lunedì 23 luglio 2018

SPUNTI DI RIFLESSIONE SUL TURISMO CAFONE E VOLGARE IN COSTIERA

Non ho possibilità di constatarlo di persona (maledetta lombosciatalgia!), mi riferisco a quello che viene postato su Facebook. Lo spunto me lo dà uno scritto di Secondo Amalfitano, ex sindaco di Ravello, direttore di quel gioiellino che è Villa Rufolo, riportato a nuovi splendori. Egli dichiara, non so se più sconsolato o arrabbiato: «I matrimoni cafoni e caciari inquinano e distruggono la nostra identità, compromettendo il futuro dei nostri figli e lo stesso segmento del turismo matrimoniale che tanti soldi sta riversando su Ravello. È da criminali consentire che le notti ravellesi, ma anche i giorni, vengono disturbati da orde di ubriaconi incolti e cafoni»

Gli fa eco qualcuno da Amalfi definendo “terra di barbari” quel che resta dell’antica regina del mare. E non solo. Trovo una foto che mostra un carrettino per le granite fermo sotto la scalinata del duomo: niente di scandaoloso, ma non mi pare un bell’esempio (preferisco altre immagini di quel luogo di fede e di memoria eretto dalla devozione dei nostri antenati). Come quello di un gruppo di persone che bivaccano tranquilli in uno spazio pubblico. Avviene anche a Roma, e non è cosa di poco conto. Neppure Positano sembra che se la passi bene. Come Maiori, del resto, che ha la comodità di un lungomare ampio, frondoso, denso di panchine.
Quando l’arcivescovo Mons. Orazio Soricelli, nel dicembre del 2000, in occasione del convegno “La memoria per il futuro della Costa”, mi chiese l’editoriale per la sua rivista Fermento, scrissi:
«“Friggi e mangia”: mi sembra di poter condensare in queste due parole, oggi, l’immagine di Amalfi. Attrezzata, nemmeno tanto, a un turismo estraneo alla sua vocazione. Perché la città appartiene a un comprensorio – ne rappresenta il fulcro, con la sua storia, le sue testimonianze d’arte, la sua bellezza – tradizionalmente destinato a un turismo di qualità: quello che da un po’ di anni si sta portando avanti a Ravello, con risultati positivi. E’ vero, a Ravello lo si è potuto fare grazie a strutture ricettive di assoluta eccellenza. Come a Positano, del resto, dove si cerca di frenare i flussi frenetici di vacanzieri. Ad Amalfi, invece, è su questo fenomeno – il “mordi e fuggi” - che si fonda l’economia. A vantaggio di pochi, il resto della popolazione ne subisce le conseguenze negative. Occorrerebbero politiche adeguate. Una città d’arte, a vocazione turistica – interessata a quello che si definisce heritage tourism -, dovrebbe avere servizi adeguati, spazi vitali capaci di contribuire alla qualità della vita, un’articolazione organica delle attività commerciali e offrire uno shopping di lusso, com’è in altri luoghi d’élite, non soltanto pizzetterie, tavole calde, limoncello.
La massificazione del turismo, che ha portato a una diffusione capillare di “B&B”, si trova a fare i conti con l’inadeguatezza del sistema strutturale e infrastrutturale. Vale per tutti i centri costieri. Forse meno per le aree interne, dove c’è una migliore distribuzione degli spazi e una maggiore attenzione alle peculiarità ambientali.
Nessuno s’è accorto che negli ultimi decenni sono scomparsi dal territorio della Costiera i grandi nomi della economia, dell’alta finanza, della cultura, dell’imprenditoria che qui avevano le loro residenze estive.
Tutta la mobilità avviene attraverso la statale 163, che non è in grado di sopportare l’eccessivo flusso veicolare: soprattutto nei week-end, in occasione delle grandi festività, nel periodo balneare.  E si pensa a nuove strade, a una galleria che dovrebbe collegare Maiori con Cava de’ Tirreni. Ingolfando ancora di più i nostri paesi.
Nonostante ci sia una Conferenza dei sindaci non c’è unità di vedute. Si ragiona in ottica locale.  È questo il primo problema da affrontare: la mancanza di un coordinamento che superi un campanilismo atavico, nell’ottica di una progettazione seria, oculata, complessiva delle esigenze del territorio: nella prospettiva auspicabile di uno sviluppo ordinato, che coinvolga tutti i dodici comuni».
Non è servito nemmeno come spunto di riflessione e di analisi. A diciotto anni di distanza la situazione non è migliorata. Il tessuto sociale, che è «l'insieme di elementi uniti tra loro in modo omogeneo» (cit. Treccani) s'è sgretolato progressivamente. Prevale l’egoismo, ognuno bada al proprio orticello (operatori economici, quelli del settore ricettivo, della ristorazione, del commercio ad esempio), non si governa il territorio con idee chiare, in maniera coordinata e univoca.
Tengo fuori dal discorso la droga, che circola (come dimostrano certe azioni, anche recenti, dei carabinieri che svolgono un lavoro assiduo e attento) e, dulcis in fundo, le coltivazioni di cannabis scoperte sulle nostre montagne.
Mi dispiace che nelle maglie del turismo cafone, casinista, volgare, sia incappata pure Ravello. Dove qualche giorno fa il sindaco ha dovuto prendere posizione contro i procacciatori di clienti per negozi e ristoranti (esistono solo a Ravello? mi chiedo), perché «ne va della buona reputazione del paese». Servirà a qualcosa? 
Ma non è di questo che voglio occuparmi. Dico solo che il problema posto sul tappeto - tranquillità, ordine, igiene, sicurezza, salvaguardia dei beni storici, artistici, paesaggistici e ambientali -  è dilagante, le città d'arte ne soffrono, da Venezia alla punta estrema della Sicilia. Il nostro territorio, ahinoi!, non fa eccezione.
Il mondo è cambiato velocissimamente sotto i nostri occhi e non ce ne siamo neppure accorti.
 «Il buonsenso che fu già caposcuola» (Giusti) è morto, insieme alla buona creanza, nelle famiglie, nelle scuole, nella stessa organizzazione della società. Perfino tra chi governa la nazione, figuriamoci! Tutto è diventato tollerabile, se non ritenuto addirittura lecito. Ci sono leggi, decreti, ordinanze, divieti, avvisi: restano sulla G.U. (per la storia), o affissi a un albo pretorio (come lo si chiamava una volta) o postati online. Tanto ognuno si spiccia da sé. Le stalle si sono aperte, i buoi sono scappati: dubito che si riesca a riportarli indietro.
Che futuro si prepara? Io sono vecchio, non lo vedrò.
© Sigismondo Nastri

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