sabato 5 luglio 2014

L’ESTATE AMALFITANA ALL’INIZIO DEL NOVECENTO


Ripropongo questo testo, 
già pubblicato su mondosigi il 5 giugno 2007,
perché lo ritengo interessante per il recupero
della memoria storica del territorio.
Lo dedico ai nipoti del mitico Nicola 'e Cammerine,
pioniere del turismo balneare ad Amalfi

La stagione balneare in Costiera amalfitana, all’inizio del Novecento, scorreva tra  “chiasso, rumore, flirts”, più o meno come avviene oggi. Nonostante ciò, rilevava Cesare Afeltra sul Piccolo del 19 agosto 1921, “Amalfi resta il luogo che accorda tutti i riposi e tutti i conforti”. La spiaggia era “gaia, lieta, serenamente allegra, dove ogni qualità di fastidio è minima e l’utile ed il comodo proprio sono in prima linea. Più che di vivere, difatti, una vita balneare, qui la si subisce, la si gode senza volontà, ma voluttuosamente, senza desiderio, ma raffinatamente”. Un anno dopo, il 29 agosto 1922, lo stesso cronista osservava che la villeggiatura amalfitana “si caratterizza dalle altre del Tirreno stesso e dell’Adriatico lontano per una nota di calma e di mollezza marina” dato che Amalfi è “un paese dove tutto è calmo, vago, sereno. Non la riva ultra elegante turbata dal sapore delle città in diciottesimo con la mondanità spesso fastidiosa, profuga dai centri, che v’inchioda fra le sue norme, i suoi precetti ed i suoi confini: nulla. Solo una grande sconfinata libertà, un grande spettacolo di onde e di sole, di cielo e di mare. Una beatitudine materiata di sogno e di silenzio, qualche volta interrotta spezzata e fustigata dalla salsedine aspra che vi colpisce, dalla trama di argento che si riflette luminosissima e trasparente”. La vita si svolgeva, fino al tramonto, al “piccolo stabilimento Flavio Gioia”. Poi in barca: “Ognuno – notava Cesare Afeltra – non vorrebbe perdere questi istanti di godimento intensissimo, nello sfondo lontano che si perde in una linea senza colore sotto gli ultimi raggi del sole cocente, con una visione nostalgica nell’anima per questo scenario che sembra lo sfondo del passato ricordo di una fiaba infantile. Confusi giungono trilli di mandole con suoni di chitarre su sfondo opaco, cupo, caratteristico che somiglia quasi ad un tamburo per tutte le cose morte; poi una voce appassionata, lenta come un singhiozzo… È un rito. Si canta pel sole che muore nel mare, che affonda dietro l’isola rossa delle sirene. E il canto è lieve, si perde, svanisce…”.
Sul Mezzogiorno del 13 agosto del 1923 Ugo Fruscione, un giornalista che per oltre mezzo secolo ha raccontato fatti e personaggi, oltre che le vicende politiche, sociali, economiche della nostra provincia, descriveva così il viaggio da Salerno ad Amalfi: “Con questa afa irrespirabile correre in un auto veloce attraverso paesi pittoreschi e ridenti costituisce uno svago e un refrigerio delizioso. Con l’ “Alfa” elegante e rapida, che la cortesia squisita di Ciccilluzzo Gargano ha messo a nostra disposizione, partiamo da Salerno per l’incantevole e decantata costiera di Amalfi. Superati gli ostacoli, quasi insormontabili, della strada Salerno-Vietri, che meriterebbe più vigile attenzione da parte delle Autorità provinciali, attraversiamo di volo Cetara, civettuola e rinomata per le sue ‘alici in salamoia’; passiamo accanto ad Erchie, angolo paradisiaco di questa terra di sogni, ove i rudi lavoratori del mare affaticano le braccia robuste nella pesca del tonno, e arriviamo nella quieta e industre Maiori che ha fama per le sue cartiere e per i maccheroni gustosissimi. Uno ‘chop’ di birra offertoci dai buoni amici di Maiori, in quel “parterre” fresco e verdeggiante del Circolo sociale (che non esiste più, n.d.r.), ci fa sostare qualche minuto. Riprendiamo a rallentare per ammirare lo spettacolo fantastico del ‘Miramar’ (il castello Mezzacapo, a quel tempo albergo, poi  ristorante e night club, ora in via di trasformazione in residenze di lusso per vip, n.d.r.) dalle guglie elevantisi nel fitto del parco foltissimo. Si passa fra Minori e Atrani, bianchissima, anche nella notte, ci appare col suo campanile moresco… Siamo ad Amalfi…”.
