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mercoledì 25 luglio 2018

IL "J'ACCUSE" DEL PARROCO DI RAVELLO CONTRO I FRACASSONI NOTTURNI SCUOTE POLITICA E SOCIETA'

Leggo ora un articolo di Antonio Schiavo sul Vescovado, a proposito degli schiamazzi notturni a Ravello. Premetto che, pur trattando della Città della musica, che è anche città dell’arte, della letteratura, della cultura tout court, il problema non è circoscritto lì, ma diffuso su tutto il nostro territorio: se vado a sfogliare le cronache recenti e passate trovo molti elementi per una seria riflessione su come è cambiato il costume, il modo di far turismo, su come è venuto meno nella nostra società il rispetto per tutto quello che non ci tocca direttamente. Mi viene in mente un’espressione volgare, ma la riporto addolcita: a tre metri di lontananza da me, ognuno faccia quello che vuole. A volte, però, non riusciamo a rispettare neppure noi stessi. Mi piace come Schiavo conclude il suo intervento, rivolgendosi al parroco don Angelo Antonio Mansi. Con le stesse parole usate, nel 1494, da Pier Capponi nei confronti di Carlo VIII che aveva presentato un ultimatum, ricevendone un rifiuto, alla Signoria fiorentina. Il re aveva minacciato di suonare le sue "trombe”. Il condottiero toscano rispose: “E noi suoneremo le nostre campane”. Oltretutto al parroco nessuno potrà rimproverare nulla. Sono o non sono, le campane, come ci hanno insegnato, ‘a voce ‘e Dio?
E’ stato proprio don Angelo Antonio, a quanto leggo, a levare il dito contro i fracassoni notturni. Egli vive nella casa canonica, attigua al Duomo, con le finestre che affacciano sulla piazza. La notte è fatta per il sonno e ad averne maggiormente bisogno sono le persone più impegnate di giorno. Non i fannulloni. Un parroco, ad esempio, pastore di anime, capo di una piccola comunità di fedeli. Custode di ansie, dubbi, situazioni difficili, problemi esistenziali che gli vengono confidati nella sagrestia o nel segreto del confessionale. Di cui si deve caricare per farsene tramite e affidarle alla misericordia divina. Non credo che a fine giornata, pur raccogliendosi in preghiera, possa andare a letto sereno. Forse gli è già difficile prender sonno. Poi ci si mettono quelli che fanno caciara sotto le stelle a tenerlo ancor più in agitazione. Conosco don Angelo Antonio da tempi lontani. Siamo stati colleghi nell’insegnamento. L’ho sempre apprezzato per la dottrina, la sensibilità umana, per l’impegno nel farsi apostolo del Vangelo. Ma, quando si innervosisce, non si tira indietro nella discussione. Lo apprezzo per questo. Il grido d’allarme ha indotto altri a scendere in campo, ha scosso qualche coscienza: tra amministratori, operatori turistici, cittadini (non è solo la canonica, del resto, che si riflette sul lucido pavimento della piazza del Duomo). Antonio Schiavo ha citato esperienze dirette subite da lui e dalla sua famiglia. Spero che si trovi il modo di assicurare vivibilità a chi risiede a Ravello, si sbraccia, lavora, fa crescere l’economia. E ai tanti che ci vengono per respirarne l’ésprit, per goderne le bellezze, anche per sposarsi (perché non c’è luogo più bello per coronare un amore), non per cafonerie e cialtronerie varie. Magari sotto l'effetto di alcol o chissà che. Come dicevo all’inizio, non è sotto attacco soltanto Ravello. Anche altri luoghi della Costiera. Solo che è qui, a Ravello (che non per niente si chiamava Rebellum, cioè “ribelle”) c’è stato chi ha avuto il coraggio di scendere in campo, con parole chiare. E con l’autorevolezza del suo ruolo. Altrove, magari, ci si adatta. Si va a dormire con i tappi nelle orecchie.
© Sigismondo Nastri

lunedì 23 luglio 2018

SPUNTI DI RIFLESSIONE SUL TURISMO CAFONE E VOLGARE IN COSTIERA

Non ho possibilità di constatarlo di persona (maledetta lombosciatalgia!), mi riferisco a quello che viene postato su Facebook. Lo spunto me lo dà uno scritto di Secondo Amalfitano, ex sindaco di Ravello, direttore di quel gioiellino che è Villa Rufolo, riportato a nuovi splendori. Egli dichiara, non so se più sconsolato o arrabbiato: «I matrimoni cafoni e caciari inquinano e distruggono la nostra identità, compromettendo il futuro dei nostri figli e lo stesso segmento del turismo matrimoniale che tanti soldi sta riversando su Ravello. È da criminali consentire che le notti ravellesi, ma anche i giorni, vengono disturbati da orde di ubriaconi incolti e cafoni»

