mercoledì 9 agosto 2017

VENERDI' 11 AGOSTO S'INAUGURA A RAVELLO LA MOSTRA "CAMPI SCONFINATI" DI GIUSEPPE PALERMO

Col titolo "Campi sconfinati" si aprirà venerdì 11 agosto alle ore 19, nella chiesa di S.Giovanni del Toro a Ravello, la mostra di Giuseppe Palermo, che nasce sicuramente dalla lunga esperienza dell’artista maturata nel campo della lavorazione della ceramica- Tuttavia,  con l’irriverenza giocosa che lo contraddistingue, in queste nuove opere egli tende al paradosso di celebrare la ceramica senza ricorrere all’ausilio della stessa. Dodici tele di grandi dimensioni riproducono ad olio le decorazione di altrettante 12 storiche mattonelle dell’antica tradizione vietrese provenienti da collezioni private. Grandi dipinti ad olio che  trasformano minute porzioni di decorazione nel soggetto pittorico stesso, che trasformano il reale in immaginario. “In questo suo inedito percorso - afferma il curatore della mostra, Claudio Andreoli -,  Giuseppe Palermo rinuncia alle tecniche e ai materiali tradizionali che hanno costruito la storia artistica della Costa d’Amalfi e indaga, con un salto di scala, la distanza tra la ceramica stessa e il nostro ‘consueto’ modo di viverla. La pittura di per sé ha il potere di trasformare ogni elemento che ci circonda in elemento pittorico. L’artista in questa occasione  si spinge oltre ‘zoomando’ la quotidianità e l’irrilevante, trasformando la pittura in pittura, il dipingere in dipingere. I piccoli ‘campi’ di colore delimitati dalle ridottissime dimensioni della mattonella e dal pennello veloce dell'artigiano diventano in questo caso sconfinati ‘campi’ di colore. Quello che prima era un segno filiforme, millimetrico, ora si trasforma in territorio pittorico”.
Giuseppe Palermo nasce e cresce immerso nelle profonde suggestioni paesaggistiche e culturali della Costiera amalfitana ma vive e lavora a Roma dove espone in alcune gallerie della città (Galleria il Sole Arte Contemporanea). Si caratterizza per un  percorso artistico  poliedrico che spazia  tra la sperimentazione dei materiali al gioco delle tecniche pittoriche,  passando tra la pittura e la scultura e focalizzandosi soprattutto sulla tradizione artigianale costiera legata alla ceramica. L’artista si è approcciato a quest’ultimo ambito con lo spirito creativo ed eclettico che lo contraddistingue dando vita ad uno stile del tutto personale in cui coesistono manualità e immaginazione, visone estetica astratta e concettuale.
“Varcare il contorno dell’immagine nella sua compiuta trascrizione di figure che chiamano in causa lo stile, evidente, soprattutto, nel reiterato ricorso ai colori della tradizione e farsi partecipe della composizione di un decoro per moduli - scrive Massimo Bignardi nel catalogo -  è il punto sul quale ha insistito Giuseppe: lo ha fatto evitando i processi tecnici offerti dalle pratiche digitali, l’ingrandimento a dismisura dell’immagine prelevando, meccanicamente, piccoli brani, dettagli, cifre quasi irriconoscibili. Lo ha fatto, invece, servendosi della pittura, della sua capacità di accogliere l’incertezza del pennello, il caso e, dunque, la sbavatura, l’irregolarità della linea, insomma quel suo dettare il rapporto con il bianco del fondo e quindi i ritmi con i quali misurare le distanze tra forme e figure. Ossia di scendere negli anfratti bianchi degli smalti ceramici che si incuneano nell’intreccio di segni lineari o di macchie, che l’artiere affidava alla punta del pennello o al suo denso corpo di setola o, anche, alla spugnetta, di color ‘blu stampa’ e di giallo che esplode in superficie come le stelle nella notte di Arles. Il suo è l’andare, con un passo accelerato, nel corpo della pittura, nel suo farsi esperienza di un modo di relazionarsi al mondo delle cose, accogliendone la temporanea esistenza di materia e di corpo, per subito varcare i territori dell’immagine e quindi della forma. Il formato delle opere che insiste sul quadrato, almeno lo è stato per le prime, la dimensione scelta dell’ingrandimento fondata sul rapporto 1:2 ci fa intendere come l’esperienza sia stata filtrata da una riflessione sui rapporti, alla luce di una riflessione sulla capacità della pittura di farsi medium di una necessità d’identità esistenziale. Voglio dire che essa si fa adesione ad un modo di sentire il territorio ‘sociale’ come campo della propria creatività e, al tempo stesso, esercizio che dell’immaginario ne fa strumento di conoscenza”.

giovedì 20 luglio 2017

DOMANI SERA, SULLA TERRAZZA DEL PORTO DI MAIORI, CONCERTO DELL'ORCHESTRA MAIORI MUSIC FESTIVAL DAL TITOLO "TRAMONTO DEI SUONI"


Questi ragazzi dell’Orchestra Maiori Music Festival, che da poco si son messi insieme, fanno sul serio, accumulando successi su successi. Ultimo, in ordine di tempo, quello conseguito nei giorni scorsi al Parco archeologico e ambientale del Pausilypon in occasione della IX edizione della Rassegna Paulilypon – Suggestioni all’imbrunire. Dove si sono esibiti alternandosi con l’Orchestra del Pausilypon, diretta dal M° Francesco Capriello, in una sorta di gemellaggio a cui ha assistito il sindaco di Napoli Luigi De Magistris
Domani sera, venerdì 21 luglio, eccoli di nuovo impegnati in un concerto dal titolo “Tramonto dei suoni”. L’appuntamento, da non perdere, è alle ore 19,30 sulla Terrazza sul mare del porto di Maiori  e sarà il primo di una serie di eventi estivi.
La formazione musicale, nata meno di un anno fa in occasione della I edizione del Maiori Music festival, è composta da circa 30 elementi provenienti dalla Costa d’Amalfi e dall’ambito regionale, (Flauti: Gloria Falcone, Michela Milano, Damiana Cinque; Clarinetti: Nicola Fusco, Salvatore Dell’Isola, Marta Imparato, Paolo D’Amato, Francesco Leo Bosco, Riccardo Marrone, Aldo Buonocore, Michele Caranese, Dario Ferrigno, Mariagrazia Proto; Sax: Deborah Batà, Angelo Cuozzo, Valeria Di Gaeta, Andrea Ercolino; Corni: Luca Carrano, Marzia Naclerio, Alessandro Vuolo, Vincenzo Di Lieto; Trombe: Manuel Ferrigno, Lorenzo Petrosino, Edoardo D’Amato; Tromboni: Fausto Torsiello, Gennaro Milano; Tuba: Gianluca Colasanti, Giorgio Fraulo; Percussioni: Marco Apicella).
Il repertorio prevede: A discovery Fantasy (De Haan); Cantus (Semeraro), solista il cornista Luca Carrano; West Side Story (Bernstein); Ballade (Reed), solista il sassofonista Angelo Cuozzo; Simphony (D’Amato); The blues factory (De Haan); Honky Tonk Ragtime (De Meij).
La direzione orchestrale è affidata al  Alexandre Cerdà Belda, docente del Conservatorio G. Martucci di Salerno.
L’orchestra di fiati e percussioni del Maiori Music Festival nasce dalla volontà di creare una realtà stabile e un punto di riferimento per tanti giovani musicisti. L’obiettivo generale  è la promozione e la realizzazione di un percorso come momento di crescita e sperimentazione  e la creazione di uno spazio culturale finalizzato a promuovere la pratica musicale e orchestrale attraverso l’ascolto e la comprensione della musica.