La città era “piena di forestieri e di villeggianti”. Allo storico ‘Cappuccini’ alloggiavano per lo più comitive di americani. Al ‘Riviera’, famiglie napoletane. Alla pensione ‘St. Catherine’, i clienti erano tutti italiani, e di primissimo ordine. Fruscione vi incontrò il drammaturgo Roberto Bracco. Una casa del centro ospitava il giornalista Matteo Incagliati “dal sorriso buono, fraterno”, amico del segretario comunale Luigi Afeltra, uomo di grande spessore culturale, che intratteneva stretti rapporti con artisti e letterati. Al ‘Luna’ si godeva un meritato riposo l’avvocato salernitano Guido Vestuti.
“La spiaggia – continuava Fruscione – è affollata da dame e signorine elegantissime”. Alcune, in mancanza del fotografo (di quell’epoca esistono delle istantanee di Tommaso Piumelli, che documentano vita e costumi), le fece ritrarre da un giovane pittore, Ignazio Lucibello, allievo di Pietro Scoppetta, che è stato l’ultimo grande paesaggista tra i cosiddetti ‘costaioli’.
Sul Mattino del 23 agosto 1923 si legge che “gli alberghi rigurgitano di forestieri. Molti privati hanno offerto le loro stanze disponibili agli ospiti gentili. Ogni giorno è un andare e venire di automobili, vetture pubbliche, cutters e motoscafi, trasportanti carovane di gitanti, turisti, ma soprattutto bagnanti. Una folla di graziose bambine, di candide fanciulle, di vaporose signore che inondano le nostre strade, inebriandosi al fascino e all’ebbrezza che emanano il nostro lido profumato di alghe. Le nostre strade, sempre fresche, perché innaffiate tutti i giorni da abbondanti e potenti getti d’acqua, accolgono tutto uno sciame di allegre e spensierate fanciulle le quali, non più costrette dal rigido convenzionalismo e dalla moda dei grandi centri, si danno alla pazza gioia ed a braccetto camminano con le chiome sciolte, in tenui leggiere e svolazzanti vestine, cantarellando canzoni d’amore. La spiaggia è tutta cosparsa di candide tende, ove le veneri gentili completano le loro ‘toilettes’, coprendosi di quelle graziose cuffiette di tela gommata a vividi colori, prima di tuffarsi nelle terse acque del nostro glauco mare. Ogni sera allo stabilimento balneare, al ‘Cinema Unitas’, al ‘bar Florian’, per tutte le strade litoranee, splendidamente illuminate a luce elettrica, è un via vai di gente, un avvicendarsi di amici, strette di mano, parole galanti e occhiate languide. Al ‘bar Savoia’, il Comm. Incagliati, lo ing. Cav. Santolo Camera e il commendator avv. Spera, circondati da numerosi amici, tengono circolo raccontando facezie. L’avv. Arturo Petrosini che da molti anni, con la sua gentile famiglia, è un assiduo frequentatore del nostro paesaggio, è esuberante di ‘verve’, ed i suoi racconti salaci, accompagnati da una mimica insuperabile, riscuotono l’ilarità e il compiacimento di tutti”.
In quell’agosto meritò gli onori della cronaca “il battesimo di un suo grazioso primogenito” nell’abitazione del sindaco avvocato Girolamo Gambardella. “Ci fu un gran ricevimento. I numerosi e splendidi saloni, sfarzosamente illuminati e messi a fiori, accolsero quanto di più scelto e aristocratico offre la colonia dei bagnanti e la nostra fine società”. Agli invitati furono serviti “gelati finissimi, svariati liquori e paste squisite. Indi si fece dell’ottima musica”. Il giorno prima il sindaco aveva ricevuto la visita del nuovo prefetto, accolto, al suo arrivo ad Amalfi, da una sfilata dei fascisti locali, “fieri e pettoruti, preceduti dal gagliardetto e dalla fanfara”.
© Sigismondo Nastri