Gli fa eco qualcuno da Amalfi definendo “terra di barbari” quel che resta dell’antica regina del mare. E non solo. Trovo una foto che mostra un carrettino per le granite fermo sotto la scalinata del duomo: niente di scandaoloso, ma non mi pare un bell’esempio (preferisco altre immagini di quel luogo di fede e di memoria eretto dalla devozione dei nostri antenati). Come quello di un gruppo di persone che bivaccano tranquilli in uno spazio pubblico. Avviene anche a Roma, e non è cosa di poco conto. Neppure Positano sembra che se la passi bene. Come Maiori, del resto, che ha la comodità di un lungomare ampio, frondoso, denso di panchine.
Quando l’arcivescovo Mons. Orazio Soricelli, nel dicembre del 2000, in occasione del convegno “La memoria per il futuro della Costa”, mi chiese l’editoriale per la sua rivista Fermento, scrissi:
«“Friggi e mangia”: mi sembra di poter condensare in queste due parole, oggi, l’immagine di Amalfi. Attrezzata, nemmeno tanto, a un turismo estraneo alla sua vocazione. Perché la città appartiene a un comprensorio – ne rappresenta il fulcro, con la sua storia, le sue testimonianze d’arte, la sua bellezza – tradizionalmente destinato a un turismo di qualità: quello che da un po’ di anni si sta portando avanti a Ravello, con risultati positivi. E’ vero, a Ravello lo si è potuto fare grazie a strutture ricettive di assoluta eccellenza. Come a Positano, del resto, dove si cerca di frenare i flussi frenetici di vacanzieri. Ad Amalfi, invece, è su questo fenomeno – il “mordi e fuggi” - che si fonda l’economia. A vantaggio di pochi, il resto della popolazione ne subisce le conseguenze negative. Occorrerebbero politiche adeguate. Una città d’arte, a vocazione turistica – interessata a quello che si definisce heritage tourism -, dovrebbe avere servizi adeguati, spazi vitali capaci di contribuire alla qualità della vita, un’articolazione organica delle attività commerciali e offrire uno shopping di lusso, com’è in altri luoghi d’élite, non soltanto pizzetterie, tavole calde, limoncello.
La massificazione del turismo, che ha portato a una diffusione capillare di “B&B”, si trova a fare i conti con l’inadeguatezza del sistema strutturale e infrastrutturale. Vale per tutti i centri costieri. Forse meno per le aree interne, dove c’è una migliore distribuzione degli spazi e una maggiore attenzione alle peculiarità ambientali.
Nessuno s’è accorto che negli ultimi decenni sono scomparsi dal territorio della Costiera i grandi nomi della economia, dell’alta finanza, della cultura, dell’imprenditoria che qui avevano le loro residenze estive.
Tutta la mobilità avviene attraverso la statale 163, che non è in grado di sopportare l’eccessivo flusso veicolare: soprattutto nei week-end, in occasione delle grandi festività, nel periodo balneare.  E si pensa a nuove strade, a una galleria che dovrebbe collegare Maiori con Cava de’ Tirreni. Ingolfando ancora di più i nostri paesi.
Nonostante ci sia una Conferenza dei sindaci non c’è unità di vedute. Si ragiona in ottica locale.  È questo il primo problema da affrontare: la mancanza di un coordinamento che superi un campanilismo atavico, nell’ottica di una progettazione seria, oculata, complessiva delle esigenze del territorio: nella prospettiva auspicabile di uno sviluppo ordinato, che coinvolga tutti i dodici comuni».
Non è servito nemmeno come spunto di riflessione e di analisi. A diciotto anni di distanza la situazione non è migliorata. Il tessuto sociale, che è «l'insieme di elementi uniti tra loro in modo omogeneo» (cit. Treccani) s'è sgretolato progressivamente. Prevale l’egoismo, ognuno bada al proprio orticello (operatori economici, quelli del settore ricettivo, della ristorazione, del commercio ad esempio), non si governa il territorio con idee chiare, in maniera coordinata e univoca.
Tengo fuori dal discorso la droga, che circola (come dimostrano certe azioni, anche recenti, dei carabinieri che svolgono un lavoro assiduo e attento) e, dulcis in fundo, le coltivazioni di cannabis scoperte sulle nostre montagne.
Mi dispiace che nelle maglie del turismo cafone, casinista, volgare, sia incappata pure Ravello. Dove qualche giorno fa il sindaco ha dovuto prendere posizione contro i procacciatori di clienti per negozi e ristoranti (esistono solo a Ravello? mi chiedo), perché «ne va della buona reputazione del paese». Servirà a qualcosa? 
Ma non è di questo che voglio occuparmi. Dico solo che il problema posto sul tappeto - tranquillità, ordine, igiene, sicurezza, salvaguardia dei beni storici, artistici, paesaggistici e ambientali -  è dilagante, le città d'arte ne soffrono, da Venezia alla punta estrema della Sicilia. Il nostro territorio, ahinoi!, non fa eccezione.
Il mondo è cambiato velocissimamente sotto i nostri occhi e non ce ne siamo neppure accorti.
 «Il buonsenso che fu già caposcuola» (Giusti) è morto, insieme alla buona creanza, nelle famiglie, nelle scuole, nella stessa organizzazione della società. Perfino tra chi governa la nazione, figuriamoci! Tutto è diventato tollerabile, se non ritenuto addirittura lecito. Ci sono leggi, decreti, ordinanze, divieti, avvisi: restano sulla G.U. (per la storia), o affissi a un albo pretorio (come lo si chiamava una volta) o postati online. Tanto ognuno si spiccia da sé. Le stalle si sono aperte, i buoi sono scappati: dubito che si riesca a riportarli indietro.
Che futuro si prepara? Io sono vecchio, non lo vedrò.
© Sigismondo Nastri