Tra i prossimi appuntamenti del Maiori Music Festival, un concerto il 24 luglio nella chiesa di S. Giacomo a Maiori e, da sottolineare, l’atteso gemellaggio con il Festival de Musica de Aguillent, che vedrà la giovane formazione a Valencia (Spagna) dal 25 al 28 luglio prossimi per una serie di impegni che culmineranno in un concerto nell’Auditorium di Aguillent (27 luglio). L'unione del Maiori Music Festival e del Festival de Musica de Agullent permetterà a tanti giovani musicisti di incrementare il proprio bagaglio d’esperienza e un arricchimento sotto il profilo socio-culturale, linguistico e musicale. I ragazzi dell'orchestra del Maiori Music Festival, durante la quindicesima edizione del festival spagnolo, avranno  modo di approfondire le loro conoscenze musicali partecipando ai corsi del Festival d'Agullent con docenti delle orchestre e dei conservatori spagnoli. L’orchestra spagnola sarà ospite a Maiori a settembre nell’ambito della II edizione del Maiori Music Festival

giovedì 6 luglio 2017

LE CELEBRAZIONI DEI CINQUANT'ANNI DEL CORO POLIFONICO DI MINORI "AMICI DI SAN FRANCESCO"

Dio, come passa il tempo! Sono trascorsi cinquant’anni  da quando, nel 1967, Padre Candido Del Pizzo, il frate francescano con la passione della musica (passione di famiglia, inculcatagli, credo, dal papà -  mio buon amico -,  che ha poi coinvolto fratelli e nipoti), diede vita a Minori  ad un coro polifonico battezzato  dapprima “Voci del Mare”, poi “Coro Amici di San Francesco”.  Affidato oggi alla direzione del giovane M° Candido Del Pizzo, nipote e omonimo del fondatore. Se una realtà come questa si mantiene viva e vegeta dopo mezzo secolo, in un comune che conta circa tremila abitanti, vuol dire che s’è creato qualcosa di veramente meraviglioso.
Il Coro Polifonico “Amici di S. Francesco” è inserito a pieno titolo nella grande famiglia delle corali italiane con la particolarità di comprendere nel suo vasto repertorio, oltre a brani di musica sacra e profana ed a tantissimi canti popolari italiani e stranieri, brani della tradizione canora napoletana con esclusive elaborazioni in forma polifonica.
Ispirato alle tradizioni musicali della Costiera Amalfitana, il Coro ha rappresentato con orgoglio il territorio della Costa d’Amalfi in tante manifestazioni, concorsi e rassegne a carattere nazionale ed internazionale. In questi lunghi anni, inoltre, ha sempre animato le celebrazioni liturgiche più significative ed importanti nella Basilica di Santa Trofimena, patrona della città di Minori.
Dopo il riconoscimento di “Gruppo musicale di interesse comunale” del 26 gennaio 2011, in occasione della ricorrenza del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, il 17 marzo 2011, la formazione ha ottenuto quello di “Gruppo di Musica Popolare e Amatoriale di Interesse Nazionale” dall’apposito “Tavolo nazionale per la promozione della musica popolare e amatoriale” del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Da sottolineare, infine, l’impegno che dal 2002 il Coro polifonico porta avanti nell’organizzazione della Rassegna di cori “Città di Minori”, con il Premio Francesca Mansi, che, giunto alla sua 15ª edizione, vede la nutrita partecipazione di formazioni corali di tante realtà provenienti dall’intera Campania.
Le celebrazioni del 50° anniversario, patrocinate anche dal Comune di Minori e dalla Parrocchia di Santa Trofimena, sempre attenti alla realtà corale, prevedono una Santa Messa in Basilica, il giorno 9 luglio, alle ore 19,00, presieduta dal fondatore del coro, Padre Candido Del Pizzo, ed un concerto all’aperto, nell’incantevole scenario dell’antica Villa Marittima Romana, il 30 luglio, alle ore 21,00. Il programma del concerto sarà vario e comprenderà brani di polifonia sacra e profana nonché di folclore nazionale e napoletano. Il concerto terminerà con due brani eseguiti dai coristi di ieri e di oggi.

mercoledì 28 giugno 2017

LA FESTA DI SANT'ANDREA AD AMALFI. NOTA A MARGINE


Mi ha colpito ieri sera un commento su Facebook alla Festa di Sant'Andrea, ad Amalfi, postato in cattedrale subito dopo la processione: "Se Gesù venisse adesso caccerebbe tutti fuori!". Un'affermazione dura, avvalorata da altre testimonianze. Io non c'ero, aspetto ulteriori elementi. 
Intanto ribadisco la mia opinione (che non vale niente, sia chiaro), già manifestata in un post: sono contrario alla corsa della statua dell'apostolo attraverso la lunga scalinata del duomo, perché anno dopo anno s'è trasformata in uno spettacolo da circo. O da stadio, se preferite. Ho avuto qualche rimbrotto per questo, ma la ribadisco qui. 
Sono contrario agli applausi che l'accompagnano;  ancor più a quelli in chiesa, in qualsiasi circostanza. E all'utilizzo delle chiese per motivi che non siano di culto. 
Dico di più: credo che le processioni siano ormai dei riti fuori dal tempo. Specialmente se, e quando, sono viste come elemento di richiamo turistico. Avviene così in Costiera. E non solo in Costiera.
Vorrei pure fare un sondaggio: quante sono le persone che, entrando in una chiesa, prestano attenzione al tabernacolo con Gesù Sacramentato, e quante, invece, si fermano a toccare statue e figure di santi e madonne. E' stato alimentato un culto delle immagini che poco ha a che vedere con la fede. A me pare una nuova forma di paganesimo. 
Si sta perdendo il senso del nostro essere cristiani, che è tutto racchiuso nella morte e resurrezione di Gesù, nell'Eucarestia, "pegno d'immortalità, sacramento di comunione con il Cristo".
Le autorità religiose dovrebbero rendersene conto.

martedì 27 giugno 2017

LA STORIA DELLA PAGANESE CALCIO: NOVANTA ANNI DI EMOZIONI (1926-2016) NEL RACCONTO DI NINO RUGGIERO, PEPPE NOCERA, BARBARA RUGGIERO

Più di cinquecento pagine: tante ce ne son volute a Nino Ruggiero, Peppe Nocera, Barbara Ruggiero per raccontare i novanta anni (1926-2016) della Paganese. Non in modo scarno, seppure con pazienza e precisione certosina, affidandosi solo ai dati statistici, ma con l’emozione, l’animo del tifoso che li ha spinti a occuparsi della squadra di calcio della loro città: lui, Nino, affermato giornalista sportivo, con un lungo percorso alle spalle; Peppe, che ne segue brillantemente le orme; Barbara, inevitabilmente contagiata dal genitore (e, come dice, il proverbio “buon sangue non mente”).
“Novant’anni di passioni, di gioie, di cadute e di risalite - sottolinea il sindaco di Pagani, Salvatore Bottone in apertura del libro. – Novant’anni di storia”. Seguono le testimonianze di Maurizio Romano, inviato della Rai, che iniziò la sua carriera proprio sugli accaldati campi dell’agro, rappresentati dal quadrilatero Angri-Nocera-Pagani-Scafati; e di Umberto Belpedio, paganese doc,  mostro sacro del nostro giornalismo, che, traendo spunto dal calcio, ripercorre le vicende dell’ultimo mezzo secolo - spaziando dalla economia al costume, alla politica – e traccia puntuali ritratti dei personaggi che le hanno caratterizzate. E poiché coltivare la memoria – ce lo insegna Umberto Eco – è uguale a vivere mille vite, per i più giovani sarà come essere stati presenti ai fatti dei quali, attraverso queste narrazioni, vengono a conoscenza.
Scorrendo, sia pure rapidamente, le pagine di Storia e storie della Paganese (Edizioni Paganese Calcio) mi sembra di capire che i momenti più alti di questi novanta anni sono legati al campionato 1976/77 quando, sotto la presidenza di Marcello Torre, fu sfiorata la promozione in serie B  e quando, nel corso del campionato successivo, la squadra fu ammessa a disputare il torneo anglo-italiano, ricostruito con dovizia di particolari da un testimone oculare, il giornalista Rino Cesarano.
In appendice, le schede relative ai presidenti e agli allenatori che si sono succeduti alla guida del sodalizio, i tabellini degli ultimi dieci anni, un ricco repertorio di immagini che documentano le tappe salienti di una vicenda calcistica lunga e appassionante. Che si spera possa riservare, magari a breve, nuove, e maggiori, soddisfazioni. Una storia – insistono gli autori – che non può andare perduta e che, anzi, deve costituire “un pilastro fondamentale per l’identità di un paese che si riconosce nei valori sani dello sport e che del passato deve far tesoro”.

