domenica 23 aprile 2017

CARISSIMO DON CATELLO...

E’ morto questa mattina a Tramonti, nella sua Figlino, dove si era ritirato a causa dell'età e degli acciacchi, don Catello Coppola. La notizia l’ho letta su Facebook e mi ha profondamente addolorato. Canonico della Cattedrale di Amalfi, era stato rettore della Chiesa di S. Benedetto, sempre ad Amalfi, e poi, per molti anni, parroco della Collegiata di S. Maria Maddalena ad Atrani.
Don Catello Coppola (junior, quando fu ordinato sacerdote: c’era già, a Capitignano di Tramonti, un altro prete, più anziano, suo omonimo) è entrato nella mia vita verso la fine degli anni Sessanta o inizio Settanta, quando venne a insegnare religione all’Istituto Professionale per il Commercio di Amalfi, la scuola nella  quale svolgevo allora le funzioni di direttore.
M’ero appena fidanzato con una collega (mia moglie) e la notizia aveva suscitato manifestazioni di gioia da parte di tutti gli alunni, affezionati sia a me che a lei. Decidemmo quasi subito di sposarci. Chiesi a don Catello se era disponibile a celebrare il matrimonio: ne fu felice.
Ricordo con emozione, e commozione, le parole che volle rivolgerci nel corso della cerimonia, il 25 ottobre del 1971, nella Chiesa di S. Maria delle Grazie a Raito: ricche di dottrina, ma soprattutto parole di affetto, di stima, di condivisione della nostra scelta, di apprezzamento del nostro impegno nel lavoro scolastico.
Mi dispiace di non poter partecipare ai funerali, fissati per domattina alle ore 10 nella Chiesa di S. Pietro a Figlino. Ai familiari giunga l’espressione del nostro più accorato cordoglio.

venerdì 21 aprile 2017

DIARIO DALL'OSPEDALE SAN GIOVANNI DI DIO E RUGGI D'ARAGONA DI SALERNO

Premessa 

Questo diario inizia la mattina di Pasqua: domenica, 16 aprile 2017. È la vigilia del mio ottantaduesimo compleanno. Decido, con mia moglie, di andare alla messa di mezzogiorno nella Chiesa di Santa Croce e San Felice a Torrione, come facciamo abitualmente nei giorni festivi, a duecento metri da casa. La mia claudicatio neurogena, causata dall’ernia del disco e da una terribile lombosciatalgia, persiste. Devo camminare lentamente, col bastone, e fermarmi quando mi assale il dolore alla caviglia e al malleolo. Perciò dico a Anna Maria di muoverci per tempo. Voglio anche ritirare la bottiglietta d’acqua santa per benedire la mensa, come si usa fare tradizionalmente nella ricorrenza della Pasqua. Con noi c’è Manuela. E c’è anche Maya, la piccola chiwawa che ci portiamo sempre dietro, dovunque ci rechiamo.
Stranamente, riesco a camminare senza eccessive difficoltà, Arriviamo in chiesa di buon anticipo, entro prima io perché mia moglie e mia figlia si son fermate a comprare un mazzetto di fiori, e mi siedo a un banco sulla destra a metà della fila. Partecipo alla celebrazione cercando di non distrarmi; seguo le letture sul foglietto, l'omelia del parroco, don Salvatore Castello, mai banale; tengo Maya che, come al solito, se ne sta buona buona in braccio. Al momento della comunione la consegno a mia figlia, che è seduta alla mia sinistra, mi pulisco col disinfettante per poter accogliere l’ostia nella mano, come sono abituato a fare, e poi mettermela in bocca. Mi inserisco nella coda appoggiandomi al bastone. Solo quando torno al mio posto mi accorgo di avere una visione sfuocata di quel che mi sta davanti agli occhi. Ho lo sguardo appannato, come si suol dire. Non ci do peso. Riesco appena a sedermi e sussurro a mia figlia «Non mi sento».  È tutto quello che ricordo. Non so  che succede dopo. E neppure per quanto tempo (secondi, minuti?). Permane una fase di buio totale nella mia mente dello stato d’incoscienza che  lo apprendo dopo  mi ha colpito. 
Quando apro gli occhi, mi trovo circondato da un gruppo di persone. Due signore in particolare – una, infermiera professionale, lo vengo a sapere in seguito – mi hanno prestato i primi soccorsi. Intravedo in piedi, accanto a me, anche don Salvatore. Non riesco ad afferrare il senso di tanta attenzione. Intanto arrivano due o tre ragazze con la divisa arancione di operatrici sanitarie del 118, mi controllano la pressione, i battiti cardiaci, si consultano con qualcuno per telefono e decidono di trasferirmi sull’ambulanza. Si va in ospedale. Durante il tragitto cercano di tranquillizzarmi, io mi sforzo di rimanere sereno.
Al Pronto soccorso, vengo subito adagiato su un lettino-barella. Analoghi controlli, prelievi, una fase di parcheggio breve, quindi vengo spostato in quella che ritengo la sala operativa: monitoraggio cardiaco, TAC al cranio. Sono lucido, anche se non do a vederlo sono teso. Chiedo alla dottoressa se si tratta di un problema cardiaco o neurologico. Risponde: «È l’ultima cosa a cui pensiamo». Mi viene applicato un ago al braccio destro e un altro al braccio sinistro per avere le vene pronte all’uso. Arrivato il risultato degli esami clinici, si decide il ricovero in Nefrologia. La diagnosi è di Iperkalemia severa, acidosi metabolica e insufficienza renale. La dottoressa torna  e mi dice: «Mi dispiace, le dobbiamo applicare il catetere». Vi provvede, poco dopo, un infermiere.
Il reparto è al quinto piano, vengo sistemato nella stanza n. 4, posto 11, accanto alla grande finestra che si affaccia sulla zona industriale. La stanza può accogliere sei degenti, al momento ne siamo cinque. A guardarli, gli altri quattro appaiono abbastanza malconci e depressi: e, come se non bastasse il catetere,  portano  il pannolone.
Comincia qui il mio diario dall'Ospedale (sono rammaricato di non poter trascrivere la totalità dei messaggi che mi sono arrivati: tantissimi. Assicuro che li ho tutti ben presenti nella mia mente e nel mio cuore). 