mercoledì 20 luglio 2016

'O NAPULITANO 'E SIGÌ. 'O NASO

'A buscia esce 'ncopp’ ‘o naso = la bugia spunta sul naso
Arriccià ‘o naso = provare disgusto/darsi delle arie
Ê meglio a nascere senza naso ca senza sciorta = è meglio nascere senza naso che sfortunato
Lle fete ‘o naso = è permaloso/violento
Lle prore ‘o naso = cerca rogne
Naso a ccocoricò = naso dalla forma singolare
Naso a ppuparuolo = naso grande e rosso
Naso ca piscia ‘mmocca = naso a becco
Naso 'e cane, mane 'e barbiere e culo 'e femmena so' sempe fridde = naso di
cane, mani di barbiere e culo di donna sono sempre freddi
Naso ‘e pippa = naso lungo
Pigliarla ‘nfaccia ‘o naso = prenderla male.
© mondosigi


lunedì 18 luglio 2016

'O NAPULITANO 'E SIGÌ. 'O CORE/IL CUORE

'A cuntentezza vene d' 'o core = la gioia viene dal cuore
‘A droga mia 'a tengo int’ 'o core = la mia droga ce l’ho nel cuore
Brutto 'e faccia e bello 'e core = brutto di viso ma bello di cuore
Carcere,
malatia e necessità, se scanaglia 'o core 'e ll'amice = in caso di detenzione, malattia o bisogno si scopre il cuore degli amici
Chello ca d' ‘o core nun te vene chi t' ‘o cunziglia nun fa
bene = un consiglio che non viene dal cuore non fa certamente bene
Chi è puveriello 'e denare è ricco 'e core = chi è povero di denaro è ricco di cuore
Chi te fa male ô core ‘mpietto è sempe ‘a gente cchiù astretta = a procurarti grande dolore sono sempre le persone ti sono più vicine
Co ‘a mano ‘ncopp’ ‘o core = con la mano sul cuore [espressione resa famosa da Amedeo Verde, conduttore di un indimenticabile programma alla Rca-Radio Costiera Amalfitana]
Core cuntento Ddio ll'aiuta = Dio aiuta chi è contento
Core ‘e mamma = amore di mamma
Core mio = tesoro mio
Cu 'o core 'mmano = col cuore in mano
Dulore 'e mola, dulore 'e core = mal di denti, mal di cuore
'E figlie so’ piezze 'e core ma ‘e nepute fanno ‘o core a piezze = i figli sono pezzi di cuore ma i nipoti fanno il cuore a pezzi
Fà nu core tanto =  fare un cuore così [impegnarsi a fondo]
Luntano 'a ll'uocchie, luntano r' ‘o còre = lontano dagli occhi, lontano dal cuore
Me scenne ‘o core int’ ‘e cazette = mi scende il cuore nelle calze [mi sento depresso, avvilito]
Ô core nun se cummanna = al cuore non si comanda
'O core nun se fa màje viecchio = il cuore non invecchia
 ‘O meglio mariuolo è chillo ca s’arrobba ‘o core ‘e na femmena = il miglior ladro è colui che ruba il cuore di una donna
Perzona ‘e core = persona di cuore [generosa]
Piglià a core = prendere a cuore
Scaré d’ ‘o core = deludere
Tené 'e pile 'ncoppa ‘o core = avere i peli sul cuore [riferito a persona cattiva]
Tené ‘o core ‘e nu lione = avere il cuore di un leone [avere gran coraggio]
Tené 'o core 'e nu perocchio = avere il cuore di un pidocchio [riferito a persona ingrata]
Tené ‘o core int’ ‘o zuccaro = avere il cuore nello zucchero [essere felice, innamorato]
Uocchie ca nun vede, core ca nun sente = occhio che non vede, cuore che non sente [come dire: lontano dagfli occhi, lontano dal cuore].
© mondosigi                                                              