venerdì 23 giugno 2017

AMALFI HA COPERTO DI SILENZIO IL DECIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GAETANO AMENDOLA

Quando dico che il nostro è un paese senza memoria vien fuori sempre qualcuno che tenta di contraddirmi. Ma è proprio così.  Dieci anni fa, il 21 febbraio 2007, morì a Roma, all’età di ottantuno anni, Gaetano Amendola. La ricorrenza è passata sotto silenzio. Come se la città avesse voluto cancellarlo dalla memoria. Eppure egli è stato, con Francesco Amodio, Ruggiero Francese, Plinio Amendola, un protagonista di rilievo della storia amalfitana della seconda metà del novecento. Lo scrissi subito dopo la sua scomparsa, lo ripeto oggi.
Gli ero amico, ma non sono stato un suo seguace, un suo sostenitore. Ne ho pure pagato le conseguenze, sulla mia pelle. Come quando, eletto lui a capo dell’amministrazione comunale, la mattina successiva fui allontanato da palazzo san Benedetto con un ordine di servizio. Non ne feci un dramma: capivo di essere la vittima sacrificale dei giochi di potere che avevano portato alla defenestrazione del sindaco Amodio, del quale ero segretario. La politica è una scala: si sale e si scende. Siate gentili con le persone che incontrate salendo – ricorda un cartello nell’Hotel Rand di New York -, perché tornerete a incontrarle scendendo”. 
Conservo tra le mie carte una lettera che mi scrisse nel 1959, in cui dichiarava amore incondizionato per la sua città. Non l'ho mai dubitato. Anche se, a rileggerla adesso, quell'augurio "di poter fare ancora qualcosa per l'avvenire" mi sembra quasi riferito a ciò che successe negli anni successivi. 
Gaetano Amendola, dicevo, è stato, per Amalfi, uno dei personaggi più importanti della seconda metà del novecento. Conosceva le stanze del potere come pochi altri. Le aveva frequentate da quando, giovanissimo, s’era trasferito nella capitale per andare a lavorare al Ministero dei lavori pubblici. Gennaro Cassiani, deputato calabrese, divenuto ministro della Marina Mercantile, lo chiamò alla sua segreteria. Poi Fernando Tambroni lo volle con sé come segretario particolare: allo stesso dicastero di piazza della Minerva (1953-55), all’Interno (1955-59), al Bilancio (1959-60), alla Presidenza del Consiglio (1960). Nel 1959 il politico marchigiano, che aveva messo su un governo con l’appoggio determinante del Msi, fu costretto a dimettersi in seguito a violenti moti di piazza.
Uscito di scena Tambroni, Gaetano Amendola legò i suoi destini a quelli di Arnaldo Forlani, altro marchigiano, giunto in parlamento nel 1958 e avviato a una vera e propria escalation: ministro delle Partecipazioni statali, della Difesa, degli Affari esteri, Vice Presidente del Consiglio dei ministri, Capo del governo, Segretario politico della Dc. Poi le inchieste su tangentopoli travolsero, col partito, anche il suo leader. E lo stesso Gaetano Amendola non ne uscì indenne. Ma questa è un’altra storia.
All’inizio degli anni sessanta Amalfi era una roccaforte dello Scudo crociato, stretta intorno al sindaco Francesco Amodio, che dal 1958 poteva fregiarsi del titolo di onorevole, essendo stato eletto deputato al parlamento. Gaetano Amendola, suo figlioccio (di cresima), sollecitato e mal consigliato da alcuni notabili locali - Nicola Milano, Pietro De Luca, Gerardo Del Pizzo -, decise di impegnarsi in prima persona nella vita amministrativa della città. Non come trait d’union, ma come elemento di rottura. Di conseguenza, la maggioranza consiliare si spaccò e ad Amodio non rimase che farsi da parte. Amendola gli subentrò nella carica di primo cittadino per un quadriennio (dal 1961 al 1965). Terminata quella esperienza si aprì un periodo di instabilità amministrativa, che ridimensionò la Dc e consegnò la guida del comune a un esponente autorevole del Partito comunista, l’onorevole Tommaso Biamonte.
Gaetano Amendola fu anche presidente della Camera di Commercio di Salerno.
Sigismondo Nastri

giovedì 22 giugno 2017

RUGGIERO FRANCESE E LA VALORIZZAZIONE DELLA GROTTA DELLO SMERALDO

In un libretto stampato nel 1949 dalla tipografia Jannone di Salerno, l’ingegnere Ruggiero Francese racconta “come fu svegliata dal sonno dei secoli la meravigliosa Grotta d’Amalfi”, poi denominata “dello Smeraldo”. Avvenne il 4 settembre 1932. “Io – avverte l’autore – non ho scoperto la Grotta, che era nota a centinaia di persone ancora viventi, pescatori, professionisti, artisti…, per i quali essa rappresentava una delle tante cavità naturali di cui è ricca la Costiera Amalfitana”. Ruggiero Francese si attribuisce il merito di aver fatto conoscere il valore scientifico, artistico e turistico di essa… tra l’ignoranza, l’invidia, l’ostruzionismo, e le minacce di chi non poteva sentire, per ottusità congenita, il dovere di contribuire a divulgarne la conoscenza”. E bisogna doverosamente dargliene atto.
Nel libro degli ospiti dell’Albergo Luna, il 12 febbraio 1858 un turista, “per il bene dei forestieri viaggiatori amanti delle cose belle”, aveva annotato che “da circa un mese fa’ si è scoperta una specie di caverna Monstrum che per la di lei qualità e rara bellezza, è un vero fenomeno da far rimanere estatico chi è anche avvezzo nel giro del mondo a veder meraviglie, per cui senza esagerazione questo bel fenomeno, solo parto della Natura, può gareggiare col Vesuvio per essere veramente degno da soddisfare pienamente la curiosità dei più critici intelligenti delle cose belle e rare”. E consigliava, a chi volesse rendersene conto di persona, “di servirsi di certo Luigi Miloni come la guida più pratica e piena di riguardi pei forestieri”.
L'ing. Ruggiero Francese
Ruggiero Francese descrive così la sua esperienza. Il mattino del 29 agosto 1932 s’incontrò in Piazza Duomo coi sigg. Francesco Carrano di Raffaele, appaltatore, Filippo Desiderio, ricevitore di dogana, e Salvatore de Rosa, tutti di Amalfi. Il Carrano gli disse di aver visto una grotta con delle stalagmiti che sorgevano dall’acqua, cosa che ovviamente gli sembrò inverosimile. Si organizzò, quindi, una spedizione per osservare il fenomeno da vicino. Vi presero parte, con il Francese, Francesco Mansi, che mise a disposizione il suo fuoribordo, l’ingegnere Pasquale Pansa, il medico Gaetano Scoppetta, Filippo Desiderio, il giovane Francesco Amodio (futuro sindaco di Amalfi e deputato democristiano al Parlamento, che ebbe poi scontri vivaci con l’ing. Francese, leader del Pci locale), Luigi Amatruda, fabbricante di carta a mano, Antonio Casanova, avvocato, Mario Mansi, professore di matematica, Salvatore Proto, e altri.
La Grotta dello Smeraldo, all’epoca era raggiungibile soltanto via mare o attraverso una lunga scalinata. Nel dopoguerra - a metà degli anni cinquanta, mi pare di ricordare - vi fu realizzato un impianto di ascensori.
Se mi si chiede un consiglio, suggerisco, senza nemmeno pensarci, di utilizzare la via del mare che consente il pieno godimento delle bellezze del paesaggio.
Intanto lancio qui una proposta: quella di intitolare all’ing. Francese la banchina di accesso alla grotta. Mi sembra il modo migliore per ricordarne l’impegno teso alla valorizzazione di questo “tempio azzurro sul mare”, come egli amava definirla.