16 aprile

Che Pasqua questa Pasqua! E chi se lo aspettava: dalla Chiesa all'Ospedale. Meno male, di solito il percorso è all'incontrario. Ore 16.31 

Questo lo devo dire: il giorno di Pasqua, all'Ospedale Ruggi di Salerno, ho trovato - fino a ora - accoglienza, efficienza, umanitá. Ore 19.50 

 Pare che debba farmi una discreta vacanza qui a San Leonardo. Forse m'è andata bene. Ore 21.03 

 Penso che farò una discreta sosta qui a San Leonardo. E tutto sommato mi è andata bene. Potevo fa' na mala Pasca. Ore 21.10 

Lunedì 17 aprile

 Svegliarsi in un letto d'ospedale e vedere che s'è fatto giorno, nel giorno del compleanno, è bellissimo. Vuol dire che ci sei. Grazie, Signore. Ore 6.45 

 Grazie, Enzo Tafuri (l'amico poeta di Dragonea), per la bella sorpresa che mi hai fatta stamattina. Spero che tu possa uscire di qui, bello e pimpante, col cuore e il taccuino ricchi di poesia, come la sai fare tu, prima che io sia in grado di ricambiare la visita. Ore 14.10 

 Lino Lavorgna mi scrive: «Caro Sigismondo, tanti cari affettuosi auguri di Buon Compleanno. Il tempo vola, ma i ricordi non si cancellano e la splendida Costiera è sempre presente nel mio cuore, con te e tanti altri cari amici, nonostante la non voluta latitanza, che spero di colmare prestissimo. Per te la torta speciale dei Cavalieri di Camelot, riservata alle persone speciali, e una vecchia fotogallery, a te ben nota, ma che sicuramente sarà gradita dai tuoi numerosi "fan". Un abbraccio affettuoso.» Ore 18.16

 Rispondo a Lino Lavorgna«Caro Lino. grazie di cuore. Bei ricordi certo. Che mettono tristezza a chi, e parlo di me, ha dovuto trascorrere Pasqua, Pasquetta e compleanno in un letto d'ospedale e deve ringraziare il Cielo se il malore di ieri lo ha lasciato sostanzialmente indenne. Un saluto memore, cordiale.» Ore 18.48 

Martedì 18 aprile

 Comincia presto la giornata in ospedale. Alle cinque del mattino, col cielo ancora buio, la vasta zona orientale della città è contrassegnata dalla fitta ragnatela dell'illuminazione pubblica. Fra poco, dall'ampia finestra che è accanto al mio letto, potrò godermi lo spettacolo del sorgere dell'alba. Ore 5.26 

 Nella vita di tutti i giorni camminiamo spesso con lo sguardo appannato. Non ci accorgiamo delle sofferenze della gente e, se pure ce ne accorgiamo, tendiamo a girare la faccia dall'altra parte. In una corsia d'ospedale, dove pure ti trovi per un problema serio, c'è una sensibilità diversa perché hai accanto o di fronte qualcuno che sta peggio di te. Non puoi non vederlo. E, dunque, non hai neppure diritto di lamentarti. Ore 6.02 

 «Tu che dice, chesto è raù?». Magari! Solo pastina in brodo vegetale (sic) fredda e senza sapore. C'è chi si lamenta. L'ho mangiata per mangiarla, cioè per fame. Se è questo che offre il... convento bisogna accettarlo. Del resto l'ospedale è un luogo dove uno viene per la necessità di curarsi. È quello che conta. Non è un ristorante stellato e neppure una trattoria di paese. A me interessa solo uscirne meglio di come ci sono arrivato. Ore 19.38 

 Il suono di un'ambulanza mi annuncia che qualcuno sta arrivando al pronto soccorso dell'ospedale. Evidentemente sta male. Ripercorro la mia stessa esperienza del giorno di Pasqua che forse rimarrà un ricordo, nel tempo che ancora mi sarà concesso. Non posso negare però che un po' di fifa l'ho provata. Ora sono sereno. Ore 21.01 