venerdì 15 luglio 2016

'O NAPULITANO 'E SIGÌ. 'O SANGHE/IL SANGUE

‘A carne fa carne, ‘o vino fa vino e ‘a fatica fa jettà ‘o sanghe = la carne fa carne, il vino fa vino e la fatica fa buttare il sangue
E’ sanghe nuosto = antica espressione, che indica l’amicizia tra le popolazioni di Maiori e Atrani
Hê ‘a jettà ‘o sanghe/’O sanghe, ‘o sanghe avite jettà  = devi/dovete buttare il sangue [imprecazione]
Jettà 'o sanghe = ammazzarsi di lavoro
Ll'è ghiuto 'o sanghe 'ncapa = s'è inferocito/ha avuto un ictus
‘O cafè fa bbene ô sanghe. Scetateve e piugliatevella na tazzulella = il caffè fa bene alla circolazione. Svegliatevi e bevetene una tazzina
'O sanghe 'e chi t'è vvivo / 'e chi t'è mmuorto!  =  il sangue di chi ti è vivo/di chi ti è morto [invettiva]
‘O sanghe nun è acqua = il sangue non è acqua
‘O sanghe se mazzeca, nun se sputa = il sangue si mastica, non si sputa [i legami di sangue vanno rispettati]
Sangue d’ ‘o sanghe mio = sangue del mio sangue
Scummà 'e sanghe = picchiare a sangue
Tené 'o sanghe all'uocchio = inferocirsi
Sanghe d’ ‘a marina = sangue della marina [imprecazione dovuta a qualcosa che ci va male]
Sentirse squaglià 'o sanghe dint' 'e vvene = sentirsi sciogliere il sangue nelle vene [essere colto da una forte emozione]
T’aggia scassà a sanghe = ti devo rompere a sangue
Te dongo quatto susamielle ca te faccio scorrere ‘o sanghe = ti do quattro cazzotti, da farti scorrere il sangue
Vuje ‘o sanghe ce l’avite zucato tutto quanto = voi ci avete succhiato tutto il sangue [sfruttati oltre il lecito].

