giovedì 11 aprile 2013

ADDIO A PAOLO SOLERI, PROGETTISTA DELLA FABBRICA SOLIMENE A VIETRI SUL MARE


La fabbrica Solimene a Vietri sul Mare

Nel breve spazio di tre mesi se ne sono andati due protagonisti dell’architettura contemporanea che hanno lasciato traccia della loro creatività in Costa d’Amalfi: Oscar Niemeyer, morto ultracentenario il 5 dicembre scorso, con l’auditorium che porta il suo nome, a Ravello; e, l'altro ieri, Paolo Soleri,  artefice della fabbrica di ceramica Solimene a Vietri sul Mare.

Soleri, novantatreenne, era stato allievo di  Frank Lloyd Wright. Negli anni cinquanta, a Vietri sul Mare, aveva progettato per Vincenzo Solimene la fabbrica che svetta, con la sua singolare sagoma, a coni che si aprono verso il cielo, con  le pareti esterne rivestite per intero da terracotta, all’inizio della salita  di santa Maria degli Angeli, affacciata sulla bella piazza con la fontana di Giovannino (le immagini a lato sono tratte dal sito web della Ceramica Artistica Solimene).  In quel caso la felice intuizione dell'imprenditore-artigiano locale, intelligente, volitivo, creativo, abile a dare plasticità e dignità d'arte all'argilla, si sposò con la genialità del progettista.  Che forse già allora, più di sessant’anni fa, aveva in mente quel  concetto di “arcologia”, da lui inventato, che lo ha reso famoso: un’armonizzazione tra architettura ed ecologia che – sosteneva – dev’essere perseguita nella progettazione e nella costruzione delle città. Perché le città sono “lo strumento necessario per l’evoluzione dell’umanità”.

Paolo Soleri
Questa idea di città – volta ad “aumentare le interazioni umane, massimizzare l’accesso alle risorse comuni, migliorare il rapporto tra costi e benefici delle infrastrutture, ridurre la produzione di immondizia, minimizzare il consumo di energia, di materie prime e di territorio, ridurre l’inquinamento e permettere l’interazione tra le persone e l’ambiente circostante” – egli ha cominciato a metterla in pratica dal 1970, nel deserto dell’Arizona, a 70 chilometri a Phoenix. Una città ideale, chiamata Arcosanti. La rivista americana Newsweek l’ha definita  “il più importante esperimento urbano mai fatto al nostro tempo”. Eppure, essa è stata completata solo per il cinque per cento. Un’utopia? Può darsi.  Ma l’utopia – ci ricorda Alberto Savinio“non fa se non rendere concreto e plastico l'anelito antichissimo e diffuso a una vita migliore”.

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