Mercoledì 19 aprile

 Ecco che un nuovo giorno è cominciato. Alle sei, con la puntualità d'un orologio svizzero, l'attività è ripresa a pieno regime. Fuori la città è ancora avvolta dalla penombra. Via con le terapie: siringhe, pastiglie, punturine per verificare il livello della glicemia. Per quanto mi riguarda si va avanti con le flebo di bicarbonato di sodio. Da quando sono qua, 24h/24h, come un distributore di benzina in autostrada. Stanotte, nel dormiveglia, mi son trovata accanto al letto l'infermiera intenta a rimpiazzarmi, silenziosamente, il flacone che s'era svuotato. A proposito del bicarbonato: me lo somministrano con la flebo, dicevo, direttamente nel sangue. Se me lo dessero a bere, penso, sai quanti rutti mi verrebbe da fare! Ore 6.38 

Se mi fossi sentito male di pomeriggio, quello del lunedì in Albis, non mi sarei perse le tagliatelle alla bolognese di mia moglie, i conchiglioni ripieni, la minestra maritata di Beniamina, l'arista di maiale con il purè di patate, la pizza con la scarola, sopressata, casatiello, ricotta con le fave novelle e, dulcis in fundo, l'ottima pastiera della Pasticceria Trieste e chissà quante altre cose buone, compreso il liquore di liquirizia fatto da me. Ma se quello che è successo domenica a mezzogiorno in chiesa mi fosse capitato dopo l'abituale abbuffata pasquale io forse non sarei in grado di parlarne qui. Starei già concentrato in un barattolo di cenere. Tutti abbiamo un angelo custode. Il mio è stato veramente bravo. Mi ha fatto sentir male quando ero ancora digiuno. Mi son risparmiato così anche il peccato di gola. Ore 10.06 


 Scrissi una volta: «Ho un mondo di amici». E me ne vanto. Uno tra i più cari, uno dei colleghi che più stimo, giornalista di elevato spessore culturale ed umano, è venuto a salutarmi. L'ho dovuto incontrare sul pianerottolo perché in reparto a quest'ora (come è giusto che sia) non si entra. Grazie, Gabriele Bojano! Ore 11.13

 Si dice peste e corna del nostro sistema sanitario. E non a torto. Anch'io nella mia lunga attività di cronista in Costiera ne ho evidenziato carenze e inefficienze. Fossi ancora sulla breccia troverei tanti motivi per continuare a rilevarne le disfunzioni. Trovandomi però in ospedale mi corre l'obbligo morale di sottolineare che, sia al pronto soccorso che qui, al reparto di nefropatia, ho trovato persone, mi riferisco in particolare a infermieri e ausiliari, capaci, gentili, disponibili. Non nei miei confronti - sono grazie a Dio autosufficiente - ma di degenti che hanno problemi più seri dei miei. Ore 14.04 

Giovedì 20 aprile

 Buongiorno. Si gela, anche in ospedale, anche sotto la coperta. Siamo in sei, l'ultimo arrivato s'è lamentato tutta la notte. Chi tossisce, chi - come me - si limita a fare starnuti. Mi dicono che ieri sera hanno attivato il riscaldamento, non me ne sono accorto. Mi son sentito però arrivare addosso gli spifferi dalla finestra. Fra poco faremo colazione, orzo o latte, scommetto, al massimo usciti di freddo. Ci vorrebbe invece qualcosa di caldo, anche una doccia magari. Ma qui, attaccati alla flebo da un lato e col carico pendente del catetere dall'altro, riesce difficile persino lavarsi le mani. Un rimedio l'ho trovato: mi faccio staccare la flebo prima dei pasti per andare in bagno a defecare e darmi una rapida ripulita (si fa per dire). Sono fortunato: vedo che gli altri degenti i loro bisogni li fanno nel pannolone. 20.4.2017, ore 6.43 

Giuseppe Corniola mi scrive: «Buongiorno! Questo diario di bordo, di cui leggiamo per sentirvi vicino e per farci sentire vicini, forse potrebbe essere uno spunto per uno scritto importante, una specie di reportage di guerra. Intanto rinnovo gli auguri di pronta guarigione!» Ore 7.34


Trofimena De Rosa mi scrive: «Buongiorno! Si vede che anche questa esperienza, non del tutto positiva, doveva far parte della vostra vita quotidiana! E a noi, che siamo vostri assidui seguaci, piace di più di una telenovela! Grazie di farci partecipi ! Un abbraccio e che Dio ve la mandi buona!» Ore 8.09


 Non l'ho fatto ancora e me ne scuso. Desidero ringraziare tutti - davvero tanti! -, donne e uomini, amici, estimatori e semplici conoscenti, in particolare la folta colonia di ex alunne/i, che sono parte della mia vita, per i messaggi augurali inviatimi. Che ho letto, apprezzato e che a volte mi hanno finanche commosso. Auguri per la Pasqua, per il compleanno, per la salute. Mi sarebbe piaciuto rispondere singolarmente, non ci riesco (questa tastiera dello smartphone mi sta rovinando la vista). 20.4.2017, ore 9.32 

Rispondo a Giuseppe Corniola: «Si potrebbe fare ma dovrei restare più a lungo. Io spero che la degenza sia breve. Intanto occupo un po' di tempo. Qui la giornata è lunga.» Ore 11.23

