giovedì 31 ottobre 2019

IL CULTO DEI MORTI PRIMA DI HALLOWEEN

Quando ero bambino, e per fortuna non esistevano le mostruosità di Halloween, le mamme raccontavano ai figliuoli che la notte di Ognissanti i nostri cari, passati nell'aldilà, tornano sulla terra, per concessione divina, e ci restano fino al giorno dell’Epifania. Non li vediamo - le anime sono puro spirito -, ma ne avvertiamo la presenza costante accanto a noi. Ci guidano, ci conducono per mano, accompagnano le nostre azioni, vegliano sul nostro sonno.
Era una favola dolce, per nulla impressionante, volta a tener viva la memoria dei defunti.
Mi piace crederci ancora.

domenica 29 settembre 2019

LA CASSAZIONE GIUSTIFICA LA REAZIONE AD ATTI DI BULLISMO

LOMBROSO, IL MUSEO DEL CINEMA E LE "DELINQUENTI" NAPOLETANE

Prendo la notizia dal Corriere del Mezzogiorno dell'altro ieri.
Il Museo del Cinema di Torino, istituzione di tutto rispetto, ospita fino al 6 gennaio una mostra dedicata a Cesare Lombroso (1835-1909). Mi fa impressione vedere esposte immagini di donne, definite ladri o falsarie, con la sottolineatura "delinquenti napoletani".
Lombroso sosteneva che le condotte atipiche del delinquente (meno male, anche del genio!) sono condizionate, più ancora da situazioni socioeconomiche o ambientali, dalla ereditarietà. Addirittura da peculiarità anatomiche e fisiologiche. Per cui dovrei credere - ma non è così, ancora di più in tempo di globalizzazione - che chi ha le sue origini al sud è diverso da chi nasce all'ombra del monte Bianco e del Cervino. La storia c'insegna che c'è stato sempre, in ogni epoca, incrocio di popoli e etnie di qua e di là degli oceani. Meno male che le teorie lombrosiane sono state smantellate dalla scienza.
In un momento, caratterizzato dal risveglio del razzismo e dell'antimeridionalismo più becero (con Salvini e la Lega che ci soffiano sopra), l'iniziativa della mostra a Torino non mi sembra nè utile nè opportuna.
Condivido quello che ha dichiarato lo storico Francesco Barbagallo: "Mi chiedo: che ci fa Lombroso al Museo del Cinema? ... Secondo me, in un museo che si chiama 'del cinema' si rischia di ingenerare una confusione tra fiction e realtà".

venerdì 27 settembre 2019

UNA PICCOLA RIFLESSIONE SULLA SENTENZA DELLA CONSULTA E IL FINE VITA

La sentenza della Corte costituzionale, che apre al suicidio assistito, sicuramente è destinata a alimentare polemiche, a creare sconcerto. Lo crea in me che considero la vita un dono di Dio e penso che spetti a lui deciderne inizio e fine. Già, ma la sofferenza, mi si obietterà! Che ci piaccia o meno, essa - dalle origini - fa parte della condizione umana.
Per quanto mi riguarda, non delegherei a nessuno di scrivere "the end" al mio cammino su questa terra. Non sottoscriverei mai un biotestamento. Anche se mi dovessi trovare nelle condizioni più disperate.
Capisco però che il mio modo di pensare è sorretto dalla forza della fede cristiana.
Capisco anche che vivo in uno stato laico, aconfessionale - come dev'essere una democrazia moderna -, nel quale forse i cattolici praticanti non rappresentano neppure la maggioranza della popolazione. Non posso, quindi, imporre i miei principi a chi ha un'altra visione dell'esistenza. A chi non si riconosce nei miei valori religiosi e morali.
Ribadisco quello che ho scritto in una poesia: non mi permetto di giudicare chi, stanco e depresso, getta il bastone all'angolo di una via. Come è accaduto a Dj Fabo, che s'è arreso alle sofferenze fisiche e psicologiche causategli da una patologia diagnosticata irreversibile.

IN CENTO PIAZZE D'ITALIA, MANIFESTAZIONE DEI GIOVANI PER IL CLIMA

Da vecchio uomo di scuola, sono solidale - spiritualmente accanto a loro - con i ragazzi che oggi hanno manifestato in tutta l'Italia chiedendo nuove regole per la tutela dell'ambiente. Checché ne pensino gli scienziati, Zichichi in testa, i quali contestano in un documento che siano in atto mutamenti climatici.
E' sotto gli occhi di tutti che i ghiacciai si stanno sciogliendo, la temperatura aumenta, le stagioni non hanno più regole, il livello dei mari si alza. 
La scienza, a volte, fa a pugni col buonsenso.

venerdì 7 settembre 2018

APPUNTI DI CUCINA POVERA. DIAVOLO D’UN PEPERONCINO NELLE PENNE ALL’ARRABBIATA

Il pepàino, così lo chiamano a Maiori. Diavolo di un peperoncino. E’ sempre più difficile trovarne piccanti. Veramente piccanti. Quando ci provo, al mercato di Torrione, a Salerno, resto quasi sempre deluso dopo aver litigato, magari, col venditore al quale mi rivolgo abitualmente. In qualche circostanza mi ha addirittura sfidato ad assaggiarlo e, visto che lo masticavo senza problemi, ha fatto la... faccia del pastore della meraviglia nel presepe. I peperoncini piccanti, quelli col fuoco dentro per intenderci, li ho avuti regalati dalla signora Marilena del Frescale, a Tramonti, e dal mio amico Gennaro, ad Agerola. Quelli, sì! Ne ho conservato i semi e li coltivo in vaso sul terrazzo di casa.
Ci sono pietanze che, senza na ponta ‘e forte, perdono il loro sapore.