VENERDI' 11 LUGLIO, A MAIORI, LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO "IO, TROTULA" DI DOROTEA MEMOLI APICELLA



Mi sono appassionato in questi giorni a "Io, Trotula" di Dorotea Memoli Apicella, edito da Marlin, che sarà presentato a Maiori la sera di venerdì 11 luglio, alle ore 20.30, nella
fresca e rilassante atmosfera dei giardini di palazzo Mezzacapo.  
L'amico editore, Sante Avagliano, che ringrazio di cuore, ha voluto affidarmi il ruolo di coordinatore della discussione.  Con l'autrice, ne tratteranno  Francesco Criscuolo, già preside del liceo classico e scientifico di Amalfi, e Maria Carla Sorrentino, dell'università degli Studi di Salerno. Miriam Bella leggerà brani del libro.
Auspico una presenza "attiva" del pubblico. 

Il personaggio di Trotula De Ruggiero, la grande magistra della Scuola Medica Salernitana, vissuta nell'XI secolo, stimola interessanti analisi e riflessioni.



Intanto, segnalo il libro: ben scritto, di agevole lettura, che  ci restituisce il profilo professionale e umano della protagonista, attraverso il racconto della sua vita, come se ci fosse trasmesso dalla sua stessa voce, e la inserisce nel contesto storico, economico, sociale, culturale di quel tempo, caratterizzato a Salerno dalla caduta del Principato Longobardo e dall'avvento dei Normanni.

IN RICORDO DI GIORGIO FALETTI

"Minchia, signor tenente...!". Mi risuona nelle orecchie il ritornello della sua canzone, ispiratagli dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio, portata sul palcoscenico di Sanremo nel festival del 1994. Una denuncia forte delle condizioni difficili in cui si trovavano a operare poliziotti e carabinieri giovanissimi, spesso meridionali, nella lotta contro la mafia.  
La notizia della morte di Giorgio Faletti, uomo di spettacolo, compositore e cantante,  finissimo scrittore, sempre brillante, ironico al punto giusto nella sua frequentazione dello schermo tv (dal quale la malattia lo aveva allontanato), ci riporta drammaticamente con i piedi per terra e ci fa meditare sulla fragilità della condizione umana. 
Qualche giorno fa aveva scritto sul suo profilo Facebook: "A volte immaginare la verità è molto peggio che scoprire una brutta verità. La certezza può essere dolore. L'incertezza è pura agonia"
Se penso che aveva quindici anni meno di me mi vengono i brividi.

venerdì 4 luglio 2014

IL 15 LUGLIO, AD AMALFI, LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO "LE TARANTELLE DELLA VITA"

Martedì 15 luglio, alle ore 17.30, ad Amalfi, nella sala della Biblioteca comunale "Pietro Scoppetta", sarà presentato il libro "Le tarantelle della vita", a cura di Mariella Buonocore, Michele Cobalto, Ermelinda e Rita Di Lieto, edito dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana.

Come è sottolineato nella prefazione, si tratta di "una raccolta di 'Storie di vita' messe insieme dal gruppo di partecipanti ai 'Corsi di scrittura' tenutisi presso il Centro negli anni 2007 e 2008, nell'ambito del Progetto Europeo CRIAR, del programma Socrates - Grandtvig 2 Lifelong Learning programme (Apprendimento lungo tutto l'arco della vita).
Ne tratterò io, insieme con Giuseppe Gargano, presidente onorario del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, e le stesse curatrici dell'opera, che ci hanno regalato - attraverso le numerose testimonianze raccolte - una traccia fondamentale per rivisitare cronaca, storia, tradizioni, vicende umane del territorio e della società amalfitana dai primi decenni del novecento a oggi.

