martedì 1 gennaio 2013

PENSIERO DI CAPODANNO: LA SPERANZA



Il pensiero del primo giorno dell’anno, che dodici mesi fa dedicai all’allegria, stavolta è riservato alla speranza, che sta, come in un sandwich, stretta tra due sentimenti contrastanti: l’ottimismo, per l’appunto, e il pessimismo.

La Speranza, nella Iconologia di Cesare Ripa
Quell'allegria beneaugurante, manifestata il 1° gennaio del 2012, è stata vanificata dagli eventi politici ed economici che si sono succeduti fino a ieri. L'Italia è in una situazione di crisi profonda, tale da ricordare il secondo dopoguerra. Ne pagano le conseguenze i ceti più deboli della società: i poveri, cresciuti a dismisura; gli emarginati; i giovani che non trovano sbocchi occupazionali; i lavoratori "espulsi" dai luoghi di produzione.
Ecco, perciò, il ricorso alla speranza che, pure, a sentire Albert Camus, “al contrario di quanto si crede, equivale alla rassegnazione”. E vivere, aggiunge lo scrittore francese, “non è rassegnarsi”. Giusto. Anche un nostro proverbio – lo abbiamo spesso sentito ripetere dai genitori e dai nonni – ammonisce: “chi di speranza vive disperato muore”.

Per Aristotele, la speranza è  “un sogno fatto da svegli”. Solo che i sogni sono fotosensibili, svaniscono alla luce del giorno.

Mentre mi tormento la mente con  citazioni letterarie e  pensieri per nulla rasserenanti,  mi chiedo che senso abbia affidarsi  alla speranza in una situazione così compromessa.  La risposta la trovo in Georges Bernanos che scrive: “la speranza è una virtù, virtus, una determinazione eroica dell’anima. La più alta forma di speranza è la disperazione vinta”.  

Faccio mia anche la frase di Cicerone: “Dum vita est, spes est” (finché c’è vita c’è speranza).

“La speranza  - leggo poi  in una riflessione del cardinale Carlo Maria Martini - è un fenomeno universale, che si trova ovunque c'è umanità, un fenomeno costituito da tre elementi: la tensione piena di attesa verso il futuro; la fiducia che tale futuro si realizzerà; la pazienza e la perseveranza nell'attenderlo”. Credo che sia la definizione più appropriata.

E poiché, in fondo, come dicevano gli antichi romani, "homo quisque faber ipse fortunae suae" (ogni uomo è artefice della propria fortuna), non mi resta che... sperare in quella x appena percettibile, tracciata  sulla scheda tra scetticismo, dubbio e diffidenza, nel segreto della cabina elettorale, considerato che di qui a due mesi, volenti o nolenti, saremo noi stessi gli artefici del nostro avvenire, almeno di quello più immediato.


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