© Sigismondo Nastri
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domenica 18 giugno 2017

IN MOSTRA A SALERNO LE FOTOGRAFIE DI PIERLUIGI CUNA E GUGLIELMO GAMBARDELLA


“La fotografia è un’arte; anzi è più che un’arte, è il fenomeno solare in cui l’artista collabora con il sole”. Ho trovato questa frase di Alphonse de Lamartine e me ne approprio per presentare qui la mostra fotografica di Pierluigi Cuna e Guglielmo Gambardella inaugurata a Salerno il 15 giugno negli spazi di Foto Diego (via G. Vicinanza, 14), sul tema: "La Fotografia dei due Mondi: tra il West Coast e la Street Photography". Sarà visitabile fino al 29 giugno. Spero di poterci andare fra qualche giorno.
Vi sono esposte le foto scattate da Pierluigi Cuna durante il tour "On the Road" nello Stato dell'Arizona, in USA, nel 2016, dedicate in particolare alle meraviglie sotterranee e all’affascinante spettacolo dell'Antelope Canyon, e quelle di Guglielmo Gambardella, frutto di stralci di vita quotidiana, raccolte durante il suo lavoro di fotoreporter che va avanti con successo ormai da diversi anni.

sabato 17 giugno 2017

"TURISMO: SI RAGIONA IN OTTICA LOCALE". IL MIO EDITORIALE SU "FERMENTO", MENSILE SOCIO-ECONOMICO DELL'ARCIDIOCESI AMALFI-CAVA DE' TIRRENI

“Friggi e mangia”: mi sembra di poter condensare in queste due parole, oggi, l’immagine di Amalfi. Attrezzata, nemmeno tanto, a un turismo estraneo alla sua vocazione. Perché la città appartiene a un comprensorio – ne rappresenta il fulcro, con la sua storia, le sue testimonianze d’arte, la sua bellezza – tradizionalmente destinato a un turismo di qualità: quello che da un po’ di anni si sta portando avanti a Ravello, con risultati positivi. E’ vero, a Ravello lo si è potuto fare grazie a strutture ricettive di assoluta eccellenza. Come a Positano, del resto, dove si cerca di frenare i flussi frenetici di vacanzieri. Ad Amalfi, invece, è su questo fenomeno – il “mordi e fuggi” - che si fonda l’economia. A vantaggio di pochi, il resto della popolazione ne subisce le conseguenze negative. Occorrerebbero politiche adeguate. Una città d’arte, a vocazione turistica – interessata a quello che si definisce heritage tourism -, dovrebbe avere servizi adeguati, spazi vitali capaci di contribuire alla qualità della vita, un’articolazione organica delle attività commerciali e offrire uno shopping di lusso, com’è in altri luoghi d’élite, non soltanto pizzetterie, tavole calde, limoncello. 
La massificazione del turismo, che ha portato a una diffusione capillare di “B&B”, si trova a fare i conti con l’inadeguatezza del sistema strutturale e infrastrutturale. Vale per tutti i centri costieri. Forse meno per le aree interne, dove c’è una migliore distribuzione degli spazi e una maggiore attenzione alle peculiarità ambientali. 
s’è accorto che negli ultimi decenni sono scomparsi dal territorio della Costiera i grandi nomi della economia, dell’alta finanza, della cultura, dell’imprenditoria che qui avevano le loro residenze estive.
Tutta la mobilità avviene attraverso la statale 163, che non è in grado di sopportare l’eccessivo flusso veicolare: soprattutto nei week-end, in occasione delle grandi festività, nel periodo balneare. E si pensa a nuove strade, addirittura a una galleria che dovrebbe collegare Maiori con Cava de’ Tirreni. Ingolfando ancora di più i nostri paesi. 
Nonostante ci sia una “Conferenza dei sindaci” non c’è unità di vedute. Si ragiona in ottica locale. E’ questo il primo problema da affrontare: la mancanza di un coordinamento che superi un campanilismo atavico, nell’ottica di una progettazione seria, oculata, complessiva delle esigenze del territorio: nella prospettiva auspicabile di uno sviluppo ordinato, che coinvolga tutti i dodici comuni. 
Sigismondo Nastri 

CORSO DI FORMAZIONE SU INFORMAZIONE E SICUREZZA ALIMENTARE A VIETRI SUL MARE. LA MIA NOMINA A SOCIO ONORARIO DELL'ASSOCIAZIONE GIORNALISTI CAVA DE' TIRRENI-COSTA D'AMALFI "LUCIO BARONE"

Da sin.: Gerardo D'Amico, Ottavio Lucarelli, Emiliano Amato.
Alle spalle, in piedi, Antonio Di Giovanni
Stamattina, senza stampelle (evviva!), utilizzando gli autobus del trasporto pubblico urbano, sono andato a Vietri sul Mare per partecipare al corso di formazione per giornalisti su "informazione e sicurezza alimentare" organizzato en plein air, nel bellissimo anfiteatro della villa comunale. Un trionfo di ceramiche che riflettevano la luce del sole. Una vista incredibile, proiettata da un lato sul porto e il lungomare di Salerno, dall'altro su quella che io amo definire "l'altra faccia della Costiera", quella che va da Vietri a Capo d'orso. 
Da sin.; Gerardo D'Amico, Antonio Di Giovanni,
Ottavio Lucarelli, Sigismondo Nastri,
Emiliano Amato
Accompagnato, il corso, da un buffet - offerto dalla Pro loco - di cornetti, caffè e acqua minerale a volontà, resa necessaria dal caldo afoso. Interessanti le relazioni.  Sia quella di Giuseppe Mendozzi, Ceo dell’hotel Bristol di Vietri, su "Qualità e sicurezza nelle scelte alimentari degli imprenditori turistici", sia, soprattutto, quella di Gerardo D'Amico, giornalista della Rai (un ritorno a casa per lui, vietrese doc), su "Salute, sicurezza ed informazione nell'era della globalizzazione dei prodotti alimentari". Non sempre capita...
Da sottolineare la presenza, per un saluto finale,  del sindaco di Vietri sul Mare, Francesco Benincasa.
L'Associazione giornalisti Cava-Costa d'Amalfi, con la presidenza di Emiliano Amato, si caratterizza per lodevole attivismo, e per capacità organizzativa, nel campo della formazione e non solo. 
Per quanto mi riguarda, sono profondamente grato a lui, ad Antonio Di Giovanni, perfetto padrone di casa, attento coordinatore dell'evento,  agli amici del sodalizio, al presidente dell'Ordine dei giornalisti della Campania Ottavio Lucarelli che l'ha condivisa, per la mia nomina a socio onorario con una motivazione che mi fa arrossire:  mi attribuisce, infatti, meriti che non ho. Ma mi affido al detto antico: tutto 'o lasciato.è perduto! 
Grazie, grazie vivissime e un fortissimo abbraccio a tutti.

martedì 13 giugno 2017

UNA CASA A BENINCASA DI VIETRI SUL MARE: UN AFFARE!


E' sicuramente un affare!
A Benincasa di Vietri sul Mare (Salerno), in pieno centro abitato e in posizione molto panoramica, si vende un appartamento di 160 metri quadrati (da ristrutturare: ved. foto a lato).
Chi è interessato può rivolgersi a Vietri Case, telefoni 089.212156 e 333.2647346.

sabato 10 giugno 2017

C’È DESERTO NELL’ANIMA MIA

C’è deserto nell’anima mia, piccola Maya,
senza di te, confesso, la giornata è vuota.
Bastava un gesto o chiedessi se volevi uscire,
tu saltellante e festante mi giravi intorno
aspettando il guinzaglio: quel maledetto aggeggio
che t’ha tradita, sconvolta e t’ha fatta fuggire
senza una meta, affannata, verso l’infinito.
Ora posso vederti nel buio, a sole spento,
alzando gli occhi al cielo, correre tra le stelle.