Ricevo questo messaggio:  «Sono Giuseppe Ruocco, figlio del compianto avvocato di Minori. Normalmente, pur seguendo Facebook per motivi di lavoro, non scrivo nulla, dal momento che occupo un delicato ruolo (direttore generale al Ministero della salute, responsabile per la nutrizione e per la sicurezza alimentare). Questo importante compito mi fa ritenere fuori luogo esprimermi sui "social", sia relativamente a questioni di carattere generale di rilievo politico, e ancor più con riferimento al mio lavoro (molto postano foto di incontri, viaggi, parlano di questioni lavorative senza alcun riguardo per il giuramento fatto di riservatezza e segreto d'ufficio, argomenti ancora più importanti quando si ha a che fare con questioni e negoziazioni di rilevanza internazionale o rilevanti interessi commerciali). Però rompo il silenzio per dirle due cose. Innanzitutto, che - memore dei tanti "pezzi" con i quali, insieme a Gigino Di Stefano, negli anni d'oro della Costiera accompagnò il sogno di sviluppo e prestigio che mio padre (facilmente dimenticato alla sua morte) coltivava - leggo sempre con attenzione e piacere i suoi scritti, nei quali rivivono anche miei ricordi. I suoi interventi su FB, anche quando hanno una venatura di nostalgia, sono sempre accompagnati da una nota positiva e allegra e questo intende ancor più gradevoli. E poi che, leggendo dei suoi problemi di salute, che spero presto diventino solo un brutto ricordo, Le auguro di cuore, e vedo che sono in ottima compagnia perché ha molti followers, una pronta e piena ripresa. Pazienza se come responsabile della nutrizione dovrei "bacchettarla" per alcuni dei piatti che lei descrive...! Un caro saluto.»  Ore 18.04 

Se fossi venuto, dove mi trovo, da infiltrato, mosso solo dalla curiosità del giornalista, anziché come degente, dopo cinque giorni di permanenza in ospedale avrei già elementi sufficienti - di valutazione, di rappresentazione, di riflessione - per riempire un paio di colonne di giornale. Anche simpatiche, o meno, note di colore, cronache di vita quotidiana. Non so se lo farò, prima o poi. Niente di eclatante, per amor di Dio. Nel mio diario, affidato a Facebook, qualcosa la sto dicendo. Il fatto è che l'ospedale, visto dal di dentro, è diverso da come lo si immagina. O come lo si racconta, lo si giudica standone fuori. Ed è diversa anche l'umanità che lo pratica: malati, parenti, visitatori. Operatori, ovvio. Certo, il mio punto di osservazione ha limiti ben precisi: camera con vista su quella che avrebbe dovuto essere la zona industriale. Lo fu per qualche tempo, ora le industrie si contano con le dita di una sola mano. Però è bello, la notte, vedere lo spettacolo delle luci che segnano vie, piazze, quartieri fino all'estremo limite orientale della città. Ore 21.00 

 Umberto Belpedio, che mi è stato sempre vicino in questi giorni con messaggi e telefonate, simpaticamente mi scrive: «Sigi, cronaca "dal nostro inviato al Ruggi"... Ti avevo chiesto 40 righe per la Prima. Tu, che hai vissuto cinque giorni dal di dentro, annunci almeno due colonne. Tutto ok con un bel riporto a pagina 3, con titolo di testa. Ci sono foto? Presumo di sì, quella tua diffusa su Fb serve per la Prima. Sono sicuro che, flebo e catetere a parte, farai come sempre un grande reportage.  Un abbraccio.» Ore 21.15 

 Giuseppe Corniola rilancia: «Ma anche nel breve tempo (e naturalmente tutti ci auguriamo sia brevissimo) l'osservatore che conosciamo è in grado di cogliere spaccati di vita, sfumature di fatti e personaggi e dettagli che sono certo si trasformeranno in cose positive).» Ore 21.42


 Rispondo così al Dott. Giuseppe Ruocco:  «Nei commenti a queste mie noterelle quotidiane mi ha sorpreso, ed emozionato, il lungo messaggio del dottor Giuseppe RUOCCO, Direttore generale del Ministero della Salute. Ma soprattutto, per me, figlio di un carissimo amico, pioniere dello sviluppo turistico di Minori e non solo. Di un turismo che si identificava con la cultura. All'avv. Pasquale Ruocco, fondatore (tra mille difficoltà) della Pro loco, Minori dovrebbe erigere un monumento o quanto meno intitolare una via. Invece viviamo in un territorio che ha memoria corta. E non mi riferisco solo a Minori. Ci sono personaggi che hanno dato tanto alle nostre comunità e che, dopo che ci hanno lasciati, sono caduti nell'oblio. Il dott. Ruocco ha citato nella sua lettera Gigino de Stefano. Ecco, è anche a lui che va il mio pensiero. Mi fa piacere che il dottor Ruocco (lo ricordo ragazzo, poi l'ho perso di vista), nonostante le sue grandi responsabilità in un settore particolarmente delicato, riesca a leggere le cose che scrivo su Facebook. Grazie vivissime. Quanto alle ricette della Cucina paesana della Costa d'Amalfi sottolineo che esse vogliono soltanto tramandare alle nuove generazioni un po' di memoria storica in campo culinario: una cucina povera, semplice, genuina, a km 0, magari grassa (si adoperava la sugna anziché l'olio evo), di sostanza, dalla quale sotto certi aspetti - a mio avviso - può aver tratto spunti quella che ora si definisce “mediterranea". In un tempo in cui i piatti degli chef spesso sono espressione più di arte figurativa che culinaria. Esprimo al dott. Ruocco tutta la mia ammirazione per la brillante carriera ("il seme cadde in buon terreno, germogliò e crebbe rigoglioso" è scritto nei testi sacri), gli auguro ancora più brillanti successi e lo saluto con viva cordialità (sperando che un giorno non lontano - sono vecchio - ci si possa incontrare, per aprire il nostro libro dei ricordi, sul lungomare di Minori).» Ore 22.00 