© mondosigi

mercoledì 13 luglio 2016

'O NAPULITANO 'E SIGÌ. 'O MAGNÀ/IL MANGIARE

A avé piatà d’ ‘a carne ‘e ll’ate, ‘a carna toia s’ ‘a magneno ‘e ccane = ad avere pietà della carne degli altri, la tua se la mangiano i cani [sentimento poco cristiano: ad avere pietà degli altri c’è il rischio di subirne dannose conseguenze]
A chi nun piace 'a carne ‘e annecchia, se magna chella 'e voje ca è cchiù tosta = chi non ama mangiare la carne di vitella, è costretto poi a mangiare quella di bue che è più dura
'A fatìca d' ‘a fémmena s' ‘a màgna 'o ciùccio = la fatica della donna la mangia l’asino
'
A gatta d' 'o sturente magna nu chilo e pesa tre quarte = la gatta dello studente [notoriamente squattrinato] mangia un chilo di cibo ma pesa 750 grammi
A Ischia se magna, se beve e se sisca; a Giava se magna, se beve e se chiava = a Ischia si mangia, si beve e si fischia; a Giava si mangia, si beve e ci si accoppia
'A mmiria se magna 'o mmiriuso = l'invidia uccide l'invidioso
Ccà se magna e nun se pava = qui si mangia e non si paga
Chi fatica magna, chi non fatica magna e beve = chi lavora mangia, ma chi non lavora [capita anche questo] mangia e beve
Chillo se magnarrìa pure 'e préte = quello [ha una tale fame che] mangerebbe persino le pietre
Chi magna a Natale e pava a Pasca fa nu bbuono Natale, ma na mala Pasca = chi mangia a Natale e paga a Pasqua fa un buon Natale ma una cattiva Pasqua
Chi magna a ddoje vocche schiatta = chi mangia più del dovuto scoppia
Chi magna assaje s’abboffa = chi mangia molto si gonfia
Chi magna e nun beve maje sazio se vede = chi mangia e non beve non si sazia mai
Chi magna sulo s’affoca = chi mangia da solo affoga
Chi pecora se fa ‘o lupo s’ ‘o magna = chi si mostra docile viene facilmente sopraffatto
Chi p’ ‘o troppo magnà ‘a vita perdette e chi pe’ nun cacà pure murette = [ci fu] chi morì per il troppo mangiare e chi per la difficoltà di andare di corpo
Doppo magnato e vìppeto: " Â salute vosta!"  = dopo d'aver mangiato e bevuto: "Alla vostra salute!" [riferito al comportamento di chi approfitta di situazioni favorevoli per ottenere dei benefici, trascurando di gratificare il benefattore]  
‘E cavalle ‘e Munzignone, quanno se ‘mparajeno a nun magnà, tanno murettero = i cavalli di Monsignore, appena impararono a non mangiare, subito morirono
E nonna nonna, nonna nunnarella, ‘o lupo s’è magnata ‘a pecurella = filastrocca infantile ispirata alla favola di Fedro
Frijenno, magnanno = da mangiare subito ,in particolare il pesce, appena fritto [riferito anche agli affari, che vanno conclusi rapidamente, senza tergiversare]
Guaie e maccarune se magnano caude = guai e maccheroni si mangiano caldi [i guai, le difficoltà, si affrontano con tempestività, senza perdere tempo]
Invece d’ ‘a cernia ‘mpàrate a magnà ‘o baccalà = invece della cernia mangia il baccalà [impara a essere parco]
Ll’appetito vene magnanno = l’appetito vien mangiando
L'arte ‘e Galeazzo: magna, beve, dorme e nun fa nu cazzo = l’arte di Galeazzo: mangia beve e non fa niente
L’ommo valente doppo magnato friddo sente = l’uomo di valore, dopo aver mangiato, avverte freddo
Magna a gusto tuio e vieste a
ggusto 'e ll'ate = mangia a gusto tuo e vesti a gusto degli altri [nell’aspetto esteriore bisogna adeguarsi alle esigenze altrui]
Magna, ca d' 'o ttujo magne = mangia, ché è roba tua
Magna magna = mangia-mangia [corruzione diffusa]
Magnanno magnanno vène 'a famma = l'appetito vien mangiando
Magna sòvere e nun farraje rummore = mangia sorbe [notoriamente astringenti] e non farai rumore
Màgnate 'o limone = mangia il limone [nel senso: hai perso? ingoia questo boccone amaro]
Magnàte, vevìte e ve lavate ‘a faccia = mangiate, bevete e vi lavate il viso [voce del venditore di angurie]
Magna grazzia ‘e Ddio e caca diavulo! = mangia ben di Dio e caca diavolo [schifezza]!
Mannaggia a chillo ca ‘nculo ce tene ‘o mulino: se magna ll’ossa e caca farina = accidenti a quello che nell’intestino ha un mulino: mangia gli ossi e caca farina [ha una perfetta digestione, quindi]
‘Ncumpagnia se magna meglio = si mangia meglio stando in compagnia
'O ciuccio porta 'a sarma e 'o ciuccio s' 'a magna = l'asino porta il basto e l'asino ne mangia il contenuto
Ogne carne mange, ogne fungio fuje! = mangia la carne, lascia stare i funghi!
'O maccarone se magna guardanno 'ncielo! = il maccherone si mangia con lo sguardo rivolto al cielo [ringraziando Dio della buona pietanza]
‘O magnà p’ ‘o ricco va a ora, p’ ‘o malato quanno ‘o vvò, p’ ‘o pezzente quanno pò = il ricco mangia ad ora stabilita, il malato quando ha fame, il povero quando gli riesce possibile
Ô munno quattro cose te fanno cunzulà: 'a femmena, l'argiamma, ‘o suonno e
‘o magnà  = quattro cose al mondo ti fanno consolare: la donna, il denaro, il sonno e il mangiare
‘O patrone d’ ‘o vuzzo se magna ‘e sardelle = il padrone della barca mangia le sardelle [pesce povero]
'O pesce gruosso se magna 'o piccerillo = il pesce grande mangia il piccolo
‘O pirchio nun magna pe’ nun cacà = l’avaro non mangia per non andare di corpo
 Pe’ magnà, fatica e stiente; pe’ cacà nun ce vò niente = per mangiare occorrono fatica e stenti; per defecare non ci vuol niente
Porta co' tico e magna co' mico = porta il cibo con te e
 poi mangiamo insieme
Quanno se magna se cuntratta c' 'a morte =  quando si mangia si ha a che fare con la morte
Quanno te magne ll’uovo, affèllate primma ‘o pane = quando mangi l’uovo, affetta prima il pane [non mangiarlo senza, perché indigesto]
Quanno uno nun magna vò dicere ca have magnato = se uno non mangia vuol dire che ha già mangiato
Robba ‘e mangiatorio nun se porta a cunfessorio = i peccati di gola non si portano in confessionale
S'è mmagnato 'e maccarune = ha mangiato i maccheroni [ha capito l’antifona, non s’è lasciato infinocchiare]
Te vulesse magnà a muorze = vorrei divorarti a morsi [a seconda dei casi: in senso affettuoso o d’ira]
T'hanna magnà vivo ‘e zoccole e 'o primmo muorzo
te l'adda chiavà màmmeta = devono mangiarti vivo i topi e il primo morso te lo deve dare tua madre! [è un insulto volgare, molto violento].
© mondosigi