Sigismondo Nastri, 10.6.2017

venerdì 9 giugno 2017

IL RAVELLO FESTIVAL FESTEGGIA ALLA GRANDE IL SUO 65° COMPLEANNO

Mamma mia che programma, quest’anno, al Ravello Festival! A scorrere il comunicato stampa, inviatomi dal collega Antonello De Nicola, mi vengono già i brividi. Ecco, dico io, come si fa a conciliare un turismo che trae linfa da manifestazioni di così alto livello con quello delle escursioni mordi e fuggi, del traffico selvaggio, delle paninoteche e dei cuoppi? Possibile che non si riesca a definire una politica di sviluppo armonico delll’intero territorio della Costiera? Ma chiudo qui il discorso, se no mi arrabbio. Torno quindi alla kermesse nella Città della musica.
n momento della presentazione della manifestrazione
Il Ravello Festival – leggo nel comunicato, diramato dopo la presentazione ufficiale, avvenuta a Napoli - «festeggia il suo 65° con un cartellone di qualità che mette insieme passato e futuro, che dà spazio, come sempre, alla grande musica "nel rapporto tra silenzio e spazio” ma che coglie anche le nuove sensibilità culturali del tempo contemporaneo che invocano pace, ponti e dialogo, senso di comunità e abbattimenti di vecchi e nuovi muri».
Inaugurazione il primo luglio con un concerto tutto wagneriano diretto dalla bacchetta di Adam Fisher, in collaborazione con uno dei più prestigiosi Festival dedicati al maestro di Lipsia come quello di Budapest. A salire sul Belvedere di Villa Rufolo, l’Hungarian Radio Symphony Orchestra.
Il 5 agosto sarà la volta Philarmonia Orchestra, diretta dal finlandese Esa Pekka Salonen, uno dei più prestigiosi direttori oggi sulla scena mondiale, tra i più innovativi anche per la capacità di convertire l’ispirazione con i nuovi strumenti digitali.
Dal gelo della Siberia, dove trova ispirazione con la sua MusicAeterna, arriva un altro straordinario talento: il “ribelle della classica”, greco di nascita e russo di formazione, Teodor Currentzis (30 agosto). Da Mosca anche il metropolita di Volokolamsk, Ilarion Alfeev, uomo chiave del dialogo interreligioso della chiesa russa e compositore di musica sacra, che dirigerà l’Orchestra Filarmonica Salernitana “Giuseppe Verdi” (30 luglio), Orchestra che, affidata al direttore Oleg Caetani,  si esibirà anche nel tradizionale Concerto all’Alba (11 agosto).
Altri grandi interpreti: Kent Nagano. il maestro che passa da Mozart a Frank Zappa), e la Dso di Berlino (9 luglio) con lo straordinario violino di Arabella Steinbacher; la Rotterdams Philharmonisch Orkest con il suo nuovo direttore stabile Lahav Shani, non ancora trentenne (19 agosto); la Asian Youth Orchestra diretta da James Judd e con un solista di assoluto prestigio come Vadim Repin (25 agosto); il Chicago Children's Choir, uno dei migliori cori giovanili del mondo, diretto da Josephine Lee (12 luglio).

Da segnalare il ritorno a Ravello di Martha Argerich, la pasionaria del piano, con la Franz Liszt Chamber Orchestra diretta da Gábor Takács-Nagy (8 luglio), e di Philip Glass che salirà sul palco in un concerto per tre pianoforti (compagni di viaggio: Dennis Russell Davies, Maki Namekawa) in occasione dei suoi ottanta anni (14 luglio.
Immagine d'archivio: concerto a Villa Rufolo
C’è ancora spazio in questo mondo per inseguire i sogni, per rivendicare il pane ma anche le rose come (marxianamente) si ripete nel film di Ken Loach che dà il titolo al balletto del 29 luglio de Les Italiens de l'Opéra de Paris: una compagnia appena nata, sotto la guida di Alessio Carbone che porterà a Ravello un progetto in prima assoluta in coproduzione con il museo dell’immigrazione di Parigi.
Il cartellone tersicoreo di quest’anno sceglie di attraversare i muri, contro le barriere della diversità, del razzismo, delle differenze. Muri come quelli che simbolicamente saranno abbattuti il 2 luglio a Villa Rufolo sulla musica leggendaria dei Pink Floyd dalle stelle dell’American Ballet con una coreografia di Karole Armitage impreziosita dalla partecipazione straordinaria in live painting dell’artista Francesco Clemente e della moglie, Alba Primicerio, amalfitana, mia carissima amica di un tempo lontano,  che condivide per la prima volta una produzione con il marito. Anche questa una creazione prodotta per il Ravello Festival
Al tema del transito, della fuga, dell’accoglienza è anche dedicata l’esposizione dello stesso Clemente che porta a Ravello le sue tende declinate come simbolo e “luogo artistico” di rifugio e migrazione.
Grande attesa l’11 luglio per Marie Chouinard, nome imprescindibile della danza canadese e prioritario per la danza contemporanea tutta, che porterà a Ravello una rivisitazione di uno dei suoi capolavori, Le sacre du printemps, tribale, primordiale e spirituale al tempo stesso, sulla musica di Stravinsky.
La direttrice della Biennale danza anticiperà il gigante della danza israeliana, Ohad Naharin (19 luglio), coreografo tra i più celebri e immaginifici: cresciuto in un kibbutz della Galilea a fianco del suo gemello, affetto da autismo per il quale 'inventa' un vero e proprio linguaggio del corpo, il metodo Gaga. Naharin ci consegna l’utopia concreta dell’ispirazione a stare meglio al mondo ascoltando il proprio corpo.

Per la formazione anche quest’anno si replica con il progetto “Abballamm’!” che prevede laboratori in residenza condotti da  coreografi ospitati al festival, quest’anno in partnership con l’Accademia di Danza e Sareyyet Ramallah/Palestine International Award for Excellence and Creativity. Ravello farà anche il miracolo di avere sullo stesso palcoscenico israeliani e palestinesi.
Infine le incursioni jazz: sul Belvedere di Villa Rufolo la già annunciata leggenda Wayne Shorter con l’ormai consolidata formazione formata da Danilo Perez, John Patitucci e Brian Blade (16 luglio); in cartellone le trombe di Enrico Rava (anche la storia di quest’ultimo è una storia di emigrazione cercata per inseguire il sogno della musica) e del polacco Tomasz Stanko, tra i grandi padri del jazz europeo dalle assonanze impressionanti, con le loro fughe nell’informalità (23 luglio). Poi due nomi femminili: il 5 luglio la vocalist afroamericana Dianne Rives, considerata una delle più importanti interpreti femminili di jazz del nostro tempo, una “cantante diversa”, la definisce il musicologo Stefano Zenni. L’8 agosto arriverà Roberta Gambarini, “l’erede di Ella Fitzgerald” secondo la definizione che ne ha dato il Boston Globe. Partita da Torino, nel rinascimento del jazz italiano che sono gli anni Ottanta è oggi un riferimento della vocalità statunitense. A Ravello si esibirà con il Salerno Jazz Collective. un’esperienza del tutto nuova, creata appositamente per il Festival. A capeggiarla Sandro Deidda, con il quale la Gambarini, oltre a percorrere il consolidato repertorio di standard, affronterà anche pagine non strettamente jazz, tra cui gli amati Piazzolla e Morricone.
Da segnalare il progetto per Ravello “Petra” e Al Amal” di Luca Aquino con la Jordanian National Orchestra’s Ensemble (26 agosto) che servirà a lanciare un messaggio di speranza a difesa del patrimonio culturale mondiale (Al Amal in arabo “la speranza”) secondo la campagna Unesco #Unite4Heritage.
Per le arti visive oltre alla mostra di Francesco Clemente è previsto un soggiorno d'artista con Mostra di un altro grande artista italiano, Sandro Chia.
Infine un’incursione pop nel programma. Il 4 agosto appuntamento speciale con un concerto unplugged di Antonello Venditti.

E’ tutto, e non mi pare poco. Complimenti vivissimi.

giovedì 8 giugno 2017

L’OBSCURITÉ DANS L’ÂME

L'aube d'un nouveau jour
filtre une lumière aveuglante
à travers les volets mi-clos
mais n’allume pas l'obscurité
qui m’est entréè dans l'âme.
© Sigismondo Nastri, 8.6.2017

mercoledì 7 giugno 2017

A TRAMONTI, 3° MEMORIAL "FRANCO AMATO E GIANLUCA SIGNORINI"