Venerdì 21 aprile

 L'osservatorio mattutino è sempre la finestra panoramica della camera d'ospedale a San Leonardo. Sono appena le sei (ora legale). Mi sporgo dietro il vetro e vedo che fuori la vita riprende vivacemente. Il traffico sulla tangenziale rompe la staticità del paesaggio che è piatto, sullo sfondo appena accennato della catena montuosa, contornata di rosa (il sole deve ancora apparire), che s'allunga e s'abbassa fino a scivolare nell'acqua a Punta Licosa. Paesaggio che un tempo doveva essere interessante: prettamente rurale, fatto di pochi casali, immersi nel verde di un'agricoltura d'eccellenza. Ora è disseminato di anonimi e brutti capannoni. L'orizzonte marino, lunghissimo, è tagliato, ferito, sulla sinistra, dalle due torri Nicodemo: sorta di cattedrale incompiuta, con le gru che svettano alte. E fosse almeno quella di Gaudì a Barcellona! Poi, sulla destra, dalla fila di palazzoni in costruzione al margine della litoranea. Penso che questa doveva essere una campagna ricca e fertile. Sarebbe bastato, negli anni dello sviluppo, del boom economico, una pianificazione razionale, in grado di salvare il delicato rapporto con l'ambiente, e avremmo potuto avere oggi, sul fronte orientale, una fetta di città bellissima, da vivere e da godere. Ore 6.00 

 Sullo smartphone, alle ore 9.30, leggo che la temperatura esterna è di 6 gradi. Figuriamoci stanotte. Un freddo decisamente pungente. Ieri sera mia moglie mi voleva lasciare un plaid: non l'ho voluto per rispetto ai cinque degenti della stanza, anziani, piuttosto malandati, che di coperta ne hanno solo una. Ora le finestre sono aperte. C'è da cambiare aria. È il momento delle pulizie, del rifacimento dei letti, delle medicazioni nei casi in cui occorre. Si tossisce di qua e di là. Sembra di stare sul ponte di una nave. A me il letto lo hanno rifatto poco fa le due studentesse che fanno pratica nel reparto. «'O fanno a chi vonno loro», ho sentito brontolare. Non è vero. A volte vengono anche a misurare la pressione. Sono ragazze gentili, simpatiche, volenterose, garbate. Ho l'impressione che siano guardate con una certa malcelata diffidenza. Ore 9.30 

Ho appena ricevuta notizia che sarò dimesso. Mentre vado a dirlo a mia moglie, che è sul pianerottolo in attesa di entrare, mi viene incontro Emiliano Amato, l'amico direttore del quotidiano online Il Vescovado, che registra un video, subito postato sul suo giornale e su Facebook. Mi accoglie così: «Mattinata all'ospedale di Salerno in visita al nostro caro Sigismondo Nastri, decano dei giornalisti della Costa d'Amalfi. Lo abbiamo trovato in ottima forma!.» Ore 13.15 


 Sono tornato a casa. Le mie cronache dal letto dell'ospedale si sono concluse con i due post di questa mattina. Ringrazio affettuosamente il carissimo Emiliano Amato, direttore de Il Vescovado e presidente dell'Associazione giornalisti Cava-Costa d'Amalfi, che mi è apparso davanti, a sorpresa, mentre ero già sul piede di partenza (aspettavo solo che il medico mi consegnasse la lettera di dimissione). Come ringrazio di cuore Antonio Amato, fraterno amico, che mi ha fatto visita ieri (e mi ha pure consegnato un bellissimo regalo per il mio compleanno). E Gabriele Bojano, uno dei colleghi che più apprezzo e stimo: è venuto l'altro giorno senza poter entrare in reparto perché fuori orario (c'erano ancora i medici in giro per le visite). Mi è stato concesso eccezionalmente di salutarlo sul pianerottolo, tirandomi dietro il catetere. Che dire poi di Enzo Tafuri, l'amico poeta di Dragonea? Ricoverato anche lui, in altro reparto, ha trovato il modo di venire in Nefrologia a farmi gli auguri la mattina del 17 aprile, giorno del mio compleanno. Un incontro ricco di simpatia e di amicizia. Reciproca. Gliene sono profondamente grato. 
Esprimo la mia riconoscenza più viva ai medici della Nefrologia che si sono occupati di me: bravi, premurosi, attenti, con grande sensibilità. E a tutto il personale infermieristico e ausiliario, per il quale ho già sentito il dovere di spendere parole di elogio. Non tanto per quel che hanno fatto a me, ma per la carica di umanità con la quale svolgono il loro compito. Nella mia camera c'erano cinque degenti, con problemi visibilmente più gravi dei miei. Li ho visti, nei loro confronti, sempre attenti, amorevoli, solleciti. Una nota stonata riguarda il vitto: a parte la pastina, che ogni pomeriggio (si cena alle ore diciassette) arriva immancabilmente fredda, oggi le pennette erano non al dente, ma proprio crude. Il pesce spada, secco e duro. Alcuni degenti hanno dovuto rinunciarvi. Ore 15.30

