLESSIONE SUL TURISMO CAFONE E VOLGARE IN COSTIERA

Non ho possibilità di constatarlo di persona (maledetta lombosciatalgia!), mi riferisco a quello che viene postato su Facebook. Lo spunto me lo dà uno scritto di Secondo Amalfitano, ex sindaco di Ravello, direttore di quel gioiellino che è Villa Rufolo, riportato a nuovi splendori. Egli dichiara, non so se più sconsolato o arrabbiato: «I matrimoni cafoni e caciari inquinano e distruggono la nostra identità, compromettendo il futuro dei nostri figli e lo stesso segmento del turismo matrimoniale che tanti soldi sta riversando su Ravello. È da criminali consentire che le notti ravellesi, ma anche i giorni, vengono disturbati da orde di ubriaconi incolti e cafoni»

Gli fa eco qualcuno da Amalfi definendo “terra di barbari” quel che resta dell’antica regina del mare. E non solo. Trovo una foto che mostra un carrettino per le granite fermo sotto la scalinata del duomo: niente di scandaoloso, ma non mi pare un bell’esempio (preferisco altre immagini di quel luogo di fede e di memoria eretto dalla devozione dei nostri antenati). Come quello di un gruppo di persone che bivaccano tranquilli in uno spazio pubblico. Avviene anche a Roma, e non è cosa di poco conto. Neppure Positano sembra che se la passi bene. Come Maiori, del resto, che ha la comodità di un lungomare ampio, frondoso, denso di panchine.
Quando l’arcivescovo Mons. Orazio Soricelli, nel dicembre del 2000, in occasione del convegno “La memoria per il futuro della Costa”, mi chiese l’editoriale per la sua rivista Fermento, scrissi:
«“Friggi e mangia”: mi sembra di poter condensare in queste due parole, oggi, l’immagine di Amalfi. Attrezzata, nemmeno tanto, a un turismo estraneo alla sua vocazione. Perché la città appartiene a un comprensorio – ne rappresenta il fulcro, con la sua storia, le sue testimonianze d’arte, la sua bellezza – tradizionalmente destinato a un turismo di qualità: quello che da un po’ di anni si sta portando avanti a Ravello, con risultati positivi. E’ vero, a Ravello lo si è potuto fare grazie a strutture ricettive di assoluta eccellenza. Come a Positano, del resto, dove si cerca di frenare i flussi frenetici di vacanzieri. Ad Amalfi, invece, è su questo fenomeno – il “mordi e fuggi” - che si fonda l’economia. A vantaggio di pochi, il resto della popolazione ne subisce le conseguenze negative. Occorrerebbero politiche adeguate. Una città d’arte, a vocazione turistica – interessata a quello che si definisce heritage tourism -, dovrebbe avere servizi adeguati, spazi vitali capaci di contribuire alla qualità della vita, un’articolazione organica delle attività commerciali e offrire uno shopping di lusso, com’è in altri luoghi d’élite, non soltanto pizzetterie, tavole calde, limoncello.
La massificazione del turismo, che ha portato a una diffusione capillare di “B&B”, si trova a fare i conti con l’inadeguatezza del sistema strutturale e infrastrutturale. Vale per tutti i centri costieri. Forse meno per le aree interne, dove c’è una migliore distribuzione degli spazi e una maggiore attenzione alle peculiarità ambientali.
Nessuno s’è accorto che negli ultimi decenni sono scomparsi dal territorio della Costiera i grandi nomi della economia, dell’alta finanza, della cultura, dell’imprenditoria che qui avevano le loro residenze estive.
Tutta la mobilità avviene attraverso la statale 163, che non è in grado di sopportare l’eccessivo flusso veicolare: soprattutto nei week-end, in occasione delle grandi festività, nel periodo balneare.  E si pensa a nuove strade, a una galleria che dovrebbe collegare Maiori con Cava de’ Tirreni. Ingolfando ancora di più i nostri paesi.
Nonostante ci sia una Conferenza dei sindaci non c’è unità di vedute. Si ragiona in ottica locale.  È questo il primo problema da affrontare: la mancanza di un coordinamento che superi un campanilismo atavico, nell’ottica di una progettazione seria, oculata, complessiva delle esigenze del territorio: nella prospettiva auspicabile di uno sviluppo ordinato, che coinvolga tutti i dodici comuni».
Non è servito nemmeno come spunto di riflessione e di analisi. A diciotto anni di distanza la situazione non è migliorata. Il tessuto sociale, che è «l'insieme di elementi uniti tra loro in modo omogeneo» (cit. Treccani) s'è sgretolato progressivamente. Prevale l’egoismo, ognuno bada al proprio orticello (operatori economici, quelli del settore ricettivo, della ristorazione, del commercio ad esempio), non si governa il territorio con idee chiare, in maniera coordinata e univoca.
Tengo fuori dal discorso la droga, che circola (come dimostrano certe azioni, anche recenti, dei carabinieri che svolgono un lavoro assiduo e attento) e, dulcis in fundo, le coltivazioni di cannabis scoperte sulle nostre montagne.
Mi dispiace che nelle maglie del turismo cafone, casinista, volgare, sia incappata pure Ravello. Dove qualche giorno fa il sindaco ha dovuto prendere posizione contro i procacciatori di clienti per negozi e ristoranti (esistono solo a Ravello? mi chiedo), perché «ne va della buona reputazione del paese». Servirà a qualcosa? 
Ma non è di questo che voglio occuparmi. Dico solo che il problema posto sul tappeto - tranquillità, ordine, igiene, sicurezza, salvaguardia dei beni storici, artistici, paesaggistici e ambientali -  è dilagante, le città d'arte ne soffrono, da Venezia alla punta estrema della Sicilia. Il nostro territorio, ahinoi!, non fa eccezione.
Il mondo è cambiato velocissimamente sotto i nostri occhi e non ce ne siamo neppure accorti.
 «Il buonsenso che fu già caposcuola» (Giusti) è morto, insieme alla buona creanza, nelle famiglie, nelle scuole, nella stessa organizzazione della società. Perfino tra chi governa la nazione, figuriamoci! Tutto è diventato tollerabile, se non ritenuto addirittura lecito. Ci sono leggi, decreti, ordinanze, divieti, avvisi: restano sulla G.U. (per la storia), o affissi a un albo pretorio (come lo si chiamava una volta) o postati online. Tanto ognuno si spiccia da sé. Le stalle si sono aperte, i buoi sono scappati: dubito che si riesca a riportarli indietro.
Che futuro si prepara? Io sono vecchio, non lo vedrò.
© Sigismondo Nastri