Venerdì 16 giugno prenderà il via il 3° Memorial “Franco Amato e Gianluca Signorini”, con il Convegno “Sport, diritto e innovazione”, che si terrà nella splendida cornice del Chiostro del Convento di San Francesco: a Mario Amodio, giornalista de Il Mattino, sarà affidata l’introduzione della kermesse coordinata dal giornalista Rai Enrico Varriale.
La macchina organizzativa è a lavoro per raccogliere le adesioni di personalità ed esperti sia in ambito tecnico che sportivo: presenze sicure saranno il calciatore Andrea Signorini, figlio del compianto Gianluca, e Alessandra Borgonovo in rappresentanza della Fondazione Stefano Borgonovo Onlus. Altri arrivi importanti: Gianni Rivera, vincitore dell’edizione 2017 del Premio “Un uomo, un capitano”, Massimo Taibi, Roberto Breda, Gigi Pavarese e altri.
Ricco il programma di quest’anno: sabato 17 giugno 2017, dalle ore 16.00 alle ore 20.00 ci sarà il quadrangolare tra la squadra dei giornalisti sportivi salernitani, lo sport club 85 Tramonti, la compagine degli avvocati e dei magistrati e la squadra del Capitano. Si continuerà con la sfida, alle ore 20.15, tra le Rappresentative di calcio femminile. Non ci sarà solo il calcio giocato, ma anche momenti di puro spettacolo con le esibizioni di danza e di ginnastica artistica e l’intervento dell’attore e regista Roberto Ciufoli.  A conclusione della serata, inoltre, un percorso enogastronomico con musica dal vivo.
L’Associazione “Franco Amato: un uomo, un capitano”, organizza e promuove iniziative in memoria del compianto Franco Amato, scomparso prematuramente. Franco, confidenzialmente per tutti “Il Capitano”, ha rappresentato durante la sua attività sportiva in Costiera, e soprattutto a Tramonti, l’esempio di calciatore da emulare per correttezza, lealtà sportiva e rispetto dell’avversario.
L’Associazione ha scelto di accostare il capitano ad un altro campione di virtù, Gianluca Signorini, calciatore, allenatore, dirigente sportivo, ma soprattutto un grande uomo, celebrato dai tifosi genoani come “Il Capitano”, anch’egli scomparso prematuramente a causa della sclerosi laterale amiotrofica: un esempio per tutti coloro che amano i valori più sani dello sport, una persona leale fuori e dentro il campo.
Il tema del Convegno, quindi, sarà il confronto tra i due capitani, del dilettantismo e del professionismo, e approfondirà il rapporto tra lo sport, il diritto e la tecnologia, soprattutto in vista dell’introduzione della VAR (Video Assistant Referee).
«La nostra iniziativa si prefigge lo scopo di raccogliere fondi da devolvere in beneficenza per la ricerca sul cancro e la sclerosi laterale amiotrofica – ha dichiarato il Presidente Raffaele Imparato. - Anche quest’anno i fondi saranno destinati all’Airc e per volontà della famiglia Signorini quelli destinati alla SLA saranno devoluti alla Fondazione “Stefano Borgonovo” Onlus. Stiamo lavorando da tempo per la buona riuscita di questa terza edizione e sono sicuro che sarà di nuovo un successo: vedo la passione e la dedizione e so che uniti possiamo fare grandi cose».

Parole di grande stima e affetto anche da parte dell’Assessore allo Sport Vincenzo Savino: « Il confronto tra i due capitani permette di evidenziare quel filo rosso che unisce chi come noi, in qualunque categoria, vede lo sport e il calcio come fonte di gioia e voglia di vivere. Facciamo goal con la solidarietà, uniamo le forze della Costa d’Amalfi per dimostrare la grandezza del nostro cuore quando si parla di regalare un sorriso ai meno fortunati. Il calcio è un gioco di squadra e solo insieme potremo vincere questa sfida». 

martedì 6 giugno 2017

JE PASSE DES JOURS TRISTES

Je n'ai pas de larmes, mes larmes se sont desséchées :
J'ai vu déjà des morts, le cœur est fatigué.
Je passe des jours tristes, le trou noir
Je le vois, et ne m’abandonne pas: à la dernière étape
si Dieu m’aide je traverserai le mystère.

© Sigismondo Nastri

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lunedì 5 giugno 2017

IL SORRISO DI MAYA

Non sorridevi, Maya. Il tuo sorriso
era nella luce degli occhi
che fissavano i miei, smorti di cataratta.
Felicità mi mostravi girandomi intorno
a ogni rientro a casa, saltellando,
aggrappando le unghie ai miei calzoni.
Eri sempre ad aspettarmi dietro l’uscio.
Mi chiedevi di prenderti in braccio,
toccandomi con la zampina.
Io parlavo con te anche andando per vie.
La gente ci guardava, mi riteneva folle.
Un giorno un signore mi ha chiesto:
“Ma lei parla col cane?” . “Sì”, gli ho risposto,
dialoghiamo tanto. “E il cane la capisce?”
“Certo, magari fossimo noi umani
capaci di manifestare i sentimenti
come sa fare un cane”.

© Sigismondo Nastri, 5.6.2017

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PER MAYA

"Tu non sei più dove stavi, ma tu sei dovunque io sono". 
Victor Hugo

CON NAPOLI A/R, LA PIZZA DI TRAMONTI INCONTRA QUELLA DI NAPOLI A "ECCELLENZE CAMPANE"

Giovedì 8 giugno, il maestro napoletano Guglielmo Vuolo incontra il pizzaiolo tramontano dell’Alleanza Slow Food Francesco MaioranoEccellenze Campane, a Napoli. In un evento dedicato al pomodoro Re Fiascone e a due pizzaioli uniti dall’amore per la pizza e gli ingredienti del territorio.
Si inizia alle ore 19,00 con Bentrovato Re Fiascone, incontro moderato da Monica Piscitelli, giornalista storyteller della Storia dei Pizzaioli di Tramonti, con la partecipazione di Achille Scudieri, direttore generale di Eccellenze CampaneCarmela Rita Abagnale, responsabile del Progetto Alleanza Slow Food dei Cuochi e Pizzaioli della Campania e Basilicata, Rino Silvestro, fiduciario della Condotta Slow Food Napoli, Andrea Ferraioli, fiduciario Slow Food della Condotta Costa d’Amalfi, Vincenzo Savino, assessore al Turismo del Comune di Tramonti, Patrizia Spigno, ricercatrice, Vincenzo Sannino, presidente dell’Associazione Acarbio Re FiasconeGuglielmo Vuolo, pizzaiolo dell’Alleanza Slow Food ad Eccellenze Campane,  Francesco Maiorano, pizzaiolo dell’Alleanza Slow Food a Tramonti (Pizzeria San Francisco).
Complimenti per l’iniziativa, che tende ad esaltare prodotti tipici del comprensorio amalfitano: il pomodoro Re Fiascone, antenato del San Marzano, di cui per fortuna è stata recuperata la coltivazione, e la pizza di Tramonti, conosciuta in tutto il mondo attraverso le oltre duemila pizzerie gestite da emigrati da questa terra. E complimenti all’amico Francesco Maiorano, che apprezzo molto per le capacità professionali e la simpatia umana.
Una pizza di Tramonti
Ecco il seguito della manifestazione.
Alle ore 20,00: degustazione delle due pizze della Alleanza Slow Food ideate da Vuolo e Maiorano e di altre te creazioni originali, oltre al dolce conclusivo. Questo il menù:
·         SCUGNIZIELLI VUOLO con cicoli, ricotta di bufala campana e pepe nero;
·         PIZZA DELL’ALLEANZA “TRAMONTI CILENTANI” di F. MAIORANO con antico pomodoro Re Fiascone, salamino artigianale piccante, ricotta di Tramonti e carciofino bianco di Pertosa;
·         PIZZA DELL’ ALLEANZA “AL PASCOLO” di G. VUOLO: pizza bianca con mozzarella di bufala campana, barbe di finocchio, olive caiazzane da mensa, alici di menaica, limone grattugiato sorrentino e crunber di biscotto di pane integrale;
·         META’ E META’. MONTANARA E TRAMONTANA.
“TERRA MIA” di F. MAIORANO: pizza con farina integrale, pomodoro e filetti Re Fiascone, aglio, origano, olio extravergine di olive di Tramonti e alici di menaica.
“MONTANARA DI RE UMBERTO” di G. : fritta con ricotta di bufala campana, salsa di Re Fiascone, basilico e fior di latte agerolese.
·         “DOLCE ALLEANZA: L’AMICIZIA NAPOLI-TRAMONTI” di Francesco Maiorano e Guglielmo Vuolo.
Il pomodoro Re Fiascone
«Un altro momento di alta cucina che vede protagonisti le eccellenze di Tramonti – ha dichiarato l’assessore del Comune di Tramonti Vincenzo Savino. - Un’occasione di confronto e di alleanza nella quale le due scuole regine della pizza, quella napoletana e quella tramontana, uniscono i sapori e i profumi in un connubio di alta qualità. Ancora una volta esportiamo il made in Tramonti, un convivio di storia, arte e cultura condito con tanta passione e professionalità ».
Napoli-Tramonti Andata e Ritorno dà poi appuntamento a Tramonti, in Costiera Amalfitana, dove i due artigiani si ritroveranno ancora sul tema “Pomodoro Re Fiascone, Antico Pomodoro di Napoli e Fior di Latte” nel segno dell’Alleanza dei Cuochi.

domenica 4 giugno 2017

MAYA


Sarà stato un improvviso anelito di libertà,
un desiderio mai espresso, un raptus
che ti ha attraverso furente muscoli e vene
quando il moschettone del guinzaglio ha ceduto. 
T’ho vista andar via come una freccia
lanciata dall’arco, inutile affannarmi a chiamarti,
impossibile rincorrerti con le mie gambe stanche,
che hanno bisogno di grucce per fare due passi.
Ci hanno provato in tanti, non ci sono riusciti.
A me non è rimasto che un pianto soffocato.