martedì 12 luglio 2016

'O NAPULITANO 'E SIGÌ. 'A RECCHIA/L'ORECCHIO

Appizzà ‘e rrecchie = tendere le orecchie [mettersi in ascolto]
A tutte ‘e femmene giovene e vecchie piace ‘o capitone senza recchie = a tutte le donne
piace il capitone senza le orecchie [espressione equivoca, volgare]
Avàscia 'e recchie = abbassa le orecchie [non essere superbo]
Chiàvate na varca ‘nculo e fatte asci' ‘e vele p’ ‘e recchie! = mettiti una barca nel didietro e fatti uscire le vele dalle orecchie [datti da fare, trova una soluzione]
Essere cchiù fetente 'e na recchia 'e cunfessore = essere più sporco di un orecchio di confessore [riferito a persona moralmente laida e sozza]
Irse a spilà ‘e rrecchie a san Pascale = andare a sturarsi le orecchie a san Pasquale [evidentemente, un ospedale]
Levarse a int’ ‘e rrecchie = togliersi dalle orecchie [smettere di dare fastidio]
Mannà 'e recchie â cunciaria = mandare le orecchie in riparazione [riferito a chi ha difficoltà di udito]
Mettere recchie p’ ‘e pertose =  mettere le orecchie in ogni buco [informarsi accuratamente]
Metterse dint’ ‘e rrecchie = mettersi nelle orecchie [essere assillante]
Meza recchia = Mezzo orecchio [riferito a persona di dubbio orientamento sessuale]
Na tirata ‘e recchie = una tirata d’orecchie [classico rimprovero]
Nce avite abbuffate ‘e rrecchie = ci avete gonfiate le orecchie [ci avete stancati]
O' ciuccio chiamma recchia longa ‘o cavallo = l’asino dice che il cavallo ha le orecchie lunghe [riferito a chi mette in evidenza i difetti degli
 altri senza veder i propri]
'O piezzo cchiú gruosso adda essere 'a recchia = il pezzo più grande deve essere l’orecchio [minaccia]
Pure ‘e mmure teneno ‘e recchie = anche i muri hanno le orecchie
Purtà ll'acqua cu 'e recchie = portare l'acqua con le orecchie [massima
dedizione e ossequio verso qualcuno]
Spilarse ‘e rrecchie = sturarsi le orecchie
Tené ‘a capa pe’ spartere ‘e rrecchie = avere poco cervello
Tené ‘a póvere ‘ncopp’ ‘e rrecchie = avere la polvere sulle orecchie [essere omosessuale]
Tené ‘a recchia ‘e pulicano = avere un udito finissimo
T’ ‘o dico dint’ 'a recchia = te lo sussurro
T’ ‘o faccio ascì p’ ‘e recchie! = te lo faccio uscire dalle orecchie [minaccia].
© mondosigi

lunedì 11 luglio 2016

'O NAPULITANO 'E SIGÌ. 'A 'MMIRIA/L'INVIDIA

‘A 'mmiria è na brutta bestia = l’invidia è una brutta bestia
‘A 'mmiria nasce ‘ncorte e more ô spitale = l’invidia nasce in corte e muore all’ospedale
'A 'mmiria se magna 'o 'mmeriuso = l’invidia rode e consuma l’invidioso
Meglio a fà 'mmiria ca piatà = meglio suscitare invidia che pietà
Nce ponno cchiù ll'uocchie ca 'e scuppettate = sono più potenti gli occhi [degli invidiosi] che le fucilate
'O meglio vino è chillo ca se veve â casa 'e ll'ate = il miglior vino è quello che si beve a casa degli altri [se non è invidia questa!]
'O 'mmeriuso è comme all'evera, secca ampressa = l'invidioso è come l'erba, dura poco
Schiatta ‘a 'mmiria e creepano ‘e maluocchie = formula di scongiuro
Sempe ‘mmiria e maje piatà = meglio essere invidiati che compatiti
Si ‘a 'mmiria fosse freva ‘o munno sarrìa nu lazzaretto = se l’invidia fosse una febbre il mondo sarebbe un lazzaretto
Si 'a 'mmiria fosse guallera tutte fosseme guallaruse = se l’invidia fosse un’ernia tutti l’avremmo
Si ‘a 'mmiria tenesse ‘a guallara ognuno s’ ‘a schiattasse = se l’invidia avesse l’ernia ognuno la eliminerebbe
Tené ‘a 'mmiria ‘ncuollo = essere oggetto di invidia.
© mondosigi