RIFLESSIONI NOTTURNE. FONDAMENTALISMO, NON SOLTANTO QUELLO ISLAMICO


Mio figlio ha vissuto a Milano per oltre dieci anni. Abitava a piazzale Maciachini. Quando andavo a trovarlo facevo lunghe passeggiate, e non solo verso viale Stelvio, per allungarmi fino a santa Maria alla fontana, per la messa, o al quartiere isola, per il mercato. Percorrevo le due strade che costeggiano il palazzo: viale Jenner da un lato, feudo musulmano (c'è pure una moschea), viale Imbonati dalĺ'altro (invaso da cinesi). Mi fermavo a parlare (la curiosità del giornalista m'è rimasta attaccata alla pelle), entravo nei loro negozi. Non ho mai avuto problemi. Nessuno sgarbo. Ne trovavo accanto a me, anche nella metro. 
Certo, esiste il fondamentalismo che è altra cosa: non solo quello islamico, anche il nostro, cattolico.
Il fondamentalismo delle idee (o integralismo) è "l'atteggiamento di chi attribuisce alle proprie opinioni, e in particolare alla propria fede religiosa, un valore assoluto e dominante rispetto a quelle altrui".(cit.). Oggi ci si combatte tra integralismo e relativismo. Occorre una profonda opera di educazione alla ragione, su entrambi i fronti, tesa a creare una società nuova dove si possa convivere ciascuno professando la propria fede e le proprie idee, liberamente, nel rispetto di quelle degli altri.
È difficile, lo so, ma il mondo globalizzato, nel quale i confini vanno sempre più appannandosi, e le migrazioni diventano labili (checché ne pensi il ministro dell’Interno Salvini), ce lo impone.
© Sigismondo Nastri