T’ho ritrovata già morta accostata ad un muro,
una mano pietosa t’aveva sottratta alla strada.
Sembrava che dormissi, tale e quale, serena
come quando venivi ad adagiarti sul mio petto
per farti vezzeggiare, e giocavamo insieme,
piccola Maya, chiwawa capricciosa e irrequieta.
Eri bella. T’amavo. Spero non abbia sofferto.
Maledetta sia la macchina che non s’è fermata.
La “bella cosa” che mi chiedevi con grazia
prima di accoccolarti tra le mie braccia
l’avrai questa sera da un angelo in cielo.
Dio, ci sarà pure un paradiso per i cani!
© Sigismondo Nastri, 4.6.2017
RIPRODUZIONE RISERVATA 

venerdì 2 giugno 2017

IL MIO INTERVENTO IN RICORDO DI GAETANO AFELTRA. OGGI, NELL'ANTICO ARSENALE DI AMALFI

Amalfi, venerdì 2 giugno 2017, ore 19.30
Antico Arsenale
Cerimonia di intitolazione a Gaetano Afeltra
del Supportico Ferrari


IL MIO INTERVENTO IN RICORDO DI GAETANO AFELTRA

Sono grato al sindaco Daniele Milano e all’assessora Enza Cobalto per avermi concesso la possibilità di portare, in questa circostanza così importante per tutti noi, la mia testimonianza.  Ma più ancora li ringrazio per aver voluto esaudire un voto di tanti concittadini: quello di intitolare il supportico Ferrari a Gaetano Afeltra.
“Mio padre ti ha voluto bene” mi ha scritto in un messaggio Maddalena Afeltra. E’ l’unico titolo che mi riconosco per essere qui. Anche se devo ricordare, per la storia, che questa idea partì proprio da me, subito dopo la scomparsa di don Gaetano, d’intesa con Enzo Colavolpe e Gigino de Stefano, due amici carissimi, che tanto hanno dato ad Amalfi e che pure ci hanno lasciati.  

