martedì 27 marzo 2012

COSIMO BUDETTA E IL MIO RITRATTO "A MEMORIA"


Cosimo Budetta, che  spesso incrocio in strada, da quando si è stabilito a Salerno,  l’altro giorno, cogliendomi di sorpresa, mi ha manifestato l’intenzione di farmi un ritratto. Gli ho chiesto se voleva che mi tagliassi la barba (che dovrò comunque tagliare: a mia moglie non piace). “No, ha risposto, tieniti pure  la barba, ti sta bene”. Stamattina l’ho incontrato di nuovo e me lo ha consegnato. E’ su un cartoncino tascabile (ne porta sempre  con sé, insieme a penna e matita). In calce, accanto alla firma, ha scritto: “Ritratto a memoria di Sigismondo”. Non so come abbia potuto, senza avermi in posa davanti a lui, ma io mi ci riconosco in pieno: nella fisionomia, nell’espressione, nello sguardo, nelle pieghe del volto.
Stimo molto Cosimo,  artista e  uomo.  Ha quattro anni meno di me, da poco è qui, dopo  un lungo periodo della sua vita trascorso ad Agromonte, in Basilicata. In quell’ambiente silvestre - scriveva Donatella Trotta, una quindicina di anni fa –, egli aveva assunto “le sembianze d’una sorta di burbero e benefico genius loci… con il profilo osco, lo sguardo intenso e – spesso – sognante, la barba folta e appena spruzzata di bianco, le mani larghe e forti e un fare ruvido e schivo che avvolge il suo radicato (e radicale) understatement con lampi d’ironia”. Credo che non poteva tratteggiarne la figura in modo migliore.
Sempre dall’articolo di Donatella Trotta, uscito sul Mattino del 9 marzo 1997, apprendo che Cosimo (io non mi sono mai spinto a chiedergli di lui: ci confrontiamo soprattutto su  quello che ruota intorno a noi…)  “ha attraversato nel suo cammino diverse terre e mestieri – dai campi alla fabbrica, dall’arte all’insegnamento, in Italia e in Olanda” -, prima di ritirarsi in quel suo eremo, nel verde del Pollino, del quale  ha sicuramente nostalgia. Lontano dal frastuono e dalle distrazioni (o distorsioni?) della città, la sua creatività si esaltava.  
Peccato che il carattere mite, riservato, al quale però non è estraneo un sottile humour, lo mantengano alla larga dai giri d'interesse che movimentano il mondo dell'arte. Anche se Sgarbi, nel settembre scorso, lo ha chiamato a esporre (non ricordo se una o due opere) nell’ex tabacchificio di Pontecagnano, dove s'era allestita la sezione Campania della 54a esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia per il 150° dell’Unità d’Italia. Un po’ poco per uno che s’è fatto apprezzare da intellettuali, poeti, artisti, critici e scrittori come Bruno Munari, Eduardo Sanguineti, Paolo Ruffilli, Giorgio Luzzi, Franco Loi, Gerardo Pedicini, Tullio De Mauro, Gillo Dorfles, Carmine De Luca, Stefano Bartezzaghi e via dicendo. Se fosse più spregiudicato, o magari disposto a compromessi, spazi espositivi ne troverebbe sicuramente di più.  Invece deve indirizzarsi altrove (Nemo propheta in patria, come recita il proverbio). A Milano, ad esempio, dove dal 20 dicembre al 15 gennaio ha allestito, alla galleria Spaziotemporaneo, una bella mostra su “I libri dei miti e delle favole”. Già, perché Cosimo è uomo di multiforme ingegno: pittore, scultore, ceramista, grafico raffinato, poeta delicato e sensibile, che non disdegna in certi casi una sottile e pungente ironia. Oltre che educatore, per l’attività di docente svolta e perché spesso i suoi interessi sono rivolti all’infanzia. Come quello per il "Tangram" del quale è esperto e al quale ha dedicato un manuale. Scrive per lo più filastrocche, che pubblica in libretti, di poche pagine, in carta pregiata, curati artigianalmente, affiancati da deliziosi disegni. “Tesoretti, insomma, questi piccoli scrigni artigianali – ha osservato un critico -, cesellati uno a uno, esattamente il contrario dei testi destinati alla grande distribuzione". E’ un ammiratore (epigono) di Gianni Rodari, del quale – sotto il titolo “La legge del cortile” – ha pubblicato quattro divertenti poesie, due delle quali inedite, corredate dalle sue illustrazioni.
E’ vero: “Solo una grande capacità artistica e poetica e uno studiato amore per il bello e l’originale può concepire il libro d’artista. E in quest’arte Cosimo Budetta esprime sensibilità e tecniche, manifesta e plasma la carica di umanità che si porta dentro”. Sanguineti, Dorfles, Munari, Barberi Squarotti, Ruffilli, Luzzi, e altri che ora mi sfuggono, sono stati partner e destinatari dei suoi libri d’artista.
Dorfles alla mostra di Milano (da: Vimeo.com)
Che dire di più? Cosimo ha collaborato a riviste educative e  didattiche quali “C’era due volte…”, “Scuola e didattica”, “Riforma della scuola”, “Il giornale dei bambini”. Suoi disegni sono apparsi in molti volumi.
Tappe salienti del suo lungo percorso artistico sono la creazione, in partnership, del laboratorio “Dadodue” a Salerno, del “Gruppo di ricerca” a Pontecagnano (nel 1972). Poi le mostre: a cominciare da quelle personali e collettive del 1957 a Pontecagnano e Salerno, fino alla più recente, a Milano, già citata. Con una sottolineatura per la mostra di Libri d’artista alla Biblioteca Universitaria Alessandrina e  alla Biblioteca “A. Baldini”, a Roma, e poi alla Galerie Satellite di Parigi nel 2005 e alla Biblioteca Vallicelliana due anni dopo.
Con l’editore De Luca di Salerno ha realizzato, su preziosa carta d’Amalfi, due volumi di grande pregio: “Il corteo di Nereo” e “Eruttaiatture”: qui – prendo ancora in prestito le parole di Donatella Trotta – “la grazia grafica e l’inesauribile vena fantastica, allegorica, metaforica si coniugano con il gusto irridente e provocatorio del gioco”.

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