Sempre a proposito di peperoncini, mi capitò di vederne, a Parigi, in una esposizione di frutta e verdura. Fui colpito dal fatto che non erano come i nostri. Avevano la stessa forma, miniaturizzata, di quelli grossi che prepariamo arrostiti o in agrodolce. Cercai di toccarli col dito, fui subito redarguito. Decisi allora di comprarne tre. Mi furono consegnati accuratamente chiusi in un sacchetto di carta con la raccomandazione di stare attento quando lo avrei aperto, perché solo a guardarli avrebbero lasciato il segno. “All’anema d’ ‘a palla”, pensai.
Tornato a casa, appena cominciai a scartocciarli, insieme con mia moglie e i miei figli, i vapori si sparsero rapidissimamente in tutta la stanza, tanto che fummo costretti a rifugiarci in terrazza. Ci ritrovammo con gli occhi gonfi, che lacrimavano, e con un insopportabile bruciore al naso. Capimmo subito che non erano adatti all’impiego in cucina: avrebbero reso il cibo immangiabile.
Quei peperoncini, m’era stato detto, provenivano dai possedimenti francesi d’oltremare.
Bando a tutto ciò che è esotico, estraneo alle nostre conoscenze, perciò. Affidiamoci al tradizionale ediavulillo paesano, a chilometro zero.
ben collaudato
Una pietanza, nella quale non se ne può fare a meno? Le penne all’arrabbiata. Ecco la ricetta. Si mette a imbiondire un trito di aglio e cipolla nell’olio evo, aggiungendovi del lardo accuratamente allacciato sul tagliere. Si lascia rosolare per qualche minuto, poi vi si uniscono il peperoncino e i pomodorini, facendo addensare la salsa a fuoco vivace. Intanto si lessano le penne che, scolate al dente, vengono unite alla salsa in una zuppiera, mescolate bene, con l’aggiunta di una ricca grattata di pecorino (da solo, o misto a parmigiano).
Il grado di piccantezza, che rende il piatto arraggiato, dipende dalla varietà, qualità e quantità del peperoncino – esiste un’apposita scala di valutazione - ma è legato anche alla percezione sensoriale, che è sempre soggettiva. L'importante è non esagerare.
© Sigismondo Nastri

UN RICORDO DI CLEMENTE TAFURI

Rovistando tra le mie carte, un po' per rimetterle in ordine (cosa alquanto improbabile), un po' per deciderne la futura collocazione (un problema che, a 83 anni, mi assilla parecchio), ho ritrovato questo libro che ebbi regalato, nell'estate del 1952, con una sua dedica (a Sisgimondo, così mi chiamava), da Clemente Tafuri. È una monografia dell'artista - "Clemente da Salerno, poeta del colore" - scritta da Settimio Mobilio, che non era solo un grande avvocato, anche un profondo conoscitore d'arte.
Tafuri - osserva Mobilio - è nato, si è educato nel nostro secolo [il XX] ed ha seguito la sua via, cioè gli impulsi del suo temperamento, senza badare a scuole che egli non ha conosciuto. E aggiunge: "In arte pura non vi sono scuole, perché l'arte è manifestazione spontanea della persona, è attività di pensiero e di sentimento che trae dall'io le sorgenti delle sue espressioni". Credo che il giudizio sia perfettamente attinente al personaggio, che amava ripetere, compiacendosene: "Io seguo me stesso", cioè il suo impulso, i suoi stati d'animo.
Nato a Salerno il 18 agosto 1903, deceduto a Genova l'11 dicembre 1971, Clemente Tafuri può essere considerato l'ultimo rappresentante di una pittura tardottocentesca che a Napoli aveva come protagonisti Michele Cammarano, Vincenzo Irolli, Antonio Mancini. Una pittura che resisteva ai nuovi movimenti che si facevano strada in Europa e in Italia. Eppure, quando espose a Parigi nel 1951, nella galleria Bernheim-jeune al numero 83 di rue Faubourg Saint-Honoré, il critico Pierre Andrien - sulla rivista Le point de d'art - sottolineò che nei suoi dipinti non c'era nessun bluff, nessun pugno nello stomaco, ma soltanto una bellezza sfolgorante.
Io lo conobbi e lo frequentai nei primi anni cinquanta .- ero già corrispondente di giornali - quando aveva preso in fitto la pensione Belvedere a Conca dei Marini per dedicarsi - credo di ricordare - al ritratto di Salvo D'Acquisto commissionatogli dall'Arma dei Carabinieri. Aveva a disposizione due militari che gli facevano da scorta, oltre che da modello. Una sera venne alla torre dell'albergo Luna dove, sulla terrazza proiettata arditamente sul mare, si poteva ascoltare una musica dolce e appassionata. Apparve imponente, spavaldo, come un moschettiere uscito dalle pagine di Alessandro Dumas. Spavaldo anche nell'incontro con i pittori piemontesi che in quel periodo tenevano il loro raduno in Costiera, su invito dell'Ente provinciale per il turismo. E, se la memoria non mi tradisce, tra questi c'erano artisti che si chiamavano Francesco Menzio, Italo Cremona, Luigi Spazzapan.
Tafuri è un pittore ormai dimenticato da Salerno, che pure gli intitolò, sull'onda emotiva provocata dalla sua scomparsa, un bel pezzo di lungomare. Con l'eccezione del bel calendario 2018 dell'Azienda grafica e cartaria De Luca, curato da Marco Alfano, presentato il 28 dicembre dell'anno scorso a Palazzo di Città.
A quando una mostra rievocativa? Segnalo qui che, fra tre anni, ricorrerà il cinquantesimo anniversario della morte.
Sigismondo Nastri