Sabato 22 aprile


 Umberto Belpedio, col fiuto del grande giornalista qual è (ha fatto scuola a Salerno e anche a Napoli), prende subito la palla al volo: « Mi avvalgo di un dettaglio della tua cronaca per richiamare l'attenzione del direttore sanitario a proposito della qualità dei pasti. Deve intervenire subito sulla ditta che ha in appalto il servizio. Sono sicuro che la segnalazione non sfuggirà nemmeno al dottor Ruocco, direttore generale del Ministero della Salute, responsabile della nutrizione, quanto mai partecipe della tua permanenza nell'ospedale di Salerno. Comunque tanti auguri.» Ore 9.00.

 
Possiamo finalmente festeggiare la nostra Pasqua. La tavola è già apparecchiata. Niente di particolare, una cena frugale ma ricca di significato.  Con me e Anna Maria ci sono Antonio e Ilaria. Manuela è in collegamento telefonico da Bologna. Procedo alla benedizione rituale della mensa con l'acqua santa che avevo ritirato in chiesa, domenica scorsa, prima della messa. Signore, ti ringrazio. Ore 20.00

Conclusione

Domenica 23 aprile

Eccomi a messa, nella stessa Chiesa, seduto allo stesso banco. C’è chi mi osserva con curiosità, chi viene a salutarmi calorosamente. Ricevo anche qualche abbraccio. Prima della celebrazione son passato in sacrestia per salutare il parroco, don Salvatore. Gli ho chiesto scusa per il trambusto involontariamente provocato dal mio malore sette giorni fa. In fondo, tutto è bene quel che finisce bene. Ore 12.00

Lunedì, 24 aprile

«Se Dio si manifestasse continuamente all’uomo non vi sarebbe merito alcuno nel credere in lui.» (Blaise Pascal)
Qualche volta, però - penso alla mia esperienza, la domenica di Pasqua, in Chiesa e poi in ospedale - senti che ti è particolarmente vicino. Ore 19.00.


Sigismondo Nastri



venerdì 14 aprile 2017

BUONA PASQUA

AUGURI
Cari amici
(miei e di questo blog)
vicini e lontani, ovunque voi siate,
vi giunga il più fervido augurio di
               Buona Pasqua!

(dis. Almerico Tomaselli)

mercoledì 12 aprile 2017

LA PASTIERA, SIMBOLO DELLA PASQUA

La pastiera, dal profumo inebriante di cedro e fiori d’arancio, rigorosamente di fattura domestica, con quel tocco personale che la distingue dalle altre, è sicuramente il simbolo della Pasqua. In chiave gastronomica, intendo dire.  Sono convinto che, se ne mettiamo cinquanta in fila su un tavolo, all’assaggio non ne troviamo due uguali. Le differenze non sono tanto negli ingredienti quanto nel loro dosaggio. C’è chi la vuole intensamente profumata, chi con più o meno canditi, e così via. A parte le difficoltà che s’incontrano nella cottura in forno, che dev'essere accurata per evitare che ne esca cruda o troppo secca. Scrive Achille Talarico che la pastiera «è uno dei dolci più difficili da preparare». E aggiunge: «chi non conosce qualcuna delle innumerevoli porcherie che vengono offerte, durante le feste pasquali, sotto il nome lusinghiero di pastiera, al povero ospite che ci capita?»
Io, che non sono un gastronomo di professione, mi guardo bene dal condividere una tale affermazione. Mi limito a dire che una pastiera acquistata in pasticceria a Napoli è diversa da quella che si trova a Salerno e ancor più da quelle prodotte a Maiori, Minori, Amalfi. Sulle differenze non metto lingua. Il mio motto rimane sempre lo stesso: De gustibus non est disputandum. Ricordo solo che, quando ero ragazzo, mio padre prediligeva quella della Pasticceria Savoia. Io, per consolidata esperienza, considero una signora pastiera quella della Pasticceria Trieste di Maiori, prodotta artigianalmente nel pieno rispetto della tradizione.
Le mie considerazioni, dicevo all’inizio, vogliono riferirsi unicamente alle pastiere di fattura domestica. Una volta, quando il grano lo si comprava crudo per cuocerlo poi a casa, capitava spesso che, nel mangiarne una fetta, potevi trovarvi – come nota Talarico – acini duri a prova di dentiere. Oggi non avviene perché lo si acquista in barattolo, precotto. E lo si fa ulteriormente cuocere nel latte. Quanto alla ricetta, è addirittura stampata sull’etichetta: una buona base di lavoro, a mio avviso, sulla quale operare. A cominciare dalla pasta frolla  ̶  la si faceva con la sugna, ora col burro  ̶ , che sarà stesa fino a rivestire tutto l’interno di un ruoto per coprirlo, alla fine, con le rituali listarelle incrociate a mo’ di rombi. La farcitura è un impasto fluido, omogeneo, composto dal grano, dalla ricotta setacciata, da tante uova, pezzetti di cedro e arancia canditi, zucchero, cannella, vaniglia, acqua di fior d’arancio. Non ho citato, tra gli ingredienti, la crema pasticciera, introdotta non so quando e da chi. Certamente con l’intento di rendere la pastiera più morbida al palato. Per quanto mi riguarda, la ritengo una profanazione.
© Sigismondo Nastri (da: Cucina paesana della Costa d’Amalfi)