"MARMEETING" A FURORE. TUFFI DA 28 METRI NELL'INCOMPARABILE SCENARIO DEL FIORDO




A Raffaele Ferraioli, sindaco di Furore, che mi ha invitato ad assistere alla manifestazione, ho dovuto rispondere che, ahimè, non potrò andarci. E mi dispiace sinceramente perché questo "Marmeeting" che si ripete ormai da molti anni - siamo addirittura alla ventottesima edizione - mi affascina. Non solo per lo scenario del fiordo, sovrastato dal maestoso viadotto, dal quale spiccano il volo gli atleti verso le acque limpide dell'insenatura. Ma, soprattutto, per il gesto atletico che essi compiono, per la loro audacia, per la loro spavalda sicurezza che li fa librare nell'aria come gabbiani, dopo essersi lanciati da un'altezza di ventotto metri.
C'è stata già una gara ieri, venerdì (scrivo che è già passata la mezzanotte). Ma quella più esaltante, riservata alla categoria degli sport estremi, si disputerà domani, domenica 6 luglio, alle ore 10.30.  Tra i partecipanti,  i finalisti olimpionici Steve Lobue (Stati Uniti) e Aldridge Blake (Gran Bretagna) e la medaglia d' oro ai campionati del mondo di tuffi di Barcellona Orlando Duque (Colombia). 
Per l'Italia sarà in competizione Alessandro De Rosa, 19 anni, alla sua seconda partecipazione.

martedì 1 luglio 2014

IL MIO INTERVENTO ALL'INCONTRO "INTORNO AL QUADRO" IN RICORDO DI NINO BASSI



Salerno, cortile di Palazzo Pinto
Biblioteca Provinciale, Palazzo Pinto
Sabato 29 giugno 2014, ore 9.30