domenica 10 luglio 2016

'O NAPULITANO 'E SIGÌ. 'A MANA/LA MANO

A l’ommo rattuso e ô parulano nce feteno ‘e mane! = all’uomo pomicione e all’ortolano puzzano le mani
'A mana è bona, è 'a valanza ca vò essere accisa! = il peso è esatto, è la bilancia che sbaglia!
‘A pazziella ‘mmano ê criature = il giocattolo in mano ai bambini
Cane, mane ‘e barbiero e culo ‘e femmena so’ sempe fridde = cane, mani di barbiere e culo di donna sono sempre freddi
Ce vo’ ‘a mana ‘e Ddio = ci vuole la mano di Dio [impresa difficile da realizzare]
Chi nun conta denare, nun se sporca 'e mane = solo chi non ha a che fare col danaro non si sporca le mani
Cu na mana annanze e n’ata ‘a reto = con le pive nel sacco
Dà ‘a carta ‘e museca ‘mmano ô barbiere e ‘a lanterna ‘mmano ô cecato = affidare lo spartito al barbiere e la lanterna al cieco
Dà na mana = aiutare
Farse 'a croce co 'a mana smerza = fare il segno della Croce con la mano sinistra [cattivo inizio di giornata]
Jamme guagliù’, vuttamme 'e mane = svelti, ragazzi, acceleriamo il ritmo del lavoro
Largo 'e vocca e stritto 'e mane = generoso solo a parole
Lesto ‘e mane = ladro
Levà mana = finire un lavoro
L'ommo pe' delietto tocca sempe cule e zizze, ‘a femmena pe’ difetto mette ‘e mmane int’ ‘a vrachetta = l'uomo per diletto tocca sempre culi e seni, la donna per difetto mette le mani nelle brache
‘Mmano a chillo = ai tempi di quello
Mettere mana = iniziare un lavoro
Na mano se lava cu n'ata, tutt' 'e ddoje lavano 'a faccia, ma nisciuno te dice :"Làvate 'a faccia, accussì pare meglio 'e me!" = una mano si lava con l’altra, tutte e due lavano il viso, ma nessuno ti dice: “Lavati il viso, così sembrerai migliore di me”
‘Ncasà ‘a mana = rincarare la dose
San Genna', mèttece 'a mana toja! = san Gennaro, aiutaci! [invocazione dei napoletani al santo protettore]
Si te fètene 'e piére, nun te lavà ‘e mane  = se hai i piedi che puzzano, non lavarti le mani
Stà cu 'e mane ‘mmano/cu 'e mane 'ncopp' 'a panza  = stare a oziare [essere uno scansafatiche]
Tené mana = essere impegnato in qualcosa
Tené ‘mmano = traccheggiare
Tené na mana a fà zeppole e n’ata a fà scagliuozze = avere una mano impegnata a far zeppole e l’altra a friggere rettangoli di polenta [si dice di persona abile ad imbrogliare]
Tené na mana corta e n’ata longa = avere una mano corta e l’altra lunga [essere avaro nel dare e avido nel pretendere]
Uocchie chine e mmane vacante = occhi pieni di tante belle cose, però non acquisibili.
© mondosigi