sabato 8 aprile 2017

I CAVALIERI DELL'APOCALISSE

Nella cantina di Antonio ‘e Pannone, all’angolo della piazzetta, dov’è la fontana d’ ‘a Capa ‘e ciuccio, abituale luogo di ritrovo di gente comune, si potevano gustare tutte le specialità culinarie della tradizione contadina, preparate – verrebbe da dire – come comanda Iddio. Semplici, genuine, molto appetibili. Una sera, al tavolo collocato accanto  alla porta d’ingresso, tra la salita D’Angora e la lunga stréttola che proprio lì si apre, correndo parallela alla via principale, c’erano tre amici alle prese con un ruoto di stocco e patane, accompagnato da una grossa giara di vino paesano, proveniente dai vigneti soleggiati della Valle dei Mulini, di Pontone e di Pogerola.
Quando riempì il proprio bicchiere, Michele si accorse che in quel vino – fresco di vendemmia  ̶   c’era qualche moscerino: drosophila melanogaster, così lo definisce il vocabolario Treccani, piccolo, di colore ferrugineo, con le ali grigiastre. Abitualmente attratto dal mosto in fermentazione.  Michele si riempì il bicchiere e ne vide un paio intrappolati a galla, che battevano le alette nel vano tentativo di liberarsi. Non si perse d’animo. La pietanza era particolarmente piccante. In cucina impiegavano puparuole forte senza risparmio.  Ma  ̶  questo è certo  ̶  egli non sarebbe riuscito a spegnere con l’acqua il fuoco che gli si era acceso tra la bocca e lo stomaco.  D’altronde l’oste lo ripeteva spesso: «Quanno se magna, s’adda vévere vino. Ll’acqua  fa ‘nfracetà’ ‘e bastemiente a mare». Michele guardò il bicchiere con attenzione, forse anche con commiserazione nei confronti dei piccolissimi insetti,  lo annusò per sentirne il profumo e, prima di tracannarlo tutto d’un fiato, sorridendo beffardo ai commensali, con la solennità di un brindisi disse: «Io vi saluto, nobili cavalieri dell’apocalisse: / ‘nzerrate ‘e scelle ca avite ‘a fà’ cammino». Si asciugò ‘e mustacce col tovagliolo e riprese a mangiare.

© Sigismondo Nastri (da: Racconti dalla Costa d'Amalfi)

sabato 1 aprile 2017

LA SANITA' IN COSTIERA. A QUASI CINQUANT'ANNI DALLA MORTE DI SALVATORE QUASIMODO NON ACCETTO CHE IL NOSTRO DESTINO SIA DI ESSERE CITTADINI DI SERIE B O DI TERZO MONDO

Fra poco più di un anno ricorrerà il cinquantesimo anniversario della morte (14 giugno 1968) di Salvatore Quasimodo. Un evento che ha legato per sempre il nome del grande poeta - insignito del Premio Nobel nel 1959 -ad Amalfi e alla Costiera, più ancora delle frequentazioni del Cappuccini e di quel meraviglioso Elogio di Amalfi scritto per Giuseppe Liuccio, presidente dell’Azienda di soggiorno e turismo, che lo volle a preesiedere la giuria di un concorso letterario e, accompagnandolo per vicoli, stradine e scalinatelle, lo fece innamorare della città.
La morte di Quasimodo portò Amalfi alla ribalta del mondo:  non per magnificarne le bellezze, ma per farci vergognare della mancanza non solo di un ospedale, ma dei più essenziali servizi sanitari. Fu in quel momento che noi, residenti in Costiera, ci rendemmo conto di essere trattati da cittadini di serie B, o di terzo mondo. E' da allora che abbiamo iniziato a combattere per i nostri diritti, con tutti i mezzi a disposizione. 
Ci hanno illuso, prima con la costruzione di un "ospedale" a Pogerola,  mandato in rovina senza che fosse mai entrato in funzione, poi col presidio di Castiglione, potenziato e depotenziato a seconda dei momenti politici, ma che per un certo tempo ci ha salvato la faccia, grazie all'impegno, alla professionalità, anche all'eroismo di chi ci ha lavorato. Tanto che, sulle pagine dei giornali, non s'è parlato più di malasanità. Fino all'ultima notizia, che è di questi giorni: abolizione (di fatto) della cardiologia (sostituita da un servizio di trasmissione telematica dei tracciati all’ospedale Ruggi, a Salerno), radiologia limitata a una fascia oraria (8-16). Lo leggo sul Vescovado.  Insieme a un amaro commento: E dire che il plesso con sede a Ravello era stato finanche riconosciuto come struttura ospedaliera in zona disagiata, e avrebbe dovuto disporre di ben 20 posti letto di Medicina generale. Ma solo sulla carta: i fatti dicono tutt'altro, all'inizio di una nuova stagione turistica che, stando alle previsioni degli esperti dell'incoming, porterà un ulteriore aumento delle presenze sul territorio”. 
Su una cosa non sono d’accordo: non mi piace che, se qualche concessione ci viene fatta, è per venire incontro alle esigenze del turismo. Che pure, ovviamente, vanno rispettate, assecondate.  Io voglio una sanità rispettosa della dignità umana per quanti in questo territorio vivono, lavorano,  pagano le tasse,  crescono i figli. Non accetto che il nostro destino sia di essere cittadini di serie B o di terzo mondo. 
A mezzo secolo dalla morte di Quasimodo, non lo accetto.