“INTORNO AL QUADRO”
Ricordo di NINO BASSI


Per anni io e Nino Bassi ci siamo dati il voi. Non è che avessimo una frequentazione assidua. Avevamo un amico comune, l’industriale grafico e cartario Giuseppe De Luca, altro personaggio da non dimenticare in questo nostro mondo che ha memoria corta. Fu proprio Peppino De Luca a farmelo conoscere, un giorno, nella sua azienda, mentre guardavamo un dipinto che aveva appena aggiunto alla sua collezione. Nino Bassi accompagnava spesso De Luca a fiere, mostre, aste. A girare per botteghe d’antiquariato, bancarelle di rigattieri. Passo dopo passo si arricchiva la loro collezione di stampe antiche.
Quando ci fu a Salerno la prima mostra di stampe, all’istituto Vicinanza, credo – poi ce ne furono altre –, per un disguido fu omesso sul manifesto il nome di Nino Bassi. Ci rimase male, ma non lo diede a capire. Solo che, la notte, secondo quello che mi è stato raccontato, si mise alla ricerca sui muri di tutti i manifesti che erano stati affissi e ve lo aggiunse. Con la penna o, forse, con un pennarello.
Ho detto che ci davamo il voi. A me incuteva soggezione perché lo vedevo come un ‘vecchio’ (tra virgolette) filosofo, saggio, erudito, ne apprezzavo le acute osservazioni. Finché un giorno mi disse: “Ma perché darci del voi?. In fondo, abbiamo la stessa età”. Lui, sei anni più di me. E siamo andati avanti così fino alla fine.
La cosa che mi colpiva di lui era che sapeva dare valore anche alle piccole cose. Nulla veniva scartato. Un giorno gli capitò tra le mani un pezzo di legno: una stecca di una vecchia cassetta di legno. C’era sopra una scritta: MONPIGAR. Gli spiegammo che era il marchio di una ditta attiva in Calabria fino all’immediato dopoguerra, di proprietà di tre famiglie atranesi: Montagna, Pisani, Gargano. Produceva fichi al cioccolato e altre dolci leccornie. Raccolse quel pezzo di legno, che altrimenti sarebbe finito nei rifiuti, e se lo portò via.
Nino era un innamorato pazzo di Salerno e del suo territorio. Un puntiglioso e attento raccoglitore e custode di patrie memorie:  storiche, artistiche, letterarie.  Per passione, interessi culturali, per sentimentalismo. Mi disse che era andato a un’asta a comprare un dipinto di Arnaldo De Lisio, un pittore abruzzese, però di scuola napoletana, vissuto tra la seconda metà dell’ottocento e la prima metà del novecento. Lo aveva acquistato perché gli piaceva, ma soprattutto per un omaggio alla memoria della nonna, che portava lo stesso cognome.
Come ho avuto modo di scrivere sul mio blog, Nino era ossessionato, negli ultimi tempi, dall’idea di dare una degna collocazione alla gran mole di materiale che era riuscito a mettere insieme, salvandolo dalla dispersione, dalla distruzione, dall’oblio. Non aveva ancora deciso se affidarlo all’Archivio di Stato, al Museo provinciale o al Museo diocesano. Sarebbe auspicabile che questo patrimonio di grande valore storico-culturale (non certo economico) potesse essere affidato a un'istituzione culturale per essere a disposizione degli studiosi. Non so dire se Nino avesse già preso contatto con qualcuna di queste istituzioni. Pochi giorni prima di andarsene, mi domandò se ero disposto a fare da suo esecutore testamentario. “No -  gli risposi -, non mi sento di assumere una tale responsabilità. E poi, chi ti dice che non sarò prima io ad andarmene?”. Il discorso si chiuse lì.
La prospettiva di dover morire lo inseguiva, ma non gli pesava più di tanto. Continuava a fare la sua vita, che aveva ritmi e orari singolari. La mattina era irreperibile. Mi diceva che si svegliava quando per la gente normale era quasi ora di pranzo. Lui, intanto, mangiava qualche frutto per colazione. Si svegliava tardi perché la sera, e fino a notte alta, la trascorreva al Circolo dei Canottieri, il suo punto di riferimento abituale. E non disdegnava (anzi, gli piaceva: nei suoi trascorsi giovanili c’erano ardite trasversate via mare, in barca a vela: una fino alla Grecia) di imbarcarsi su una pilotina per andare incontro alle navi in entrata nel porto. Al Circolo dei Canottieri trovava a disposizione i quotidiani del mattino e si dedicava a leggerli, a confrontarli. Non trascurava niente, neppure certi editoriali di Repubblica che – confessava – gli facevano storcere il naso. Poi magari, i giornali che più lo interessavano, se li portava via. Il suo rammarico era che, spesso, li trovava piegati sul tavolo, neppure sfogliati. Ne aveva la macchina piena. Tanto che una volta, che volle darmi un passaggio, feci fatica a entrarvi. Credo che abbia lasciata la casa piena di giornali. Evidenziava le notizie, gli editoriali che più lo avevano colpito, staccava i fogli e li accatastava.
Nei giorni in cui New York era sconvolta dall’uragano Sully – ho già avuto modo di scriverlo -  mi raccontò di aver letto su Cronache del Salernitano un reportage su quel tragico evento, che aveva particolarmente apprezzato. Gli era proprio piaciuto per la nitidezza del linguaggio, per la vastità e la completezza delle informazioni. Lo giudicava un esempio di giornalismo straordinario: tanto più che non era uscito in un grande giornale ma su un piccolo quotidiano di provincia. Si riprometteva di andare dal direttore, Tommaso D’Angelo, per felicitarsi. Mise la mano in tasca e tirò fuori la pagina con l’articolo. “Guarda la firma!” esclamai. Era quella di mio figlio Antonio, che aveva trasmesso il servizio, corredato da fotografie, dalla metropoli statunitense. Volle assolutamente conoscerlo, cosa che avvenne il 29 luglio dello scorso anno, a Villa Guariglia, in occasione della presentazione del mio libro “Ho coltivato sogni”. Nino non sapeva della mia passione per la poesia. Ne gioì molto.
Le ultime confidenze raccolte da lui risalgono a tre o quattro giorni prima di quel 23 ottobre, che ce lo ha portato via. C’incontrammo, come sempre avveniva, nel nostro quartiere, a Torrione. Le nostre case sono a un tiro di schioppo. In certi casi era lui che veniva a chiamarmi al citofono, invitandomi a fare due passi insieme. Mi confidò, quella sera, che aveva avuto un dolore al torace. Ma aggiunse di essere andato dal cardiologo, che dopo averlo visitato, e fatti eseguire i dovuti esami, lo aveva invitato a non crearsi fissazioni perché il suo cuore era sano. A ripensarci ora, mi convinco che dal cardiologo non c’era stato e che quell’affermazione gli serviva per darsi coraggio.
Poi è avvenuto quel che è avvenuto. Perché nella vita di ognuno c’è sempre qualcosa di imprevedibile, di imponderabile nascosto dietro l’angolo. Ma per quello che Nino ha rappresentato nella società salernitana, per quello che ha dato alla sua città, è giusto che se ne perpetui la memoria. Grazie, perciò, a Barbara Cussino che s’è fatta carico di promuovere e organizzare questo nostro incontro. 
Sigismondo Nastri