In Desiderare la donna d’altri, a pagina 7, leggo: «C’è un punto profondo in cui la vita di ognuno comincia, dove si riconosce per quella che è: questo punto può essere un luogo. Quando ancora mi chiedono di dove sono, rispondo con una specie di fastidio: “Sono di Amalfi”. Dovunque e da tutti mi sento dire: “Beato lei, che fortunato!». Gaetano Afeltra, premiato e celebrato in una mostra in galleria per aver fatto grande Milano, non ha mai smesso, nella sua lunga vita, pur standone lontano, di avere Amalfi nel cuore.
Non farò invasione di campo. Non parlerò del giornalista e dello scrittore. Davanti al direttore Ferruccio de Bortoli, e a Ottavio Lucarelli, mio presidente,  non me lo posso permettere. Non parlerò dei deliziosi elzeviri, finiti nei libri, in cui il tema ricorrente è Amalfi: con la storia,  le storie, i riti, le tradizioni. I personaggi, alcuni dei quali avevano accompagnato la crescita umana di Gaetano Afeltra: da Milord, il calzolaio, ad Angelo Tamburrano, giusto per fare un esempio. Dalle fantesche al podestà Francesco Gargano, che  favorì la fuga amorosa del gerarca Attilio Teruzzi per ottenere il finanziamento dell’acquedotto; fino all’onorevole Francesco Amodio, uscito dalla vita politica meno ricco di quanto lo era prima, e alla sorella, la signorina Nina, perfetta padrona di casa, instancabile dispensatrice di caffè e pasticcini.
Voglio parlare di un Afeltra per così dire minore. Compaesano se me lo consentite. Di don Gaetano, come noi lo chiamavamo  ̶  in una terra in cui il “don” indica deferenza, rispetto  ̶ , amato da tutti, che ad Amalfi veniva per combattere lo stress, le tensioni accumulate nel suo lavoro. Non  del “Gaetanine” come lo chiamavano a Milano, di cui dice Giorgio Bocca nel libro “E’ la stampa, bellezza!”.
A me interessa delineare la figura di Don Gaetano, il rapporto con la sua città. Tenuto saldo anche quando, sentendosi tradito, ne rimase lontano, per lunghissimi anni. Inutile tornare su quel che avvenne allora: ormai è tutto archiviato. Ricordo solo la data di morte del fratello don Andrea: 11 novembre 1979.
Ho ancora vivo, nella mente, l’incontro affettuoso che ebbi con don Gaetano al Circolo della stampa, nella Villa comunale, a Napoli, dopo che era stato ospite dell’Università per una conferenza alla facoltà di lettere. E s’era incontrato col suo amico professore Mario Condorelli e signora. C’erano con me Umberto Belpedio e mio figlio Antonio.
Ma, ancora di più, mi torna  nella memoria la gioia per il suo ritorno ad Amalfi, dopo un lungo volontario esilio. Mi affido al racconto  di  Gianfranco Coppola, giornalista Rai: «Una mattina di profumata primavera del ’95 – scrisse – Gaetano Afeltra decise di accogliere gli inviti-perdono di Bruno Pacileo (all’epoca sindaco di Amalfi), di Carlo De Luca e soprattutto di Sigismondo Nastri, collaboratore del Roma e memoria storica della Costa. Così chiese all’autista che lo aveva scorazzato per Napoli dopo un convegno di prendere la A3, uscita Vietri sul Mare. Non disse una parola, fino ad Amalfi. Dove, appena arrivato, pianse senza farsi vedere fingendo di dover scappare subito in bagno. Fu festa grande».
Nella prima giovinezza di Gaetano Afeltra entrano alcune figure di spicco: Angelo Di Salvio, scrittore lucido e lungimirante, che egli definisce in una lettera (che conservo) il suo primo “maestro”. Di Salvio fondò una rivista, “Sirenide”, ci scriveva anche Cesare Afeltra. Dopo il primo numero, fu bloccata. Nell’editoriale c’era l’impegno di combattere in tutti i modi il campanile, male endemico della Costiera. Un tema ancora scottante.
E poi: Mimisca, come si firmava, cioè Mimì Scannapieco – nonno dell’attuale vice presidente della Banca Europea degli Investimenti, Dario – che lo accompagnò, ragazzo, da Carlo Nazzaro per fargli avere la corrispondenza del Roma; e Matteo Incagliati, critico musicale del Giornale d’Italia, amico del padre, segretario comunale, abituale frequentatore di Amalfi, che  gli inculcò la passione per il giornalismo. Lo aveva già fatto col fratello Cesare. Che, aveva iniziato una proficua esperienza a “L’Azione democratica”, battagliero settimanale salernitano.
L’Azione Democratica era fatto ad Amalfi, dove avevano sede la direzione e l’amministrazione ed era stampato a Salerno. Dava ampio spazio alla Costiera, in particolare a quanto avveniva ad Amalfi. La prima pagina era dedicata alla politica nazionale. Quando Cesare Afeltra fu chiamato ad assolvere il servizio militare di leva in Marina, con destinazione a Civitavecchia, poi a Roma, al Ministero della Marina, la sua attività giornalistica diventò più intensa. Cominciò a mandare al giornale articoli politici dal taglio più deciso, cronache parlamentari, che assunsero il titolo di “Lettera da Roma”.
Incagliati lo aveva intanto presentato ad Alberto Bergamini che, apprezzatene le qualità, lo assunse al Giornale d’Italia.
Milano entra in questa mia testimonianza solo per un episodio, riferito al 2003. Mi capitò di partecipare  ̶   lo feci solo per sfizio  ̶  a un concorso letterario promosso dal Lions Milano Duomo con una poesia in vernacolo. Vi descrivevo le nostre chiese, poste nei vicoli e in cima a lunghe file di gradini che, se li fai in salita, ci trovi il cielo, se li percorri in discesa arrivi al mare. La dedica recitava. “A Gaetano Afeltra, il più illustre degli amalfitani”. Vinsi una medaglia d’oro che mi fu consegnata nel salone di rappresentanza della Banca Industria e Commercio in via della Moscova. La giuria era presieduta da Giancarla Re Mursia. Don Gaetano mi mandò un telegramma: “Ricevo molti complimenti per la poesia che mi ha dedicata”. Ne fu contento.
C’è qualche episodio che mi preme raccontare. Nell’estate del 1955 (molti di voi non erano ancora nati),  Il Giornale, vecchio quotidiano liberale napoletano, nella pagina di Salerno, curata allora da Aldo Falivena, pubblicò le caricature dei “Componenti la stampa amalfitana” disegnate da Ignazio Lucibello (altra nostra gloria, ahimè, dimenticata!). Di quel gruppo sono l’unico superstite.  Eravamo giovanissimi  ̶  Filippo Iovieno, venuto a mancare presto, purtroppo, Gigino de Stefano, io – presi dalla smania di fare i giornalisti. E c’erano alcuni notabili – il libraio Antonio Savo; Alfonso Di Salvio, impiegato al Comune; l’avvocato Alfonso Iovane – , per i quali il ruolo di corrispondente era inteso più o meno come un titolo onorifico. Al massimo, mandavano dieci fuorisacco all’anno con notizie di battesimi, matrimoni, necrologi.
Andavamo a caccia di notizie, persino le più spicciole. Se proprio non ce n’erano – faccio un esempio -–  cercavamo di costruircele.
Insieme con Ferruccio de Bortoli  per ricordare Gaetano Afeltra
Il direttore de Bortoli si sorprenderà se dico che, tra i “Componenti la Stampa amalfitana”, c’era il corrispondente del Corriere della sera: Ferdinando Gambardella, compariello, ma anche l’amico più caro di don Gaetano, inseparabile da lui quando stava ad Amalfi. La pagina del giornale, che ho qui, lo documenta. Qualcuno potrebbe domandare: Che ci faceva un corrispondente del più grande quotidiano italiano in un paese  ̶  perché un paese era all’epoca ̶ come Amalfi? Ferdinando aveva il compito di telefonargli tutte le sere, utilizzando quella famosa chiamata “r”, che esisteva a quel tempo, in partenza del giornale. Sempre alla stessa ora. Andavamo in gruppo al centralino telefonico, sullo stradone. Il collegamento iniziava con una formula che era sempre la stessa: “Pronto Corsera, sono Gambardella da Amalfi, mi passa cortesemente il dottor Afeltra?”. Lui voleva che Ferdinando gli riferisse i fatti del giorno, le curiosità, gli ‘nciuci. Di tanto in tanto, qualche notizia da Amalfi usciva sul Corriere,  firmata da Ferdinando Gambardella. Scrivendo per una testata meno importanti, confesso, lo invidiavo.
A Milano don Gaetano si avvaleva anche dei rapporti che gli facevano alcuni amalfitani, trapiantati lì, che orbitavano intorno a lui. Ne cito due, il cui ricordo mi è molto caro: Pierino Florio, direttore della biblioteca Sormani, e Mario Laudano, per noi  Franzosi, che lavorava alla Gazzetta dello sport.
Quando veniva ad Amalfi, per il soggiorno estivo o solo per pochi giorni, don Gaetano aveva due punti fissi di riferimento: la libreria di Antonio Savo, passata al figlio Bonaventura, al quale voleva un gran bene, che gli faceva arrivare di primo mattino i giornali a casa. E il bar Savoia, di Antonio Amatruda.  Sempre lo stesso tavolo, posto ad angolo, in posizione panoramica sulla piazza e sullo stradone. Quasi come il periscopio di un sommergibile. Don Gaetano conosceva tutti, sapeva tutto di tutti. E se non riconosceva qualcuno, chiedeva chi fosse. O magari si faceva spiegare di chi fosse figlio o nipote.
All’inizio del 1977 – ho ritrovato questa notizia in una cronaca di Gigino de Stefano  ̶ gli fu segnalato che i mosaici della facciata del duomo si stavano staccando. Venne da Milano col ministro per i Beni culturali Mario Pedini per un sopralluogo. E subito furono disposti i lavori di risanamento.  Pare che il problema si stia riproponendo: peccato che non c’è più lui!
La sua giornata scorreva sempre uguale: tra la lettura dei giornali, le telefonate, la discesa sulla spiaggia, quando il sole non era alto, in calzoni corti, il capo coperto da un cappello bianco di tela (il mare no, perché non aveva mai imparato a nuotare), e,  la sera, la sosta al bar Savoia. A conversare, salutare, stringere mani, tra una telefonata e l’altra. Se stava di genio – mi ci sono trovato un paio di volte  ̶  faceva chiamare Massimiliano Crosilla, un posteggiatore esule istriano che s’era ben integrato nella realtà amalfitana, e lo conduceva, solo o in compagnia del partner, ‘a Paloff, barbiere-chitarrista, sul molo Pennello a suonare vecchie melodie napoletane. Quelle che più gli piacevano. E si metteva a cantare. Noi con lui, a fargli corona. E si divertiva, negli intervalli, a sfruculiare con un’ironia sottile e pungente il malcapitato Crosilla.
A volte mi telefonava, anche da Milano, per affidarmi qualche incombenza. Era un segno tangibile di predilezione. Mi sento un privilegiato – scrissi il giorno della sua dipartita  ̶  per aver goduto della stima e della benevolenza di don Gaetano. Sapendo la severità nei giudizi, conservo come preziose reliquie le sue lettere di apprezzamento: “mi piace il tuo modo di scrivere, la chiarezza del linguaggio”. Oppure: “sapevo che eri bravo ma gli articoli che ha scritto da Pavia me ne hanno dato la prova”. O ancora: “Ho visto l’onorevole Amodio e abbiamo parlato della tua bravura giornalistica”. Per me valgono come un diploma di laurea.
Quando morì la mamma, la signora Maddalena, mi volle per due giorni a casa sua (chiedendo il piacere all’onorevole Amodio, del quale ero segretario) perché lo aiutassi a rispondere alla montagna di messaggi di condoglianze. Mi capitarono tra le mani quelli del Papa e del presidente della Repubblica (Giuseppe Saragat).
Nel venticinquennale della morte del fratello monsignore, l’indimenticabile don Andrea, mi chiese di organizzare una rievocazione solenne: che avvenne con la messa in cattedrale e la pubblicazione di un libretto, stampato da Peppino De Luca, su carta a mano della cartiera Amatruda, con le testimonianze di don Andrea Colavolpe, Gigino de Stefano, del preside Andrea Maiorino. Oltre alla mia, naturalmente. Ci riempì di elogi e di ringraziamenti. Pochi giorni dopo, la perdita della moglie, la signora Adriana, lo gettò in uno sconforto dal quale non si riprese più.
Ritornando al bar Savoia, ricordo che Tonino Amatruda, per evitargli il fastidio di alzarsi, aveva fatto allungare il filo del telefono fino al tavolo di don Gaetano. Così poteva star comodo. A quel tavolo ci trovavamo spesso anche noi:  da Umberto Belpedio, per lunghi anni inviato permanente del Roma in Costiera, don Gaetano voleva ragguagli sulla vita mondana, sulla high society che allora popolava la Costa; con Camillo Marino, critico cinematografico, fondatore con Pasolini del Premio Laceno d’oro, il discorso inevitabilmente cadeva su Roberto Rossellini e i film girati sulla costa:  La macchina ammazzacattivi, Paisà, Viaggio in Italia, L’amore. E quindi su Fellini, la Bergman, la Magnani. Con me e Gigino de Stefano parlava di politica locale o degli episodi di cronaca di cui c’eravamo occupati.
Quando Patrizia Rusconi, nel 1989, gli chiese un appuntamento per intervistarlo, don Gaetano le rispose: «Per prima cosa le offro un caffè al bar Savoia e mi trovo una scusa per non resistere al profumo dei dolci e alle scorzette candite fatte con i nostri agrumi che sono i migliori del mondo».  In un’altra occasione dichiarò a Luciana Boldrighi Paroli che a quel tavolo, con Dino Buzzati, aveva scritto “Positano darà la luce al mondo”  e con Vitaliano Brancati gli era venuta l’idea di quell’altro racconto delizioso,  “Spaghetti all’acqua di mare”. Anche la prima pagina a colori del Giorno diceva che era nata qui,  alle quattro della mattina, in collegamento telefonico con Milano. Quasi ad avvalorare una sentenza del Montesquieu: «Il caffè è l’unico luogo dove il discorso crea la realtà, dove nascono piani giganteschi, sogni utopistici e congiure anarchiche, senza che si debba lasciare la propria sedia».
Sigismondo Nastri