'O NAPULITANO 'E SIGÌ. 'A CAPA/LA TESTA

A capa ‘e ‘mbrello = a casaccio
‘A capa ‘e pezza = la suora
'A capa 'e sotto fa perdere 'a capa â capa 'e còppa = la testa di sotto fa perdere la testa alla testa di sopra [facile, no?]
A capo 'e tavula o nu buono guappo o nu buono strunzo = a capotavola [deve sedersi] o un uomo tracotante o  uno stupido
'A capa grossa nun fa defietto = avere la testa grossa non è un difetto
A capa sotto e père ‘ncielo = sottosopra
A lavà ‘a capa ô ciuccio se perde ‘o tiempo, ll'acqua e 'o sapone = a lavare la testa all’asino si perde tempo, acqua e sapone
A me 'a capa mme fa male! = ho mal di testa
Chella capa ca nun fa.perucchie è na capa 'e fenùcchie = quella testa che non ha pidocchi è una testa di finocchio
“Chesto nu mme vò trasere 'ncapo!”..."E vide si te pò trasere 'nculo!” = questo non mi vuole entrare in testa! E vedi se ti può entrare in culo!
Cierta ggente nun stà bbona cu 'a capa = certe persone non ragionano
Dicette 'a serpe: scamazzeme tutta, ma 'a capa no = disse il serpente: schiacciami tutta, ma la testa no
E mó màgnate 'sta capa 'e c…o =  e ora mangia questa testa di c…o [ora non se ne farà nulla, eventualmente di un affare]
Fà ‘e cape d’angelo = fare le testine d’angelo [perdersi in inutili perfezionismi]
Fà na capa tanta = stordire
Femmene, ciucce e crape tèneno una capa = donne, asini e capre hanno la stessa testa
Jì a fernì cu ‘a capa int’ ‘a cascetta = rimanere intrappolato
Levà ‘a capa =  togliere dalla testa [non pensarci]
Manco p’ ‘a capa = neanche per sogno
Me fà girà 'a capa = mi procura capogiro/mi innervosisce
Meglio quintale 'ncapa ca n' onza 'nculo! = meglio un quintale in testa che un'oncia nel didietro
Mettere ‘a capa a fà bbene = mettere la testa a posto
Mèttetelo bbuono 'ncapa = mettitelo bene in testa
Na capa allerta = un ribelle/sfacciato
Na capa ‘e chiuovo = un testardo
Na capa ‘e mbomma = un testone
Na capa gloriosa = una persona con poco senso pratico
Na capa sciacqua = una persona poco assennata
Na capa tosta = un cocciuto
‘Ncapa a te = secondo te
Nun ce stà co 'a capa = farneticare/non ragionare
Ogne capa è nu tribbunale = ogni testa è un tribunale [tutti sparano... sentenze]
‘O pesce fete d’ ‘a capa = il pesce puzza dalla testa
Pe' mancanza d'uommene se fanno 'e ciucce cape ‘e casa = per mancanza di uomini gli asini diventano padroni di casa
Quanno 'a capa nun stà 'ncapa = quando manca la lucidità
Sì na capa 'e c...o = hai testa dura
Tené 'a capa ca va a viento = avere la testa penzoloni
Tené ‘a capa ‘e zì vicienzo = essere nullatenente
Tené ‘a capa fresca = essere superficiale, senza preoccupazioni
Tené 'a capa int' 'o pallone = sragionare/star fuori di testa
Tené 'a capa sulo pe' spartere 'e recchie = avere la testa solo per dividere le orecchie [si dice di uno che non ragiona]
Tené 'e lappese ca abballano p' 'a capa = avere grattacapi
Tené na capa tanta = essere molto intelligente
Tengo 'e làppese a quadrigliè ca m'abballano p' 'a capa = ho le matite che mi ballano in testa [sono nervoso]
Tèngo 'nu chiuovo fisso 'ncapa =  ho un pensiero fisso in testa. 
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'O NAPULITANO 'E SIGÌ. 'A FACCIA/IL VISO

 faccia d' 'o c...o = perbacco!/caspita! [espressione di stupore]
 faccia 'e tutte 'e chiàveche d' 'o munno! = alla faccia di tutte le persone indegne del mondo!
‘A faccia d’ ‘e matarazze = le federe dei materassi
 faccia mia! = nientemeno!
 faccia toia! = alla faccia tua!
Avé ‘a faccia ‘e dicere = avere il coraggio di dire
Brutto ‘e faccia ma bello ‘e core = brutto di faccia ma bello dentro, di cuore
Chi a femmena crede, faccia ‘e Dio nun vede = chi crede a donna non vede il volto di Dio
Chi tene ‘a faccia tosta se ‘mmarita e chi nun ‘a tene rummane zitella = chi è sfrontata si sposa, chi non lo è rimane zitella
Dicette 'o cacciatore ‘nfaccia â quaglia: cchiù auto vaje, cchiù 'o butto piglie! = disse il cacciatore alla quaglia: più in alto sali, più la caduta è rovinosa
Dicette 'o pappece 'nfaccia a' noce: damme tiempe ca te spertoso = disse l’insetto alla noce: dammi tempo che ti perforo
Faccia ‘e cuorno = arrogante, impudente
Faccia ‘e fesso/’e cazzo = faccia da scemo
Faccia ‘e mattunella = viso squadrato, dai tratti pesanti
Faccia janca = viso pallido
Fà 'o facciaffronte = mettersi dirimpetto
Na faccia ‘e cuorne viecchie = una faccia da schiaffi

Nun parlate maje 'a reto. 'Mparateve a dicere 'e ccose sempe 'nfaccia 'o musso! = non parlate mai alle spalle [delle persone]. Imparate a dire le cose sempre in faccia [apertamente, lealmente, con franchezza].
Nun sputà ‘ncielo ca ‘nfaccia te torna = non sputare in cielo perché ti torna in faccia
Nun tene 'nu pile 'n faccia e sfruculea 'o barbiere = non ha un pelo in faccia e va dal barbiere
‘O scuorno murette e ‘a faccia tosta campaje = il timido morì e lo sfacciato sopravvisse
Perdere ‘a faccia = fare brutta figura
Piglià nu tramme ‘e faccia = subire una batosta
Ringrazià Ddio co ‘a faccia pe’ terra = rendere grazie a Dio con la faccia a terra
‘Stà tiella adda ancora caccià ‘a faccia = questa padella non è ancora rodata
Te faccio na faccia 'e pàcchere = ti riempio di schiaffi
Tené ‘a faccia tagliata = avere sensi di colpa
Tene na faccia ca ce se ponno scugnà ‘e pigne = ha la faccia tosta a tal punto che vi si possono sfogliare le pigne
Vale cchiù na faccia tosta ca nu palazzo = la sfrontatezza vale più di un palazzo.
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