venerdì 25 ottobre 2013

DOMANI A RAVELLO SI FESTEGGIA IL BEATO BONAVENTURA DA POTENZA. RIPROPONGO QUI UN MIO VECCHIO ARTICOLO NEL QUALE RIPERCORRO LA VITA E LE OPERE DI QUESTO STRAORDINARIO E SINGOLARE PERSONAGGIO



Il Padre Bonaventura da Potenza, dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, fu beatificato dal Papa Pio VI il 26 novembre 1775, nello splendore della Basilica di San Pietro. Quel giorno, le campane suonarono a distesa non solo nello scenario solenne del colonnato del Bernini, ma anche a Ravello, il paese della Costa d’Amalfi dov’egli aveva svolto il suo ministero, che ora ne custodisce le spoglie mortali, ed a Potenza, la città che gli aveva dato i natali. Da allora, i suoi devoti attendono fiduciosi la conclusione della causa di canonizzazione, in corso dal 1853. E continuano, intanto, a invocarlo con fede nelle loro necessità. Carlo Antonio Gerardo, figlio di mastro Lello Lavanca e di Caterina Pica,  nacque nel capoluogo della Basilicata il 4 gennaio 1651 e sin da piccolo manifestò una spiccata vocazione religiosa. Appena quindicenne, vestì l’abito nel convento di S. Francesco a Nocera Inferiore prendendo il nome di Fra Bonaventura. L’anno seguente fu avviato agli studi umanistici ad Aversa e vi rimase fino agli inizi del 1768. Poi fu trasferito a Maddaloni, quindi a Lapio. Per otto anni, dal 1672 al 1680, esercitò il ministero ad Amalfi, nel convento di S. Francesco - sul piccolo promontorio che separa la città dalla vicinissima Atrani -, fondato, secondo la tradizione, dal Poverello d’Assisi. Qui ricevette l’ordinazione sacerdotale. Ad Amalfi ebbe come guida spirituale un suo conterraneo, Padre Domenico Girardelli, che era di Muro Lucano, scomparso nel 1683 in concetto di santità. Altre tappe del pellegrinaggio del Padre Bonaventura furono Napoli e il suo hinterland, Capri, Ischia, poi ancora Nocera e finalmente Ravello dove giunse il 4 gennaio 1710. Vi morì il 26 ottobre dell’anno seguente dopo aver subito un'operazione per l'asportazione di una cancrena alla gamba.  La sua tomba, sotto l'altare maggiore,  nella chiesa del convento, dedicata a S. Francesco,  è meta del devoto pellegrinaggio del popolo potentino che vi  si reca ogni anno, col sindaco, a portare l’olio che alimenta la lampada votiva offerta dalla città capoluogo della Basilicata.
Sul Beato Bonaventura esiste una densa bibliografia che si apre con la “Vita” scritta da F. Giuseppe Maria Rugilo, pubblicata nel 1754, e si chiude con un’opera pregevolissima per i contenuti e per la veste grafica, “Il pellegrino della Costiera”, di cui è autore Padre Gianfranco Grieco, dei Frati Minori Conventuali, giornalista dell’Osservatore Romano, edita nel 1989 con la presentazione del Cardinale Michele Giordano. Questo a dimostrazione dell’importanza del personaggio e di un carisma che è giunto a noi intatto a tre secoli di distanza dal suo passaggio sulla scena terrestre. Come nota il Rigilo, egli visse “da innocente, da penitente, e da Apostolo. Non ebbe molta letteratura; ma non ne fu nudo del tutto… Fu di poche parole, e parlò regolarmente con voce bassa e soave. Ebbe volto facile ad accendersi, florido e giovanile, fino all’ultima vecchiezza; né portò mai sembianza d’Uomo mortificato”. Aggiunge Gianfranco Grieco che si bruciò di un “amore senza limiti” verso i poveri, esercitò la virtù della pazienza, mortificò giorno e notte la sua carne, visse con “illibata purità”, preferì la povertà ad ogni bene. Fu protagonista, già in vita, di episodi prodigiosi. Ma furono i miracoli compiuti post mortem, approvati da Papa Clemente XIV dopo severe indagini, a determinarne la beatificazione. Il Rugilo ne dà ampia notizia, desumendola dagli atti processuali. Cito alcuni casi: una suora affetta da “maligne pustule intorno alla regione del naso”, un fanciullo colpito da “bruttissima lebbra per tutto il corpo”, un frate precipitato dal campanile della chiesa di Ravello e ridotto in fin di vita. Tutti tornati istantaneamente e perfettamente sani al contatto con il sepolcro del Padre Bonaventura.
Il quale – sottolinea Gianfranco Grieco – praticò l’umiltà e fece della “obbedienza eroica” l’idea fissa di tutta la sua vita di consacrato a Cristo, alla Chiesa, all’Ordine, al popolo.  Sintetizzando, potrei dire che era un semplice, di mente e di cuore. Qualche esempio illuminante: “A Capri, per obbedienza al suo superiore restò per un giorno intero nell’orto del convento. I fatti andarono così. Il Padre Superiore venne chiamato d’urgenza per mettere pace tra due litiganti che dalle parole stavano purtroppo, come spesso accade, passando ai fatti. Il Padre Guardiano si trovava nell’orto insieme con padre Bonaventura. ‘Aspettami qui, perché ritorno fra poco’. ‘Sì’ – rispose il Padre Bonaventura. Ma, quel ‘fra poco’ durò un giorno intero. E quando il Superiore ritornato a casa chiese ai religiosi dove si trovasse Padre Bonaventura nessuno seppe dare risposta. Stava ancora nell’orto in attesa di ricevere un altro ordine dal suo superiore…”. Ad Amalfi, “era un caldo mattino d’estate, mentre portava tra le mani un pezzo di ghiaccio, Fra Bonaventura incontrò il Padre Superiore della fraternità conventuale al quale chiese dove portarlo. ‘Portalo nell’armadio della sagrestia’ – gli rispose con tono faceto il Superiore volendo sottolineare l’inutilità della domanda –. Ma, Bonaventura prese alla lettera l’indicazione del Padre Superiore e depose il pezzo di ghiaccio nell’armadio degli arredi sacri. Venuta l’ora del frugale pasto il Superiore non vedendo a tavola il ghiaccio, chiese a Fra Bonaventura dove mai fosse andato a finire il pezzo di ghiaccio avuto in elemosina in mattinata. ‘Nell’armadio della sacrestia’ – rispose –. Meravigliati da tanta ingenua e disarmante obbedienza i religiosi accorsero in sagrestia e con grande stupore trovarono il pezzo di ghiaccio intatto e asciutti gli indumenti sacerdotali”. Mi tornano subito alla mente le parole di Gesù: “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli… Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. La festa del Beato Bonaventura è il 26 ottobre.
© Sigismondo Nastri

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