"VOGLIA DI FRAGOLE" DI MIRIAM BELLA: STASERA LA PRESENTAZIONE A MAIORI

Oggi (sabato 1° aprile), alle ore 18,30, nel salone degli Affreschi di Palazzo Mezzacapo a Maiori, è in programma la presentazione di Voglia di fragole, “manuale serissimo di sopravvivenza al desiderio di maternità” di Miriam Bella, edito da Marlin, la casa editrice di Tommaso e Sante Avagliano che fa onore a Cava de’ Tirreni e a tutto il meridione per la qualità – intendo, contenuti e veste grafica – dei suoi prodotti. In un’epoca in cui sui banchi delle librerie viene offerto di tutto,  senza ritegno. Lo scrittore, colui che esercita il mestiere di scrivere, non facile,  è messo in ombra dal personaggio:  dello sport, dello spettacolo, del gossip, anche della cronaca nera, o della semplice frequentazione di salotti televisivi. 
Per un giovane, bravo, preparato, motivato, il percorso è sempre complicato. Per la difficoltà di trovare, nel mondo dell’editoria, qualcuno disposto a credere in te. Poi, quando meno te lo aspetti, succede. Con felice intuizione (e non è la prima volta che capita: cito il caso di Maria Orsini Natale, che, seppure non giovane, ancora non s'era affermata), Tommaso e Sante Avagliano hanno creduto in Miriam Bella. Della quale io, che passo parecchio tempo sui social network, avevo già intuito – seguendone i post - eccellenti qualità di scrittrice: brillante, concreta, efficace, capace di associare ironia e profondità di pensiero, di ragionamento, elementi non facilmente riscontrabili nelle cose che ci passano sotto gli occhi, abitualmente futili, banali. Magari, mi si ribatterà che sono da buttare anche le mie cose, ma quantomeno – a ottantadue anni - ho la giustificazione dell’età.
Questa ironia, sottile, appena accennata, sottovoce, diventa un elemento cardine di Voglia di fragole: come quando descrive il percorso che la donna deve affrontare per diventare madre, il rapporto con la gente, oppure quando tira in ballo la nonna per far capire il costo di visite, consulenze, interventi.
Io il libro l’ho preso l’altra sera, ne ho letto di getto sessanta pagine, conto di arrivare alla parola “fine”, così bene evidenziata, tra oggi e domani.  Il piacere di leggere sta anche nella qualità estetica del prodotto: complimenti, perciò, per la veste grafica, per la copertina, per il titolo ammiccante. Per la capacità, che bisogna riconoscere alla giovane autrice, di sdrammatizzare un tema terribilmente serio e delicato, quello della mancata maternità. Dice Miriam (al capitolo zero): «Questa storia inizia adesso e ancora non so come finirà. Quel che so è che questa storia mi farà male, ma la scrivo perché nero su bianco il dolore sembra meno tuo e perché, forse, qualcuna leggendola si sentirà meno sola. Questa storia la scrivo, perché io avrei voluto leggerla».
Una nota trasmessami dall’editore spiega che Voglia di fragole «è un vademecum che nasce dall’esperienza personale di una giovane donna. Nelle sue pagine sono affrontati gli ostacoli di chi cerca invano di avere un figlio, “catalogandoli per prendersene gioco”, che si tratti di domande indiscrete, problemi di coppia o esami invasivi. Ad alcuni capitoli dal tono umoristicamente nozionistico, si alternano più intimi episodi di vita vissuta e sopravvissuta. Fra sale d’attesa di Centri Specializzati e zii d’America esperti di pranoterapia, fra scienza medica e superstizione, un manuale per uscire indenni dalla frustrante ricerca di maternità. La storia di ogni donna che prova a far pace con se stessa e col suo corpo, a prescindere dall’arrivo di un bambino. La storia di chi scrive, che però è anche un po’ di tutte, perché di nessun dolore si possiede l’esclusiva: un dolore che si guarda in faccia, come a smascherarlo, come a indebolirlo e, soprattutto, a superarlo con serenità e convinzione.»
M’è piaciuta la prefazione, a mo’ di lettera, di Giovanna Mozzillo. Tra donne, è ovvio, ci si intende meglio. Il discorso è più diretto. Non ho guardato ancora la postfazione di Raffaele Ferraro, specialista in fisiopatologia della riproduzione umana: un tecnico, cioè, nel senso più nobile, di una materia così delicata. Così affascinante, nonostante tutte le problematiche annesse e connesse.
Stasera, a Maiori, la presentazione è affidata a Giovanna Dell’Isola, che conosce bene Miriam sin da quando era bambina. Brani del libro saranno letti da Tonia Filomena e Gian Maria Talamo (che ho avuto modo di apprezzare giovedì scorso alla Libreria Imagine's Book a Salerno). Mi dispiace di non poterci andare: ci sono scale da salire e per me, al momento, restano tabù.